Grafico, pittore, scultore, scenografo, ballerino, coreografo, Alessandro Vigo propone al Mediamuseum di Pescara una mostra dal titolo significativo “de l’Infinito, Universo e Mondi”: un omaggio al filosofo Giordano Bruno. L’esposizione, curata da Chiara Strozzieri che firma l’elegante catalogo, con opere (soprattutto sculture in ferro) dal 2010 al 1965, avrà luogo dal 19 al 28 maggio 2010 (inaugurazione mercoledì 19 maggio alle ore 17,00). Abbiamo incontrato l’insigne personaggio che, grazie alla sua multiforme attività artistica, è da ritenere tra le voci più interessanti e originali dell’arte italiana contemporanea, in una sua visita a Pescara per preparare l’evento che tra l’altro costituisce una significativa risposta del presidente del Mediamuseum Edoardo Tiboni al progetto dell’Amministrazione Comunale di destinare ad altro scopo la struttura museale. Ci ha rilasciato un’intervista esclusiva in dieci domande per Abruzzo Cultura.
D. Maestro, la mostra allestita al Mediamuseum di Pescara offre l’occasione di documentare un itinerario, se così vogliamo definirlo interdisciplinare. Va infatti ricordata la sua formazione artistica che include in un unico perimetro pittura, scultura, teatro,danza, scenografia, architettura. Ci vuol parlare di quegli anni giovanili nei quali tra l’altro ha avuto modo di conoscere personaggi di prim’ordine della cultura italiana come Fazzini, Festa, Ceroli, Colla, Rivosecchi ed altri?
R. Mi sono iscritto all’Istituto d’Arte di Roma dopo l’esperienza disastrosa di un
anno alle scuole commerciali. Trovarmi in quell’ambiente di artisti e scoprire
che i miei professori erano tutti personaggi famosi (Colla, Fazzini,
Consolazione,Golzio, Lenci e altri), è stato entusiasmante, benché non
immaginassi che cosa saremmo in seguito potuto diventare. Dalla mia classe
sono usciti studenti come Ceroli, Masci, Festa e altri. Ma io, a differenza di
loro frequentavo la scuola di ballo del Teatro dell’Opera di Roma,
ed essendo una scuola professionale dovevo andarci regolarmente.
Il mio impegno dunque fu molto intenso e faticoso (prendevo spesso parte
anche a spettacoli in teatro).
Terminati gli studi all’Accademia di Belle Arti nella sezione di Scenografia,
dopo esperienze di lavoro in studi di architetti come Lenci, Aimonino e
Fiorentino, sono entrato a far parte del corpo di ballo dell’Opera anche se
saltuariamente.
D. Si ricorda un suo breve periodo trascorso a Parigi nei primi anni ’60: è stata importante questa esperienza francese per la sua futura carriera di artista?
R. La mia inquietudine e la mia curiosità mi hanno portato a Parigi, dove son
rimasto ben poco. Sono entrato a far parte della compagnia di Roland Petit ma
poiché il compenso era troppo esiguo e non bastava per la sopravvivenza ho
dovuto abbandonare dopo una decina di giorni. Immediatamente mi è stato
offerto un lavoro all’Opera di Nimes per sei mesi, sempre con compensi da
fame e ho rinunciato anche a quello. L’esperienza parigina mi ha insegnato un
mucchio di cose: a parte i musei e le gallerie che in quella città sono
innumerevoli, ho incontrato tanti giovani nella mia stessa situazione. Giovani
artisti che facevano i camerieri e lavori d’ogni genere per poter restare in
Francia e sperare di fare carriera. Io non ce l’ho fatta e sono tornato a Roma
dove sapevo che potevo rientrare nel corpo di ballo all’Opera.
D. Il mondo della danza che a mio avviso è apologia dell’eleganza, dell’armonia, in definitiva dei valori estetici, che influsso ha esercitato sulla sua ricerca grafica, pittorica e plastica? Perché a me sembra essere prioritaria invece l’urgenza concettuale, soprattutto in alcune opere riferite a personaggi storici, come quella dedicata a Giordano Bruno.
R. Lei mi chiede della danza. Tutto quello che dice è vero, ma per quanto mi
riguarda non ha avuto nessuna influenza sulla mia ricerca. È stata la mia
esperienza scolastica a farmi proseguire nella mia ricerca pittorica e grafica.
Nel frattempo ho fatto anche lo scenografo e contemporaneamente il pittore
anche se per un breve periodo. L’ultima mostra che ho fatto riguardava proprio
la danza a cui lei fa riferimento, ed è stata per me la conclusione di un periodo
storico. Non amavo fare mostre. Per me era una vera sofferenza. Allora lei si
chiederà: perché, ora, dopo tanti anni si rimette in ballo? Beh, ora sono in età
avanzata, il nuovo lavoro dei ferri mi entusiasma, mi appaga e mi diverte. Che
vuoi di più? Di Giordano Bruno le parlerò più in là perché è un discorso a
parte.
D. Il suo rapporto con l’Abruzzo e con gli artisti abruzzesi operanti nella capitale non è stato marginale; ha infatti avuto una consuetudine con il citato Ceroli e con l’indimenticato Edolo Masci, eccellente incisore. Da ultimo va anche ricordata la collaborazione con lo Studio Calcografico Urbino di Pescara dell’amico Giannotti, anche lui scomparso qualche anno fa. Ora questa mostra al Mediamuseum curata da una giovane critica abruzzese, Chiara Strozzieri:come giudica un personaggio come lei che opera ad alti livelli in una metropoli, anche se ora ha preferito “rifugiarsi” nell’alta Sabina, la situazione culturale della provincia?
R. Il mio rapporto con gli artisti abruzzesi risale a molto tempo fa. Sono stato
amico di Edolo Masci sin dal tempo degli studi, poi, per chissà quale motivo ci
siamo persi di vista ma ci siamo ritrovati nel periodo in cui ho fatto la prima
esposizione a Roma nel 1969. Sono stato nel suo studio per chiedergli consigli
e pareri sulla mia attività di pittore. Gli espressi i miei dubbi sulla mia tecnica
pittorica perché usavo un materiale alquanto tossico e non solo. Lui fu gentile e
amabile come il vecchio amico di sempre. Purtroppo la mia vita di allora era
piena di impegni e oserei dire di confusioni: il teatro, la danza, i costumi, le
scenografie e soprattutto le coreografie che mi impegnavano anche con
rapporti esterni alla creazione. In realtà era una gran confusione.
D. Dicevamo dell’amicizia con l’incisore Edolo Masci su compagno di scuola: a questo proposito lei si è dedicato anche all’acquaforte con diverse lastre e con una serie davvero interessante di studi e bozzetti scenografici per grandi opere teatrali. Che importanza annette alla grafica in prospettiva pittorica e scenografica?
R. Altra mia grande amica è stata ed è Gabriella Albertini, anche lei mia
compagna di studi all’Accademia di Belle Arti. Devo a lei la collaborazione
con lo Studio Calcografico Urbino e a Giannotti che praticamente mi ha
insegnato tutto sino a riuscire a farmi fare una cartella di incisioni a colori che
si riferiva alla danza.
Certo il teatro e la scenografia mi hanno aiutato molto nel realizzare queste
incisioni. Ho cercato, in questo caso, di non essere sfacciatamente un
“teatrante” tenendomi, con i consigli preziosi di Giannotti, nei limiti e nel
gusto abbastanza moderato. Non volevo ripetermi né riferirmi ai bozzetti di
grandi opere scenografiche, perché sia l’incisione che la scenografia in qualche
modo si somigliano. Lei mi chiede cosa ne penso del mio “rifugio” in Alta
Sabina e della situazione culturale in provincia. Credo che non ci sia molta
differenza, è soltanto una questione di mercato. In questa zona del Lazio ci
sono molti artisti: pittori, scultori, attori e soprattutto musicisti che si sono
trasferiti per trovare un po’ di sollievo dalla kermesse della grande città.
D. Lei ha prodotto un ciclo di opere sul tema degli angeli. Un tema sacro per lei o un pretesto, come per Licini, per sorpassare le colonne di Ercole ed entrare nel regno dell’eresia?
R. La serie degli angeli è stata una produzione dovuta a un momento critico della
mia vita. Non è stato né un tema sacro, né un pretesto “per sorpassare le
colonne d’Ercole” come dice Licini. Ho voluto dare con queste “maquettes”,
soltanto un atteggiamento dolce e distaccato a delle creature che mi sembrava
appartenessero più d’ogni altra al mondo effimero della danza e della musica.
D. Lei ha lavorato con Arnaldo Pomodoro per la messa in scena della Semiramide: questo impegno con il grande scultore è stato determinante per il suo itinerario artistico?
R. Arnaldo Pomodoro è stato uno degli artisti che ho stimato di più. Per me
conoscerlo e lavorarci insieme è stato determinante. Non solo era una persona
che ascoltava, ma partecipava alle questioni che si ponevano con grande
attenzione e comprensione. Parlammo molto, durante le lunghe pause
dell’allestimento di Semiramide all’Opera di Roma. I miei dubbi sulla mia
collocazione artistica, il mio continuo andare in cerca di una realizzazione
erano la conferma del mio vagare dalla scenografia alla coreografia, dalla
pittura alla grafica. Tutte cose che facevo bene ma che mi hanno distratto da
quello che realmente dovevo fare in modo definitivo. Così lui mi consigliò di
approfondire la materia che più mi affascinava, il ferro. Sono dovuti passare
decenni prima di realizzare quello che realmente volevo.
D. Il polimaterismo o meglio la passione per i materiali i più disparati con i quali estrinseca una fantastica Ars combinatoria grazie ad una invidiabile manualità, ha a che fare con la Pop Art o piuttosto con la ricerca surrealista, alla luce anche dell’incontro avuto con Ettore Colla ?
R. La manualità certo non mi manca. Se vogliamo chiamarla Pop Art o Ars
combinatoria o Post Modernismo non lo so, so soltanto che anche in un’ opera
astratta c’é sempre una ricerca surrealista. L’incontro che ho avuto da ragazzo
con Colla c’entra molto poco perché è passato troppo tempo da allora e in quel
periodo non capivo il significato delle opere astratte e l’uso di materiali
D. La struttura, il cromatismo, i richiami culturali danno alla sua ricerca plastica un’evocazione drammatica: è giusta questa lettura? Se si, ci troviamo agli antipodi della grazia e leggiadria della danza. Non è così?
R. La struttura e i richiami culturali dei miei quadri-scultura in ferro, in alcuni
casi, possono avere una evocazione drammatica, ma è la materia, il ferro, che
può dare questa impressione. Il colore non è trattato in modo invasivo e viene
appropriato ai singoli pezzi. Non è vero, poi, che la danza è solo leggiadria.
Può sembrare a volte il contrario. Specialmente nel genere contemporaneo. Ma
se vogliamo, ogni creazione, in qualsiasi caso è dramma.
D. Un’ultima domanda: il titolo della mostra pescarese è “de l’Infinito, Universo e Mondi”. Il riferimento al pensiero di Giordano Bruno è evidente. Ma come mai tanto interesse per questo personaggio? Esclusivamente per il suo pensiero filosofico o per le drammatiche vicende biografiche che lo hanno portato ad essere simbolo del martirio laico?
R. L’ultima domanda che mi fa meriterebbe un trattato che io non potrei mai
redigere. Le dico soltanto che una volta lessi un libro sulla vita di Giordano
Bruno e ne rimasi talmente colpito che lo rilessi due volte. Il suo vagabondare
in tutta Europa, il suo non essere capito, la sua ribellione agli schemi
precostituiti….. Mi sono ritrovato nella sua vita, nel suo pensiero (non parlo di
filosofia, purtroppo non ho fatto gli studi classici), nella sua scienza. Lui mi ha
svelato moltissimi dubbi che avevo sulla religione. In pratica mi ha confermato
quello che già pensavo.
Ora per ringraziarlo posso rendergli omaggio dedicandogli la mia prima mostra
dei quadri-scultura in ferro, al Mediamuseum di Pescara, “De l’infinito,
universo e mondi”.

