I seguenti articoli si basano sulla lettura personale e diretta dei fascicoli della rivista mensile “Aprutium” e del testo “Un anno senza rondini” di Zopito Valentini nonché sugli “Atti del convegno” realizzato nel 1999 dal Dipartimento di studi moderni e medievali della Facoltà di Lettere e Filosofia di Chieti in merito a “I giornali e le riviste abruzzesi tra Ottocento e Novecento”; tali Atti sono stati editi successivamente dalla Bulzoni a cura di Gianni Oliva.
Nella nostra regione, tra la fine dell’Ottocento e l’inizio del Novecento, si assisté al fiorire della “grande stagione delle riviste”, anche sull’esempio fiorentino della “Voce” di Prezzolini e Papini e, più tardi, de “Lacerba” di Soffici e Papini. Prima con un esordio modesto e poi con un ambizioso ampliamento sovraregionale Loreto Aprutino, allora piccolo centro del Teramano, contribuì notevolmente allo sviluppo e al lustro del giornalismo abruzzese.
L’avventura “pionieristica” del giornalismo di Loreto Aprutino iniziò a livello municipale, per poi assumere una dimensione regionale nel 1906 col il quindicinale “L’Abruzzo letterario” diretto da Gaetano Panbianco, e fu proprio questi con la sua rivista, con la sua esperienza professionale ed il proprio stabilimento tipografico “Del Lauro” a preparare il campo ad un altro militante del giornalismo locale: Zopito Valentini.
Il giorno in cui il Valentini iniziò a collaborare coll’”Abruzzo Letterario” aveva appena sedici anni, e gli furono sufficienti sei anni di gavetta non solo per imparare la lezione giornalistica del Panbianco ma anche per superare il maestro-amico.
Così nel dicembre del 1911 l’ “Abruzzo letterario” annunciava sulle sue pagine l’imminente uscita della nuova rassegna mensile di lettere e d’arti “Aprutium”, edita e diretta dal ventiduenne Zopito Valentini mentre Panbianco accettò l’incarico di capo redattore.
Come preannunciato, “Aprutium” fu iniziata a stampare nel gennaio del 1912 per i tipi dello stabilimento loretese “Del Lauro” e per un anno intero fu pubblicata parallelamente all’”Abruzzo letterario”, ma dal gennaio del 1913 quest’ultima si fuse con “Aprutium”, la quale restò l’unica rivista di Loreto.
Essa uscì quasi regolarmente fino alla fine del 1916 giacché nei successivi due anni furono pubblicati solamente due numeri monografici, a causa della Grande Guerra.
Fin dalle prime battute la rassegna si presentò come un progetto editoriale complesso ed ambizioso che Valentini riassunse nella formula “ per l’Arte e per il Bene”, titolo del suo primo editoriale nel quale delineò il programma che si era prefisso: “la promessa è nel proposito di concorrere per quanto è da noi allo sviluppo della generale coltura, primo e massimo fattore della elevazione di nostra gente…Nel movimento sollecito che involge tutta la vita odierna, agitata da tanti problemi sociali dalla cui soluzione sorgerà luminosa e forte la buona e grande società futura, noi non vogliamo essere inerti, perché è dovere di tutti – e specialmente dei giovani – di dare opera a maturare i grandi germi del rinnovamento civile.”
Parole ricolme di laicismo ed idealismo, promettenti un alto impegno civile e culturale al fine di rinnovare e migliorare la società futura ma anche un richiamo rivolto alle nuove generazioni a non essere inerti di fronte ai mutamenti della storia, monito che prenderà toni più accesi ed interventistici coll’approssimarsi della Prima Guerra Mondiale, quando dalle pagine della rivista non si leverà neanche un dissenso.
Prima di allora però la rassegna, secondo la volontà espressa ed attuata in buona parte dal Valentini , fu una delle “più vigorose palestre di libere discussioni e di libera arte.”
Pertanto, da subito, “Aprutium” si aprì al contributo di molteplici scrittori, senza applicare un criterio di selezione incentrato sulla scuola di pensiero d’appartenenza, e fin dal primo numero i collaboratori su cui poté contare furono ben settantatre e molti altri se ne aggiunsero di lì a venire. Questo perché, come osserva giustamente la prof.ssa Priori, “il Valentini era guidato dall’intento di avere nella sua rivista le firme più prestigiose”, ed in numero sempre più crescente.
Solo per citarne alcuni, ricordiamo: Giovanni Gentile, Benedetto Croce, Luigi Capuana, Luigi Pirandello, Rosso Di San Secondo, Giovanni Pascoli, Guido Gozzano, Ada Negri, Grazia Deledda, G.A. Borgese, Massimo Bontempelli, G. d’Annunzio, Marino Moretti, Giuseppe Prezzolini, Federico Tozzi e tanti altri.
Come si può facilmente dedurre in ogni fascicolo v’era posto per i più svariati generi letterari: poesia, narrativa, recensioni critiche, opere teatrali, saggi, profili di personaggi illustri; v’era inoltre la rubrica “Fra le Muse” che aggiornava puntualmente sulle novità più importanti in campo artistico, ciò grazie anche al lavoro di due sedi redazionali distaccate di “Aprutium”, una aperta a Roma, e affidata a Nicola D’Aloisio, e un’altra persino a Parigi diretta da A.R. D’Yvermont.
Concludeva ogni fascicolo una rassegna bibliografica sui libri ricevuti durante il mese dalla redazione.
La prosa eterogenea di Aprutium – Tra le collaborazioni più rilevanti e continuative vi fu quella di Luigi Capuana, esponente di spicco della narrativa verista insieme al Verga, che iniziò nel maggio del 1912 all’interno del fascicolo dedicato alla memoria dell’appena deceduto Giovanni Pascoli con un articolo commemorativo riservato al “Poeta delle umili cose, degli umili cuori, delle umili gioie e degli umili dolori.”
Dopo questo primo contributo, apparso in prima pagina, Valentini riuscì ad instaurare un rapporto di lavoro ed amicizia col Capuana, che si tradusse in altre collaborazioni dello scrittore catanese.
Tra le più degne di nota v’è la novella “La Rosa di Gerico” apparsa sulla rivista nel settembre del 1913, che condensa in sé gli elementi e i bozzetti delle novelle di gusto regionale ( “Le Paesane”) e di quelle riguardanti i casi di amori patologici (“Le Appassionate”) scritte in precedenza da Capuana.
I contributi capuaniani, distribuiti in quattro anni, furono in tutto sei, un numero non elevato ma rilevante se aggiunto a quello degli scritti inviati ad “Aprutium” da Adelaide Bernardini, giovane moglie dello scrittore, anche lei nota nell’ambiente letterario del tempo ma che, successivamente, fu oscurata dalla critica all’ombra del monumentale marito.
Gli interventi sulla rassegna lauretana dei coniugi Capuana, va detto, non derivavano soltanto dall’ empatia intellettiva ispirata dal Valentini bensì, prima di tutto, dal fatto che fossero ben retribuiti e che, quindi, erano indispensabili per pagare una gran mole di debiti contratti dai due. Con lo stesso editore Luigi Capuana lamentò, in una lettera, di non riuscire ad arrivare alla fine del mese, una palese forzatura dato che il suo tenore di vita era tutt’altro che parsimonioso. Tuttavia Valentini , da filantropo qual era, non si tirò indietro di fronte alla richiesta del prestito e, per nulla infastidito dall’imbarazzante vicenda, continuò la collaborazione coll’anziano scrittore fino alla morte di lui, avvenuta nel novembre del 1915.
Tra le firme più interessanti e all’avanguardia “Aprutium” annoverò Pirandello, del quale pubblicò le tre novelle “Il gorgo”, “I pensionati della memoria” e “La cattura”, quest’ultima inserita nel numero speciale del 1918, nonché una poesia giovanile “Il cammino” ed un breve saggio “Il fatto estetico”, nel quale lo scrittore critica l’estetismo astratto di Benedetto Croce.
Scrive la prof.ssa Maria Laura Priori: “al tempo della collaborazione ad “Aprutium” Luigi Pirandello non era noto al grande pubblico né la sua opera era da tutti apprezzata”; la stessa critica, sino al 1915, tendeva a sottovalutarne l’ attività di novelliere e romanziere. In effetti, si dovrà attendere la crisi esistenziale successiva alla Grande guerra, perché vi siano le condizioni storico-sociali per comprendere tutta la portata drammatica e sconcertante delle sue opere, la quale è facilmente rintracciabile anche nei testi editi dalla rassegna di Loreto.
Nel bagaglio dei contributi in prosa delle narratrici spicca Grazia Deledda, unica scrittrice italiana ad aver vinto il Premio Nobel (1926), la quale intervenne con due novelle; la prima “Le pietre” risalente all’estate del 1913 e l’altra, pubblicata nel numero di aprile-maggio del 1914, intitolata “Marianna”. Si tratta dell’anteprima del capitolo conclusivo il romanzo “Marianna Sirca”, che uscirà un anno dopo, nel quale vi si ritrovano tutti i personaggi tipici della sua narrativa: la madre che vuole strappare il figlio dalle braccia della donna sbagliata, il giovane prete dal volto truce e taciturno, i due amanti che cercano di liberarsi dall’incubo del peccato rompendo gli equilibri imposti dalla comunità contadina e cristiana.
Quanto a d’Annunzio, anch’egli fece sentire la sua voce dalle pagine della rivista benché, prima in esilio a Parigi poi impegnato nella campagna a favore dell’entrata in guerra dell’Italia, i suoi scritti non siano stati molti, se non alcuni versi scherzosi in omaggio a Capuana e gli interventi sui due numeri del 1917 e del 1918 dedicati rispettivamente al “Re d’Italia” e alle “Armate di Terra, del Cielo e del Mare”.
In precedenza, nell’estate del 1913, il Valentini aveva provato a coinvolgere maggiormente d’Annunzio, perché era sua intenzione riservare un intero fascicolo esclusivamente a letterati, critici e giornalisti abruzzesi, e fra tutti doveva emergere la figura unica ed eccellente del “Vate”. Ma fu proprio d’Annunzio a vanificarne la realizzazione, infatti con un telegramma da Parigi avvisò Valentini che in quel frangente era troppo occupato nella rappresentazione teatrale francese de “La Pisanella” per potervi partecipare. Tenne a precisare, comunque, che appena possibile avrebbe onorato la rassegna inviando un lavoro inedito alla redazione di Loreto, che forse avrà creduto di “risarcire” del numero mancato con una breve poesia inedita indirizzata allo scrittore catanese e con i suoi proclami di guerra.
Primi echi della poesia Novecentesca - Le poesie raccolte da “Aprutium” non furono sempre all’altezza della rivista, molte risentivano degli stilemi residuali del sentimentalismo post-risorgimentale oppure erano brutti “calchi” degli originali Carducci, Pascoli e d’Annunzio.
Non per questo, d’altronde, tutte le liriche erano da scartare, specialmente quelle dei poeti crepuscolari: Guido Gozzano, Marino Moretti, Amalia Guglielminetti e Fausto Maria Martini.
Pertanto non si può che essere concordi col giudizio del prof. Giancarlo Quiriconi che osserva come “sul piano delle testimonianze creative è costante l’oscillazione tra la persistente attenzione al panorama tardo ottocentesco e l’apertura alle nuove esperienze, specialmente a livello dell’area crepuscolare”; un’oscillazione tra passato e presente che, si è visto, caratterizza altresì la prosa.
Uno spazio a parte va riservato ai poeti dialettali, che forse più di quelli in lingua italiana, fatte le debiti eccezioni, fecero onore alle pagine della rivista. Tra le firme migliori emergono i due napoletani Salvatore Di Giacomo e Ferdinando Russo, in particolare Di Giacomo coll’espressività schietta e vivace del vernacolo trasmette la “colorata” varietà dei sentimenti che animano la gente dei bassifondi napoletani (dalla gelosia all’ esuberante allegria).
Tra i poeti abruzzesi vi sono Cesare De Titta e Modesto Della Porta, quest’ultimo nel 1916 esce con una divertente ed arguta poesia: “Matrimònie d’amore”. Vi si racconta la felice sorte di un umile cocchiere, il quale riesce a sposare la figlia dei propri padroni grazie al fatto che la ragazza ad un occhio è cieca e quindi non può vedere tutta la sua povertà.
La parziale cecità di lei fa sì che s’innamori di quest’uomo semplice e devoto, il quale grato, ogni giorno, non dimentica di baciarle l’occhio malato perché “se st’ucchie jere sane e vedê bbone/ j stasse angùr’a basse pe garzone.”
Aprutium e la cultura estera - Molti sforzi dell’editore Zopito Valentini furono rivolti alla sprovincializzazione della rivista, tanto che una lettrice si lamentò col Valentini di quanto poco abruzzese fosse “Aprutium”.
L’attenzione alla cultura estera è testimoniata, prima di tutto, dall’apertura in Rue de la Pompe a Parigi di un ufficio di redazione diretto da Ary René D’Yvermont.
La scelta di Parigi come punto fisso di riferimento è imputabile al fatto che, secondo D.G. Cirillo, “agli occhi di Zopito Valentini il conterraneo (d’Annunzio, allora residente nella capitale francese) appariva come il tramite più sicuro e significativo per una interrelazione fra letteratura italiana e francese.”
Nei fatti l’agognato sostegno da parte dell’impegnatissimo “Vate” stentò ad arrivare, ma d’altraparte Valentini risolse brillantemente incaricando della direzione l’affidabile D’Yvermont, già direttore della testata francese “Isis”. Egli procurerà al periodico di Loreto prestigiose collaborazioni come il classicista Catulle Mendès, il poeta provenzale Mistral (premio Nobel nel 1904) , il simbolista belga Maurice Maeterlinck ( premio Nobel nel 1911) e Edmond Rostan, l’autore della celebre commedia teatrale “Cirano de Bergerac”,
Per quanto riguarda autori di altre nazionalità vi risalta un apporto del valente romanziere Maksim Gorkij, primo scrittore russo a descrivere la lotta del proletariato rivoluzionario e teorico del “realismo socialista”, che influenzerà il corso della letteratura sovietica. Ancora vi si trovano saggi su Scakespeare, E.A. Poe e di Oscar Wilde e addirittura su quelle letterature considerate “di frontiera”, come quella araba e scandinava: la prima si fa notare anche per due liriche del poeta simbolista armeno Hard Naziariant, la seconda è introdotta da un articolo di Achille Ricciardi inerente a Johann Sigurjonsonn, un drammaturgo islandese che stava avendo un gran successo nel Nord Europa ma che era sconosciuto in Italia.
In definitiva, pur non mancando le testimonianza della letteratura straniera, esse peccano di organicità, dal momento che all’interno della rivista ebbero una collocazione casuale. Questo avvenne perché “Aprutium” rifiutò l’organizzazione di un piano ideologico, perlomeno in campo letterario, e preferì essere un laboratorio di idee e proposte, dove si potevano confrontare liberamente le diverse voci dei movimenti culturali nazionali ed internazionali.
A questo punto si può comprendere perché “Aprutium” è stata definita “miracolo editoriale”, in effetti, nonostante i numerosi studi concentrati sulla rivista, ancora oggi resta un mistero come sia stato possibile riuscire a pubblicare in una piccola rivista di uno sconosciuto paesino le migliori firme del panorama nazionale ed internazionale di primo Novecento.
Il segreto però, credo, sia da rintracciare nell’entusiasmo e nella passione di un giovane uomo che condensò in sé ingegno, cultura, dinamismo e generosità ( soprattutto economica) e non ebbe paura di prodigarsi interamente per il “rinnovamento civile” del proprio Paese, anche se i risultati a lungo tempo non furono esattamente quelli attesi e dovette accettare, come tutti d’altronde, i compromessi con la Storia e la vita.
La Politica di Aprutium e i due fascicoli conclusivi del 1917 e 1918 – “Dal punto di vista politico, la rivista è assolutamente d’ordine”, questo il giudizio preciso ed inappellabile espresso dal prof. Francesco Iengo; giudizio che trova effettivo riscontro nella lettura degli articoli pubblicati. Come già accennato, gli interventi della rivista furono tutti favorevoli all’entrata in guerra dell’Italia, non che la guerra fosse considerata un bene ma piuttosto un male necessario; insomma, il “pegno” che dovevano pagare gli italiani per far risorgere l’antica gloria, che ebbero un tempo i padri romani.
Emblematico in tal senso è l’articolo “Noi e la guerra” di Massimo Bontempelli, che nell’immediato scoppio della guerra si rivolge così all’Italia ancora neutralista: “oggi non è, appunto, tempo da pensieri sottili; oggi, per gli uomini e i poeti, c’è un solo dovere: l’azione”. Dalle colonne della rivista, quindi, incita gli italiani a non essere vili e a combattere ora che se ne presenta la necessità; uno sprono perfettamente in linea col credo interventista di molti giovani di allora.
Tali pensieri si fanno sentire più forti coll’entrata in guerra dell’Italia, in special modo nel 1917 e nel 1918, quando uscirono due numeri unici, uno interamente riservato al “Re soldato” e l’altro alle “ Armate di Terra, del Cielo e del Mare”.
Per quanto concerne il fascicolo del 1917 esso è un omaggio in onore di Re Vittorio Emanuele III da parte di intellettuali, come Bontempelli, D. Oliva, d’Annunzio, Farina ecc. Numerosi furono anche gli onori tributatigli dagli uomini di Stato, uno per tutti, l’allora Ministro degli Interni Vittorio Emanuele Orlando.
A distanza di un anno, nel 1918, uscì fuori tempo massimo un numero straordinario dedicato alle Forze Armate d’Italia della Prima Guerra Mondiale.
È considerato straordinario perché si tratta di un documento storico unico, un serbatoio delle molteplici reazioni degli scrittori e dei politici coevi ( Pirandello, d’Annunzio, Gentile, Ezio Maria Gray, Rosso di San Secondo ecc.): dall’angoscia all’esaltazione.
C’è poi un altro motivo per il quale è da ritenersi un documento d’eccezione, si tratta infatti di una rarità bibliografica, perché fu tanta la mole di lavoro ed il tempo impiegato per realizzare le 218 pagine a colori del fascicolo speciale che, spiega il prof. Giovanni Oliva : “il numero concepito a sostegno dell’Italia in guerra aveva perso il suo scopo dopo la stipula dell’armistizio e di conseguenza il grosso fascicolo non fu diffuso e restò in magazzino”.
Pertanto, non essendo riuscita a trovare il suddetto numero per i motivi qui esposti, sto a quanto riferisce il prof. G. Oliva, il quale nel saggio “Riviste in Abruzzo durante la guerra” descrive l’editoriale d’apertura del Valentini come “tessuto di retorica guerrafondaia”; con un linguaggio astratto e palpitante di luce, ideali, sangue e sacrifici l’editore loretese afferma che la guerra a noi italiani è indispensabile per riavere “la nostra parte di aria e di sole.”
Ancora più enfatiche e “mistiche” le parole di d’Annunzio nella “Pasqua di Promissione”, pronunciata precedentemente ai soldati sul Carso il 24 marzo del 1918. Il poeta-soldato vi esalta il sacrificio dei militari italiani, tanto da paragonare il loro sangue perso in trincea a quello versato da Cristo durante la Passione: “un sangue che fortifica sopra la morte.”
Il quadro che esce fuori, da tali affermazioni, è quello di intellettuali impazienti di conquistare “i miti” della modernità, del progresso, della vittoria e dell’eroismo, degli uomini che sperano laicamente ed oltre misura in una prossima “felicità più grande” della Nazione.
Ma, a mio avviso, nel momento in cui essi credono di avvicinarsi colla loro scrittura ai campi di battaglia, in realtà se ne allontanano mediante un’infinità di metafore astratte che poco o niente hanno a che vedere cogli orrori e le violenze della guerra. È come se, affascinati ed esaltati dalle immagini di libertà, purezza, sacrificio e rinascita, riuscissero a distogliere lo sguardo da quell’intima e naturale repulsione, che una carneficina genera inevitabilmente nel profondo di ciascun uomo.
Prima manifestazione atta a promuovere il turismo in Abruzzo voluta da Zopito Valentini - I problemi di pubblicazione di “Aprutium” iniziarono nel 1916, giacché da gennaio a giugno uscì un solo fascicolo doppio; tuttavia, in una nota di redazione, l’amministrazione avvertì i lettori che avrebbero cercato di superare le difficoltà derivanti dalla crisi della carta e della mano d’opera causata dalla guerra, in quanto molti operai erano impegnati al fronte, e li pregò, inoltre, di contribuire alla sopravvivenza del periodico mettendosi in regola col pagamento.
La crisi, però, divenne a poco a poco più insostenibile, al punto da non uscire mai più mensilmente fino ad arrivare alla sua definitiva chiusura nel 1918.
Termina altresì il progetto “di rinnovamento civile” che, secondo il suo editore, doveva partire dalle colonne di “Aprutium” mentre la carriera giornalistica di Zopito Valentini proseguì, prima a Milano nel 1919 come dirigente della rivista “Rinascita” e poi a Castellammare, dove fondò un nuovo settimanale: “L’Ideale Abruzzese” (1921- 1923).
Questa volta Valentini presta maggiore attenzione alla realtà politica locale e agli interessi culturali della regione, tanto che, riferisce la Priori: “dalla rivista lanciò l’idea della creazione della nuova provincia di Pescara, intuendo le enormi potenzialità di sviluppo dei due borghi una volta che si fossero uniti.”
Ma, ripartendo dalla realtà locale, di nuovo egli travalicò i nostri “angusti” confini, e il suo spirito sempre in fermento e la sua mente lungimirante gli fecero intuire la possibilità di un ritorno d’immagine che avrebbe potuto avere l’Abruzzo da una serie di manifestazioni folkloristiche e da una grande esposizione-fiera, che andarono effettivamente a costituire il complesso degli eventi della “Settimana Abruzzese.”
Il suo intento era quello di liberare, una volta per sempre, la nostra regione dal cliché attribuitole da d’Annunzio, per ragioni letterarie, di luogo selvaggio ed esotico, non lambito dalla civiltà.
Valentini cercò di mostrare, alle regioni più sviluppate, tutto il patrimonio economico, artistico e tradizionale che per tanti secoli, in silenzio, avevano prodotto “le genti d’Abruzzo”. Patrimonio che solo attualmente, con orgoglio e sforzo unisoni, tutta la regione sta cercando di valorizzare ed esportare.
In effetti, l’iniziativa promossa e realizzata da Valentini, all’inizio degli Anni Venti, rimase all’epoca l’impegno di un singolo, poiché egli organizzò e, in massima parte, finanziò “La Settimana Abruzzese dell’agosto 1923”, la quale ebbe una risonanza ed un successo tali da parteciparvi, tra i tanti turisti accorsi, le maggiori autorità politiche italiane.
Questa manifestazione, ben riuscita sul piano di un rilancio d’immagine del nostro territorio, depauperò fortemente il patrimonio personale di Valentini. Così che in seguito, per reazione all’indifferenza mostrata da parte di personalità che gli avevano promesso aiuto e che avrebbero potuto risanare le sue difficoltà economiche, scrive ancora la Priori: “amareggiato intraprese un viaggio negli Stati Uniti. E quello che doveva essere un viaggio della durata di qualche mese, fu, dopo un breve ritorno in Italia, un soggiorno lungo sei anni”.
Posso dare a Gioia notizie su Ricciardi. Mi risulta essere nato a Sulmona il 21-12-1884.Comincia a maturale l’idea del “Teatro del colore” a partire dal 1906, quando ne scrive sul SECOLO XIX. Importanti i riferimenti a Wagner e Nietzsche, poichè alla musica verrà sostituito il colore, da intendersi non in senso naturalistico. Incontra D’Annunzio a Parigi e gli espone le sue teorie ricevendone plauso dal vate. Le sue teorie sono contenute nell’opera “Il teatro del colore: estetica del dopoguerra” (Milano, Facchi, 1919). Nel 1923 Prampolini evidenzia analogie tra le idee di Ricciardi e il suo “manifesto della scenografia futurista” del 1915 (cfr. L’atmosfera scenica del teatro del colore rivive nel tempo e nello spazio) Gli scritti di Ricciardi saranno pubblicati nel 1925 (SCTITTI TEATRALI, Torino Gobetti), due anni dopo la sua prematura scomparsa avvenuta a Roma il 21-1-1923.
Altre notizie successivamente. Intanto auguro buon lavoro a Gioia con un plauso per lo studio su un conteraneo ahimé semisconosciuto.
LEO STROZZIERI colaboratore di Abruzzo cultura.
Ciao Gioia,
leggi la mia risposta sotto l’altro articolo.
Sara
Salve Sara!! complimenti per il tuo lavoro, il tuo articolo è interessantissimo. Mi chiamo Gioia e sono una laureanda in Storia del Teatro. il soggetto della mia tesi è un altro abruzzese meritevole e poco conosciuto, Achille RIcciardi, di Campo di Giove, teorico del Teatro del COlore (che dedica a G. D’Annunzio) ma anche autore di riviste tra le quali I Novissimi. Hai avuto modo di trovare notizie su di lui durante le tue ricerche? Se si posso chiederti dove nello specifico? Anche il signor Stefano Valentini, da quanto ho capito di Padova come me, può averne sentito parlare. Sarebbe davvero un grande aiuto al mio lavoro, sto cercando informazioni anche per sentito dire relative alla sua famiglia ed ai suoi parenti, che credo ora siano a Roma, poichè Ricciardi stesso di era trasferito lì per seguire le prove dei suoi lavori al Teatro Argentina. Grazie della cortese attenzione e ancora complimenti per il tuo lavoro!
Gioia D’Angelo
Gentile signora Formosa Enrica, sono mortificata in quanto, ricontrollando i fascicoli, del suo avo ho trovato vari scritti, tra cui un interessante saggio sul poeta maledetto del “Bateau Ivre”, ma nulla sulla poesia da lei richiestami.
Comunque cercherò più attentamente e le farò sapere in merito.
Cordiali Saluti
Sara Evangelista
Gentilissima signora, sono una nipote del poeta Enrico Cardile, e sono alla ricerca di una poesia che il mio congiunto dedicò “al ricordo caro del mio caporale Giuseppe Tomasi principe di Lampedusa,sperduto presso Asiago”, ritenendo che fosse stato ucciso. Il titolo era “Alba triste” e dovrebbe essere stata pubblicata nella rivista Aprutium. Mi rivolgo a Lei in quanto mi pare capire che ha avuto modo di visionare le riviste in questione, capisco che non si tratta di una richiesta di poco conto, ma faccio affidamento sull’entusismo e la curiosità intellettuale che traspare dal suo articolo. Cordialmente
Enrica Formosa
Gent.le Stefano Valentini,
sono sorpresa e felice di conoscerla, anche se in via virtuale; che il mio articolo le sia piaciuto mi lusinga, anche se gran parte del merito non è mia ma della figura eccezionale e filantropa di suo nonno (rara avis specie ai nostri giorni!), inoltre ricevere la riedizione di “Un anno senza rondine” mi farebbe immensamente piacere ( può inviarla presso lo studio commercialista del dott. Enzo Evangelista, via Collatuccio, 04 65014 Loreto Aprutino.)
Per quanto riguarda la pubblicazione cartacea dell’artico sulla sua rivista mi è cosa più che gradita… Non posso che ringraziarla di cuore per l’ interessamento, cordiali saluti a lei e a suo padre
Sara Evangelista
Gentile Sara Evangelista,
sono uno dei nipoti di Zopito Valentini, poiché mio padre Vincenzo (vivente, anche se purtroppo oggi del tutto invalido) è uno dei suoi figli e l’unico maschio. Maria Laura Priori, che lei cita nel suo ottimo articolo (che, non so perché, ho scoperto solo oggi attraverso Google), è mia cugina, a sua volta figlia di una delle figlie di Zopito. Io in realtà sono nato e sempre vissuto in Veneto, perché mio padre (che aveva sette anni quando Zopito morì prematuramente) venne a studiare medicina a Padova e qui è poi rimasto, ma per un insieme di circostanze sto riscoprendo le radici abruzzesi che mio padre, appunto, ha sempre portato dentro lasciandole però inespresse e in ombra. Il lavoro di riscoperta pubblica si è finora concretizzato in due convegni, tenuti l’uno il 25 ottobre 2008 a Loreto Aprutino e l’altro, modellato sul primo, a Padova il 16 maggio di quest’anno: di entrambi troverà traccia sul web. Il merito di queste iniziative, alle quali ho offerto la mia collaborazione, è dell’Associazione Culturale Lauretana (appunto di Loreto Aprutino) e della locale Compagnia del Paradosso, che dal romanzo e dalle lettere di Zopito ha ricavato uno spettacolo teatrale di elevata qualità e significato: esiste un progetto per editarlo in dvd. L’altro dato significativo è stata la ripubblicazione di “Un anno senza rondini”, a distanza di quasi ottant’anni dalla prima e unica edizione di Vallecchi: un’edizione curata criticamente dal professor Mario Cimini dell’Università di Chieti e oggi disponibile sul mercato, anche se non semplice da reperire a causa delle solite difficoltà distributive. Se le è cosa gradita sarò lieto di inviargliene una copia in omaggio, visto che l’editore sono io. E se desiderasse pubblicare il suo articolo anche in forma cartacea, oltre che sul web, me lo faccia sapere, perché dirigo una rivista letteraria (divulgativa e non accademica) e la cosa sarebbe fattibilissima. Intanto un sentito grazie per il suo lavoro, documentato e sicuramente utile a far conoscere una figura in parte (non da tutti) dimenticata ma significativa per la storia dell’intero Abruzzo.
Stefano Valentini
Grazie a te, Rosetti Pasquale, per aver apprezzato il mio lavoro, che mi è costato mesi di analisi dei fascicoli della rivista oltre la lettura della saggistica inerente.
Comunque pare che la critica si stia interessando all’operato di Zopito Valentini, grazie anche alle ricerche del Prof. Mario Cimini.
Sara Evangelista
E’ la storia della mia citta’.La conoscevo in parte.Don Zopito,come lo chiamava mio padre,e’ stato poco ricordato negli anni passati a livello regionale e provinciale.E’ proprio vero,Pescara deve tutto ai Loretesi dai personaggi illustri alla banca,ma non lo diranno mai.Grazie per aver ridado voce a questo personaggio.