Intervista al fotografo abruzzese Cristian Palmieri, per la seconda volta in mostra presso “Il Nome della Rosa” a Giulianova Alta (Te) con una personale dal titolo “Luce nel silenzio”: luce come metafora di possibilità, varco, prospettiva futura. L’esposizione, inaugurata il 19 aprile 2010 nell’ambito della XII Settimana della Cultura, rimarrà aperta al pubblico nei locali del circolo fino al prossimo 27 maggio.
Dopo “Figli dello stesso mare”, in mostra a Giulianova e a Roseto (Te) nel 2009, una nuova ricerca sulla luce: raccontami un po’ quando e come è nato questo lavoro.
In “Figli dello stesso mare” il tema prevalente era il tempo, a cui faceva da cornice uno scenario a me caro e familiare: il mare. Quasi contemporaneamente, a partire dal 2008, mi ha affascinato l’idea che si potesse continuare quel lavoro avendo come motivo principale la luce: tempo e luce, un binomio fondamentale per la creazione di immagini fotografiche. In “Luce nel silenzio” mi sono dunque ritrovato, durante una delle mie escursioni, a visitare l’eremo celestiniano di San Bartolomeo il Ligio nei pressi di Roccamorice (Pescara, ndr). Ho notato alcuni ‘segni’ di luce sulle pareti e da qui è iniziato il lavoro che mi ha condotto a scoprire altre situazioni interessanti nascoste lì fra i monti, dove già qualcuno prima di noi si era ritirato alla ricerca della propria Luce.
Lo spirito di avventura ti ha portato, quindi, ad esplorare forme e luoghi normalmente nascosti alla quotidianità…
La natura e questi posti nascosti – a volte non raggiungibili con l’auto – hanno un loro tempo, che è molto più dilatato rispetto ai ritmi della vita moderna. Spesso accade che l’allontanarsi di qualche metro dal caos che quotidianamente ci travolge ti porti a vedere e ‘sentire’ elementi ai quali non avresti mai dato importanza. Il solo fatto di fermarsi a chiedersi perché e come avvengano certe cose è uno stimolo per l’accrescimento della nostra personalità.
I tuoi scatti raffigurano – come abbiamo detto – alcuni eremi abruzzesi, tuttavia questi sembrano in realtà solo un ‘pretesto’ per la rappresentazione, incentrata piuttosto sulla luce che da essi scaturisce… sbaglio?
Moltissimi fotografi hanno effettuato ricerche del genere e ritengo che studiare la luce sia alla base del lavoro di ogni artista, fotografo, pittore, scultore o architetto che sia. L’eremo – luogo di culto che per noi europei assume un valore essenzialmente cristiano – mi è sembrato il ‘teatro’ ideale per i miei scatti, soprattutto se si pensa che chi ha edificato e vissuto questi luoghi era in cerca di una Luce divina. Nonostante tutto, mi piace pensare che sia stato il Luogo a scegliere di essere fotografato.
Una luce che – trasformata da principio formale a soggetto stesso della composizione – risponde tuttavia ad una ricerca tutta laica ed umana, anche quando indaga i simboli della cristianità…
Il buio è la normalità dell’Universo, e chissà come o chissà chi ha acceso delle lampadine qua e là per ‘rischiararci’. L’energia è così diventata fondamentale per la nostra sopravvivenza, ed ha assunto anche il valore di simbolo – di vita, di speranza – da associare ad un traguardo da raggiungere, un obiettivo professionale da centrare, o semplicemente alla soddisfazione di veder crescere i propri figli. I simboli sono appunto tali ed io ho scelto la luce come metafora. Se un crocifisso rappresenta la sofferenza, dietro ad esso pongo un grande oculo dal quale proviene un bagliore di luce, o illumino un rosario allontanandolo da uno sfondo scuro, o raffiguro una campana in controluce che aspetta di essere suonata.
E invece il silenzio cos’è?
È la sensazione di pace che si prova in quei luoghi remoti: il canto degli uccelli, i ruscelli, le foglie al vento. In ambienti come questi è facile per la luce essere protagonista.
Tu sei stato un ‘purista’ della fotografia, ora ‘convertito’ all’uso del digitale, ma mi sembra che il tuo approccio al mezzo fotografico resti pur sempre quello tradizionale, che vive cioè di un unico scatto… è così?
Ho ‘sofferto’ il passaggio dalla pellicola al digitale, ma la voglia di imparare e la curiosità verso tutte le innovazioni mi ha fatto compiere questo passo (nella mia borsa continuo comunque sempre a portare la mia vecchia “reflex” a pellicola). È un ‘passaggio obbligato’ che prima o poi tutti i fotografi devono affrontare. Oggi chi possiede un banco ottico a lastre o apparecchi 10×10 a pellicola è un professionista di alto livello che ha a disposizione i mezzi per condurre il procedimento per la stampa chimica. Penso di essere stato fortunato nel vivere a cavallo di tale rivoluzione, che mi permette di usare le moderne attrezzature tecnologiche come si faceva una volta. Questa cultura ha fatto sì che per me il momento dello scatto resti sempre quello fondamentale; l’attenzione al dettaglio in fase di ripresa ti costringe poi a pensare e a ragionare anche sul tipo di inquadratura. Sarei curioso di sapere come sarà l’approccio alla fotografia quando l’ultimo dei sopravvissuti al mondo dell’analogico non esisterà più.
Le foto in esposizione dimostrano anche – grazie all’uso di stampa su tela – un’inclinazione verso effetti materici e di ‘sfumato’ pittorico: da dove deriva questa volontà?
Ritengo che il processo creativo non risulti completo fino a che l’idea non sia stata trasferita su stampa. La stampa è l’ultima fase di un ‘flusso’ di lavoro che parte dall’istante stesso in cui nasce un’idea. In questo caso ho ritenuto che la tela conferisse alle immagini una sensazione di tangibilità, quasi che la materia presente in quei luoghi si potesse toccare con mano. La fotografia inoltre, parallelamente alla pittura, può essere davvero considerata un’arte del linguaggio visivo quando crea emozioni; spesso, attraverso le varie tecniche di ripresa, è possibile rappresentare una realtà diversa dal solito, quasi fosse un sogno. Mi piace insomma ‘giocare’ con il tempo e la luce come fanno i pittori con il pennello sulla tela.
In alcuni di questi lavori spicca inoltre un’attenzione per l’elemento decorativo…
I particolari sono parte integrante di un luogo, come gli atomi della materia lo sono per l’universo. Sono il luogo stesso e in essi vi sono storie da raccontare, come ad esempio una porta che attende di essere varcata o una maniglia che cerca la mano che la accarezzi mentre viene abbassata.
La tua fotografia rappresenta il reale – da te ‘filtrato’ con delicatezza e sensibilità – ed in particolare la natura: come mai la scelta di questo tema?
È una scelta frutto della mia personalità semplice, che mi ricorda sempre di essere un ospite di passaggio in questo miracolo che è la vita. Non stravolgo il reale perché non ce n’è bisogno. Ma poi cos’è il reale se non quello che ci costruiamo noi attraverso le nostre esperienze? Il reale è diverso per ognuno di noi.
E l’uomo, che ruolo ha in tutto questo?
Ho posto l’uomo come fruitore di questi messaggi. Effettuando queste escursioni in totale solitudine (chiedendo a volte in prestito la chiave dell’eremo alla vecchietta del paese), mi è capitato di incontrare altri curiosi, ma l’uomo moderno non appartiene a questi luoghi. Fotografare un escursionista con scarponi, bastone e pane e frittata in mano avrebbe inoltre portato il tema decisamente verso altri ‘lidi’.
So che la fotografia è per te un modo di entrare in contatto con gli altri e con il mondo circostante, ma quali sono esattamente le ‘ragioni’ della tua attività fotografica?
Può sembrare banale e ripetitivo ma qualsiasi forma di arte, che la si faccia o la si fruisca, mette in moto un meccanismo di curiosità e voglia di sapere. Io ho iniziato molto presto a fotografare e per un periodo ho avuto una specie di ‘rigetto’ verso questo mondo: ho preso quindi altre direzioni, che mi hanno permesso di trovare la mia strada e conquistare una certa tranquillità interiore. Continuavo sempre a tenere in borsa la mia “reflex”, ma le foto restavano nel cassetto. Per indole sono di poche parole (pure troppo!), tuttavia da qualche anno ho sentito la necessità di tirar fuori quello che ho dentro. Ho preso coraggio grazie alle persone che mi circondano ed eccomi qui a raccontare ciò che sento: con le immagini mi viene più semplice che con le parole.
Hai altri progetti in cantiere di cui vorresti dare qualche anticipazione?
Ho già iniziato a lavorare su soggetti riguardanti sempre il filone della natura, come gli alberi e la loro vita silenziosa; altri progetti che ho in mente riguardano invece temi di carattere sociale, uno dei quali prevede un uso particolare del ritratto. Ma non dico altro… voglio tenere queste mie idee come una sorpresa!
