All’improvviso una cara presenza sembra mostrarsi agli occhi del poeta e svanire fugacemente. Illusione?
Le sacce: è l’ucchie che me s’à ‘vvecchìte
E ‘n ce vð parà’ senne a ì’ cerchènne.
Si conclude con queste parole la prima poesia, che potremmo assumere come l’esergo dell’intera raccolta.
Ma per ora non lasciamoci sfuggire quella bella, presso che intraducibile locuzione di ‘N ce vô parà’ senne…E’ popolare, usualissima, eppure si eleva qui ad evocare una situazione psicologica in cui un disperato bisogno d’illusione vorrebbe far da schermo all’accettazione della realtà, tristemente inevitabile. Consolidati affetti, care abitudini domestiche proiettano intorno al poeta fantasmi d’altri tempi, fulmineamente percepiti e penosamente inseguiti mentre con muta angoscia si celano alla vista, come in un gioco a nascondino tragicamente beffardo.
Cominciamo, dunque, a intravedere sin da ora un contrasto dialettico tra le dimensioni della realtà e i sortilegi dell’illusione, che aprono il varco a ondate di amaro rimpianto.
Gli è che un vuoto presente, pallido e grigio nell’immobilità dei luoghi, delle cose che allora vissero in noi e con noi, ora riavvolge all’indietro la tela del tempo: per attendere una risposta agl’interrogativi che allora non ci ponemmo o per riconfermare un affetto, caldo e vivo, che non può, non deve precipitare nella fredda oscurità dell’assenza. ‘N te l’arecurde? Ma sarà poi vero che c’è stato un tempo di gioiose, vitali certezze? E accoma pô succède / ca de bbòtte?…
Di qui – nell’agile scioltezza dell’endecasillabo rosatiano – un altalenare di dubbi in un intreccio di intermittenze spaziali e temporali, cui si accompagna uno svariare di toni e di colori, di luci ed ombre.
Penzà’ ca ‘rrete a tutte sta scurizie
de nùvele ce sta nu ciele aperte
c’arevònte de luce. Hî da spettà’
sole ca le fa sbarejà lu vente
pe’ vedèrle pulite. Quante e quante
ne tenìsse de luce e quanta sole
se nen te s’accupàsse lu cervelle
de ‘mbrìje e pazzità, e quanta ciele
che te se spalanchésse ugne matine.
Ecco, dunque, una proposta originale di neodialettalità, che mentre si presenta nelle vesti di una consueta, bonaria familiarità, conosce invece il segreto delle costruzioni più ardite perché più autenticamente umane.
Si legga, ad esempio, questa lirica:
E tu dentr’a ssa morte,
a ‘n sapé’ cchiù nijènte, de stu bbène
che je facé vedé la vite sempre
come na cose che valé la pene
de patì’, ugne jorne a vracci-apìrte
l’ème’aspettate, pure se na mbrìje
je purtavame cirte vôte ‘m bètte.
Dentr’a ssa morte tu
e i’ dentr’a sta vite che se pô
chiamà’ ccuscì? C’è state chelu tempe
che j’à tenute come ‘mbracce, accome
dentr’a nu sonne che paré lu vere:
pe’ tte è ‘ncòre accuscì, tu tî ‘ddurmì’
e i’ me so’ resbèje.
Dunque, la vida es sueño? Forse. Chissà. O non lo è piuttosto la morte quando la vita si tramuta in arida e penosa veglia?
Ha ragione Franco Loi quando nella prefazione a questo libro scrive: “Leggevo in questi giorni le riflessioni di uno studente di lettere e filosofia dell’Università di Firenze sulla traccia del pensiero moderno che va da Cartesio a Nietzsche: «Quando la filosofia perde di vista il mistero, quando si erge come criterio performante della stessa realtà, ciò che si perde è anzitutto la libertà umana»”.
Giuseppe Rosato
“Lu scure che s’attonne”
Rimini
Raffaelli Editore
dicembre 2009
Prefazione di Franco Loi
Giuseppe Rosato che ho avuto la fortuna di conoscere e frequentare per molto tempo perchè mi ha seguito dai miei esordi nell’ avventura pittorica, si conferma anche in queste poesie recenti un poeta e uomo d’ altri tempi sagace,profondo e dotato di una grande espressività. In una epoca in cui il clamore del nulla ha troppo spazio e ribalta la sua poesia e la sua sua accompagnata dalla sua naturale riservatezza lasceranno un segno indelebile come indelebile è il ricordo di chi ha avuto la fortuna di conoscerlo.