Bagni Andrea: luogo VIP? Che delusione!

C’è uno chalet a San Benedetto del Tronto, il Bagni Andrea, che secondo le cronache mondane e le voci di popolo nottambulo sarebbe luogo eccelso per la notte estiva, ritrovo preferito di VIP e bella gente, meta ambita di gran parte del “popolo della notte” della riviera medio adriatica e in particolare di quello abruzzese. Siamo andati a verificare di persona e vi raccontiamo la nostra delusione.

Spinti da tanto rumore attorno a questo luogo, ai primi di agosto siamo andati a vedere cosa offra davvero questo declamatissimo Bagni Andrea. Ecco la cronaca semiseria, ma reale, di quella serata da dimenticare. Dimenticare non tanto per quel che abbiamo trovato, ma soprattutto per la delusione di così poca cosa a fronte di tanta attesa e tanto rumore.

Parcheggio: questo sconosciuto

Arriviamo a San Benedetto verso le 11 di sera. La ricerca del parcheggio (in una cittadina di mare, votata quindi al turismo ma che di parcheggi non ne ha) richiede buona mezz’ora. Troviamo finalmente un buco dove lasciare l’auto che non sia passo carrabile, posto bici, posto moto, posto disabili, strisce pedonali, spazio cassonetto, etc.

Dopo cena

Davanti al celebrato Bagni Andrea troviamo tre energumeni con la faccia seria, in abito nero: dicesi buttafuori. Ci bloccano e ci dicono che dentro stanno cenando per cui se si ha un tavolo prenotato si entra, altrimenti no. Forse, al limite, dopo cena. Andiamo a prendere un gelato in centro. Torniamo verso mezzanotte. Davanti all’ingresso si è formata una piccola folla. Tutti bloccati come noi in attesa della fine della cena. Accadono però cose strane. Ogni tanto arriva qualcuno, si accosta al buttafuori enorme e dalla faccia impassibile, sussurra un nome, lui si china con fare paziente e confabula, poi esamina un pezzo di carta che ha in mano, conta le persone e lascia passare il postulante seguito da altri fortunati che il primo della fila indica personalmente. Immagino sia gente che ha prenotato un tavolo, anche se cenare dopo mezzanotte mi sembrerebbe tardi anche per uno spagnolo, chissà, saranno le eccentriche abitudini dei VIP.  Altri invece arrivano con fare sicuro, lanciano un cenno al buttafuori, salutano, ammiccano e lui apre subito il cordone. Tutti dentro: l’ammiccante appena arrivato e i suoi amici. Saranno sicuramente dei VIP, anche se dalle facce non si direbbe. VIP in incognito? Forse più semplicemente gente del posto amica del buttafuori, amica dell’amico e via dicendo alla solita italiana maniera.

Lei non sa chi sono io

La folla cresce, saremo oltre cento e inizia la calca. Arriva sempre più gente e continua il rito dei “prenotati” e degli “ammiccanti” che scavalcano tutti ed entrano. La calca è ormai insopportabile, la gente pressa da matti, tutti schiacciati, sudati, chi fuma, chi impreca, chi, più italianamente, telefona a qualcuno “amico” per cercare di saltare la fila. Come sempre l’italiano medio in queste occasioni da il peggio di se, o forse da solo tutto quello che sa dare. Ci si raccomanda, si inventano fantomatici tavoli, amici, conoscenti, scuse di ogni genere pur di entrare. C’è anche il mattacchione che ascolta il nome dato da un gruppo e tenta di usare lo stesso nome per cercare di passare. Manca solo l’italianissmo “lei non sa chi sono io”. Ma il buttafuori, Caronte impassibile, traghetta solo alcuni; probabilmente conosce bene i VIP. E loro entrando ti lasciano di traverso un’ultima occhiata di compassione prima di essere ingoiati dal paradiso del Bagni Andrea. Loro VIP, tu sudi.

VIP di campagna

Qualcosa però mi sfugge. Nella calca capita di cogliere le conversazioni vicine (per forza, sei così stretto che ti parlano dentro le orecchie!); quelli che entrano ti passano prima accanto (quasi sopra, per la verità) e dal modo di comportarsi, dall’accento, dai discorsi, e persino dal nome dei tavoli che dichiarano non mi sembrano poi tanto VIP, eppure entrano…mah, misteri della notte. “Tavolo IPER” (gruppo di commesse di uno store del centro commerciale), marcati accenti basso marchigiani o campagna abruzzese, discorsi da mercato rionale del giovedì mattina: che VIP alla mano che sono, dico tra me e me. Loro entrano, noi siamo in fila come sardine da oltre un’ora.

Un passo in paradiso

Il buttafuori forse si commuove, fatto sta che ci lascia passare senza essere dei VIP, degli “ammiccanti” o senza un tavolo prenotato. Finalmente si entra. Superiamo l’ingresso, guardiamo con compassione le altre sardine meno fortunate e muoviamo un agognato primo passo nel paradiso. Paradiso? Una piccola scalinata porta all’atrio, sulla destra un camminamento si perde nel buio costeggiato da alcuni divanetti che scopriremo poi essere molto preziosi. Mentre studiamo il luogo non ci accorgiamo subito della prima trappola: sulla sinistra un passaggio conduce al retro cucina (dal quale esce appunto un orribile odore di cucina). D’improvviso un treno di camerieri e cameriere esce come un direttissimo carico di vassoi, secchielli di ghiaccio e fuochi d’artificio, e ci piomba addosso sgomitando e spingendo. Non un cenno di “scusi”, “permesso”. Solo uno spintone infastidito e via. Della serie: “levati di mezzo, che ci fai qua davanti, non vedi che devo lavorare”. Forse sono stranieri e non parlano italiano? Inutile spiegargli che noi siamo i clienti e loro prendono lo stipendio per servirci, previo nostro versamento di denaro al titolare. Mi viene il dubbio che non siamo abbastanza VIP da essere rispettati e trattati quali clienti.

Il baretto

Entriamo. Sulla sinistra un piccolo bar affollatissimo. Tentiamo un caffè. La temperatura è torrida, quasi equatoriale. Optiamo per una Coca Cola. Il barista si fa ripetere l’ordinazione tre volte, mi assale il sospetto che sia sordo, poi capisco che qui chiedere qualcosa che non contenga almeno il 50% di alcool puro è ritenuto una sorta di evento. Insisto. Per la modica cifra di 8 euro cash mi danno un bicchiere colmo di ghiaccio e con tracce di Coca alla spina, ossia acqua di rubinetto miscelata con anidride carbonica della bombola ed estratto di Coca Cola. Un cambio vantaggioso, non c’è che dire! Almeno ti fanno lo scontrino. Arriviamo nella sala. Anche qui il caldo è quello di Città del Messico. Sulla destra, barricata dietro una specie di postazione da trincea, una avvenente quanto arcigna e algida fanciulla è incaricata di riscuotere il conto dei clienti. La fortificazione massiccia della sua postazione non lascia presagire nulla di buono a proposito di consistenza del costo di una cena. Le chiedo una informazione. Non brilla per simpatia e disponibilità. Mi confermo quindi che serve solo a riscuotere e non ha altre funzioni.

Fine della corsa

La musica del DJ è assordante, il caldo africano. Proseguiamo rapidi verso mare per uscire dalla sauna ma una marea umana ci blocca. Scopriamo così che lo spazio vitale termina li. Oltre c’è solo gente accalcata. Un delirio. Una massa di teste che riesce solo a ondeggiare perché lo spazio per ballare non esiste ormai più da quasi un’ora. A destra e sinistra di questa specie di aia di una fattoria post moderna, ci sono due bar. Li esploriamo, novelli Livingstone. Le bariste sembrano fatte con lo stampo: belle, slanciate e quasi tutte unite da una antipatia assoluta. Sembrano quasi infastidite del fatto che tu stia chiedendo loro qualcosa da bere in cambio di una banconota. Le evitiamo avendo già donato l’obolo al baretto dell’ingresso. La gente però non sembra farci troppo caso. Ci appostiamo in osservazione: i bicchieri volano, le bottiglie di superalcolici, vodka e rum in testa, si esauriscono al ritmo di una ogni pochi minuti. Sembrano tutte bucate sul fondo. Ogni tanto si sente il rumore del vuoto che finisce nel secchio del vetro da riciclare. Ma chi riciclerà il fegato degli avventori? Poi la gente che non vive la notte si stupisce degli incidenti del sabato sera. Ma qualche questore-commissario-politico-cronista-buon cattolico-perbenista ci sarà mai stato in un posto come questo? Da quel che leggo direi di no. E invece farebbe bene a venirci prima di sparare sentenze e varare leggi staliniane: tra poco prevederanno la fustigazione per chi supera il limite di velocità. Ma non lo hanno ancora capito che il 98% del “popolo della notte”, ossia quelli che frequentano i locali da 14 a 90 anni, non riesce a divertirsi se non si da la carica almeno con un paio di bicchieri di superalcolico? E che c’è tanta gente che si scola 3, 4 anche 6 consumazioni in una sera? Cin cin!

Il privè

Verso mare il locale termina in una sorta di piattaforma rialzata con l’ingresso vegliato da un buttafuori. Mi spiegano che è il privè, termine francese che indica l’area più riservata del locale, quella dove i VIP possono stare comodi senza prendere gomitate al fegato e pestate di piedi, senza vedersi rovesciare addosso il drink del cretino di turno che balla col bicchiere in mano, senza dover respirare le zaffate di aliti alcolici e le ventate mefitiche di ascelle che implorano sapone. Ovvio, i VIP sono tutti rifugiati nell’irraggiungibile privè, ecco perché non sono qui e non li vedo. Ma allora, mi domando, chi sono i mille e rotti avventori che mi pressano? Probabilmente ottimisti che come me hanno abboccato alla leggenda metropolitana di Bagni Andrea! Mentre penso questa cattiveria, forse per la legge del contrappasso mi scorre accanto un tale e mi ritrovo con il braccio zuppo: un gavettone? No, sudore. Che schifo.

Al bagno, basta che non sia urgente

Opto per il bagno, anche perché inizio ad avvertire una certa urgenza. Dopo aver scoperto dove sono i Wc, li devi raggiungere. La tragedia si svela in tutta la sua portata solo quando ci arrivi davanti. Un buttafuori è appositamente delegato a sorvegliarli, segno che sono una zona di guerra. La fila è biblica. Due bagni per le donne, altrettanti per gli uomini, a fronte di centinaia di clienti. Non ho scampo: mi metto in fila. Cosa accidente faccia la gente nei bagni è un mistero. Tenendo a mente il tempo medio che impiego io per fare pipi, provo a raddoppiarlo, triplicarlo, immagino con una certa pena che il poveretto abbia un attacco di dissenteria, ma non esce. Sarà svenuto? Sono tutti tranquilli, ma non esce. Poi, dopo un tempo sufficiente per un parto gemellare lui riemerge. Non odo rumore di acqua che scorre: zozzone, penso. Avanti un altro. Dopo quasi 20 minuti riesco a lavarmi il braccio allagato dal sudore e fare anche il resto. Proseguo poi lungo il budello buio dove sono i bagni e sbuco di nuovo all’ingresso. Non ho la forza di tornare nella bolgia e mi siedo sui divanetti accanto ad altri reduci con la faccia stravolta. Lo avevo detto all’inizio che sarebbero stati provvidenziali questi cuscini! Purtroppo un terribile miasma di fogna aleggia nella zona. Arriva a zaffate, quando meno te lo aspetti, e ti invita a fuggire. Poi pensi alla calca, al sudore, alle puzze della folla in pista e decidi che è meglio affrontare la naturale essenza di fogna.

Scatto di orgoglio

Dopo una decina di minuti faccio una nuova riflessione, più dignitosa: ma perché devo soffrire in questo luogo? Non sono un VIP, non so cosa farmene dei VIP, non voglio nemmeno sembrare un VIP; perché dunque dovrei restare a sopportare gli spintoni dei camerieri, l’antipatia delle bariste, il caldo, gli odori medievali del luogo e della gente, la calca e le file. A pro di che? Di “esserci”? Di vedere bella gente? Ho quello scatto di orgoglio che avrei dovuto avere mentre ero in fila fuori come un peones che aspetta il piatto di minestra alla mensa dei poveri: esco. Mentre varco alla rovescia lo sbarramento di pretoriani-buttafuori guardo fiero la folla che suda e implora di entrare. Ma non mi sento fortunato perché sono dentro, bensì perché me ne vado, e per non tornare mai più. Cento metri a nord incontro un altro chalet, il Pao. È carino, allegro, pieno di gente semplice e divertente. Non ci sono VIP? Meglio!