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Angelo Marenzana, “Destinazione Avallon”

pubblicato il 25 agosto 2008 alle 20:44
scritto da Simone Gambacorta
tematiche affrontate: interviste, narrativa

Robin pubblica il nuovo romanzo dello scrittore di Alessandria

 Angelo Marenzana (nato ad Alessandria, classe 1954) ci racconta il suo nuovo libro: “Destinazione Avallon. L’ultima via d’uscita per un killer” (pp. 215, Euro 9), che appare per Robin Edizioni nella bella collana “I luoghi del delitto”. Per chi volesse conoscere meglio Marenzana e i suoi libri, c’è il sito www.angelomarenzana.net

 

 

Il tuo nuovo libro s’intitola “Destinazione Avallon. L’ultima via d’uscita per un killer”. Come si racconta un assassino?

 

 «Lo si racconta provando a interpretare il ruolo. Un autore di romanzi a suo modo recita, come un attore a teatro, al cinema. Prima si costruisce una personalità al personaggio, delle motivazioni, e quant’altro serve a dargli un profilo psicologico, poi scavando tra le emozioni, anche del proprio vissuto come autore, la rabbia per esempio, la paura, la vergogna, il sospetto, i dubbi. E si prova ad amplificarle fino a farle diventare possibili strumenti nelle mani (o nel cuore) di un killer. Alla fine, impastando insieme elementi soggettivi ed oggettivi, si prova a scrivere».

 

 Le malavita, invece, che pure è presente nel tuo libro, come la si racconta?

 

 «Attraverso riferimenti reali, che non mancano mai nel mondo dell’informazione, o grazie a “confidenze” di addetti ai lavori che raccontano alcuni tratti del modus operandi di una certa malavita. Si possono raccogliere elementi anche attraverso la lettura di altri romanzi, servizi giornalistici, o guardando film».

 

 Più in generale, che rapporto hai con i tuoi personaggi?

 

 «Di grande simpatia. Di solito li pennello con caratteristiche che possano far di loro personaggi che, nel bene e nel male, mi siano vicini. Magari rubando qualcosa a qualcuno conosciuto, che di solito sono persone che mi piacciono, anche nei loro difetti e nelle loro brutture».

 

 Com’è nato “Destinazione Avallon”? Quanto ci hai lavorato?

 

«Nasce da “Affari sporchi”, uno dei miei primi racconti, pubblicato in una delle prime antologie a cui ho partecipato, “Margine in Nero” edito da Mobydick nel 1997. Mi pareva un racconto compresso, poco fluido per quanto riusciva a contenere, e che avesse in se tutti gli elementi per diventare romanzo, con una trama più articolata. E così in un momento di mancanza di idee e con la voglia di scrivere ho tirato fuori Destinazione “Avallon”».

 

 Hai scritto numerosi racconti: cosa cambia nella scrittura di un romanzo o di un racconto?

 

 «Credo il ritmo. Nel romanzo serve una buon equilibrio nel mantenere alto il ritmo e di conseguenza l’attenzione del possibile lettore, evitare ripetizioni, concetti, e brusche frenate o accelerazioni nell’iter narrativo. Nel racconto invece è l’essenzialità a renderlo un buon prodotto. Non c’è posto per il superfluo. E anche lì occorre dosare con equilibrio».

 

 Cosa, nel corso della scrittura di “Destinazione Avallon”, è stato più difficile o comunque più impegnativo?

 

 «”Destinazione Avallon” si struttura su due piani, quello dei ricordi del protagonista, che però rappresentano un pezzo di vita non sua ma quella del nonno nei suoi racconti (che illuminano la direzione per Avallon) con il presente, tutto nelle mani del protagonista stesso (ciò che fa scattare il meccanismo della fuga). L’impegno è stato nel riuscire ad amalgamare questi due piani senza spezzarli in due tronconi narrativi distinti».

 

 Qual è la tua visione della narrativa di genere?

 

 «Leggere romanzi di genere mi diverte. E questo è essenziale. Se vogliamo approfondire un po’, si può dire che nel giallo c’è sempre un enigma, e l’enigma da svelare è qualcosa che affascina da sempre, individua spazi piccoli o grandi di ricerca in cui l’uomo si può immergere, curiosare, conquistare l’obiettivo finale che poi è, molto semplicemente, riuscire a dipanare una matassa, a trovare una via d’uscita. L’enigma è il contorno che oscura la verità. C’è anche un altro motivo, ed è che oggi il noir (in modo particolare) ci permette di illuderci che la morte, la violenza, il complotto, la guerra, il terrorismo, la politica corrotta, la finanza truffaldina siano qualcosa di immaginario e non da cronaca nera come noi siamo abituati ad affrontare ogni giorno. Dall’altro lato, anche se il mio giudizio potrà essere letto come una contraddizione, credo che questa diffusione sia solo un modo per godere dei drammi della vita. E’ vero che il noir rispecchia una certa esistenza e aiuta a capire meglio certi meccanismi del troppo mistero che avvolge la nostra società, ma è vero anche che non rende giustizia ai fatti reali. Ci si specchia e basta. Magari nella lettura noir scarichiamo tensioni, frustrazioni, o le nostre fantasie turbolenti».

 

 Facciamo un passo indietro: quando e come hai iniziato a scrivere?

 

 «Direi tardi, una decina d’anni fa, già quarantenne. Prima facevo il giornalista, e ho incominciato a scrivere qualche sceneggiatura per storie a fumetti. Cose brevi. Poi ho incominciato ad avere voglia di dare un corpo a queste idee, a vederle su carta, un po’ come si può vedere una storia al cinema».

 

 Credi ai corsi di creative writing? Oppure scrivere è un mestiere che s’impara facendolo?

 

 «Sinceramente non molto. Diciamo che un buon corso di scrittura aiuta a superare gli intoppi iniziali e ad aver maggior coscienza di ciò che si scrive, almeno i primi tempi. Però credo che chi sceglie la scrittura come compagna di vita prima o poi a superare certi ostacoli e a capire certi meccanismi ci arriva da solo. E’ sufficiente leggere, e confrontarsi con altri autori».

 

 Quali sono i “tuoi” autori?

 

 «Amo molto la letteratura francese, quella dell’Ottocento, fino a Camus, per arrivare a Simenon, Izzo, Manchette. Cinema compreso. E non faccio distinzioni di genere. Credo che sia una letteratura ricca di forte personalità, per certi aspetti essenziale, ma capace di far rispecchiare l’autenticità del mondo che rappresenta. E’ una letteratura che aiuta a dare un senso di appartenenza al lettore.  Poi mi diverto molto con autori tipo Lansdale, Robert Crais, Michael Connelly… tanto per citarne alcuni».

 

 

 Fra gli autori italiani di gialli e noir, quali sono quelli che leggi con maggior piacere?

 

 «Anche qui la schiera è vasta. Per fortuna la narrativa italiana di genere naviga in buone acque. Sicuramente mi piace leggere autori come Massimo Carlotto, Claudia Salvatori, oltre all’horror di Gianfranco Nerozzi e Danilo Arona. Ma i nomi sarebbero molti da fare».

 

 

 

 

 

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