Divinamente Roma, nella Pasqua 2010 il Festival della spiritualità di Pamela Villoresi

L’anno dopo la Pasqua di passione del terremoto d’Abruzzo, di cui fu l’ispirato contrappunto per i continui richiami solidali e commossi di Pamela Villoresi, direttore della manifestazione anche quest’anno, la III Edizione del Festival della spiritualità, a Roma dal 27 marzo al 3 aprile in 9 siti storico-artistici, alcuni inediti, propone una serie di spettacoli intimi e raccolti dove diversi stili, linguaggi e provenienze convergono nella religiosità laica animata dalla forza interiore dello spirito.

L’espressione solare e sorridente di Pamela Villoresi in gran forma, vestita di un rosa primaverile che ne valorizza la figura leggiadra, è la migliore premessa per un Festival della spiritualità che si spera sereno dopo la Pasqua di Passione dello scorso anno ferita al cuore dal terremoto d’Abruzzo al quale l’artista prima di ogni spettacolo rivolgeva il suo pensiero solidale e commosso. “Divinamente Roma”, il logo del “Festival della spiritualità” con il sole saettante di Pomodoro, ne rappresentò così un suggestivo contrappunto, quasi una sacra rappresentazione che scandiva le stazioni del calvario abruzzese. Ci siamo sentiti di ringraziarla nella conferenza stampa, per l’aiuto spirituale dato lo scorso anno, e per la sua partecipazione diretta alla solidarietà fattiva degli artisti.

Il Festival della spiritualità di quest’anno

Dato conto della conclusione dell’incontro, torniamo all’apertura. La Villoresi all’arrivo al Teatro Valle ha salutato tutti ad uno ad uno nel foyer con semplicità e sensibilità, ai sorrisi si sono aggiunte le effusioni. Da attenti cronisti cogliamo gli auguri sussurrati dal direttore dell’Eti Ninì Cutaia, il padrone di casa, per la sua candidatura alle regionali romane, che spicca ancora di più dopo il “bailamme” delle liste. E’ stato l’unico segno colto a volo, nella sua discrezione l’artista non ne fa il minimo accenno, ma ci permettiamo ugualmente di evocare un fatto di dominio pubblico pur se non artistico; d’altra parte nella nostra cronaca non possiamo ometterlo, abbiamo criticato il “black out” all’informazione politica, e anche volendo rispettare la “par condicio” non troviamo controparti.

Si passa alla platea del Valle, nel tavolo con Pamela Villoresi c’è Ninì Cutaia e una bella sorpresa, Teresa De Sio. Lo scorso anno ci fu la commozione fino alle lacrime del grande Misha Van Hoecke nell’evocare il teatro, quest’anno la De Sio ha parlato con toni intensi di religiosità. E’ stato uno dei due momenti culminanti dell’incontro, l’altro si è avuto con Enrico Groppali, l’autore del testo su Francesca Cabrini, della quale ha ricordato la vita con accenti toccanti e ammirati.

Pamela Villoresi ripercorre l’itinerario del Festival, di cui continua ad essere anche Direttore oltre che interprete, animatrice e per meglio dire anima, sarebbe riduttivo definirla madrina. Promotori le maggiori istituzioni, il Ministero per i Beni e le Attività Culturali e Arcus, l’Assessorato alle Politiche Culturali e della Comunicazione del Comune di Roma e l’Eti, Ente Teatrale Italiano.

“Con la creatività e l’impegno di sempre”, per usare le parole del suo manifesto elettorale, illustra ad uno ad uno i nove spettacoli in programma. Ne sottolinea i due aspetti peculiari che ne fanno un “unicum” nel pur ricco panorama teatrale romano; del resto la portata del Festival è internazionale, perché a “Divinamente Roma” si è aggiunto “Divinamente New York”, la proiezione all’estero partita dall’interesse degli spettatori d’oltre oceano, lo abbiamo già raccontato lo scorso anno.

La prima peculiarità consiste nel dipanarsi della sacra rappresentazione nelle “location” artistiche, chiese e musei, siti storici oltre che spazi teatrali come il Teatro Valle e l’Audiorium Parco della Musica, in un’ideale colonna sonora e spettacolare che dà alla settimana pasquale l’ideale cornice artistica e spirituale. C’è l’altra peculiarità che si ripete, il carattere raccolto di gran parte delle rappresentazioni che avvicina lo spettatore agli interpreti e fa vivere da vicino le emozioni offerte dal cartellone; pertanto alcune saranno ripetute in sequenza per poter ammettere gruppi successivi.

Lo scorso anno vivemmo queste emozioni di persona ai Musei Capitolini nel suggestivo oratorio “La matassa e la rosa” con Edith Stein nell’abito e nel clima del lager impersonata da Pamela Villoresi e all’antico riformatorio minorile romano dove si è vista e sentita negli occhi e nel cuore “Tra le sbarre la luce”, “visitando” di cella in cella le vittime storiche dell’intolleranza religiosa di ogni segno tra i suoni sinistri del reclusorio che venivano dall’androne con le scene collettive. Ricordiamo la funzione religiosa del vescovo Oscar Romero nella sua minuscola cella, interrotta da una revolverata ripetuta ad ogni nuova visita mentre si continuava il percorso, con l’esplosione moltiplicata dall’eco, nel trentesimo anniversario del martirio che cade il 24 marzo 2010.

C’era una forte motivazioni degli artisti, quest’anno la mobilitazione si è ripetuta pur nelle difficoltà della crisi; la Villoresi lo sottolinea, anche facendo riferimento alle ridotte disponibilità economiche, per fortuna al consueto forte sostegno dell’Ente Teatrale Italiano si è aggiunto quello di sponsor generosi, tra i quali una citazione speciale è andata al Monte dei Paschi di Siena.

Stanziati 200 mila euro, 100 mila per Roma e altrettanto per New York - dove sarà dal 22 al 26 aprile 2010 - con una cifra contenuta si sono organizzati due Festival di nove spettacoli con artisti di primo piano, tutti gratuiti tranne i due a pagamento perché nei teatri; si svolgeranno quasi sempre alle ore 20,45 di sera tranne in un caso nella mattinata e in tre casi del pomeriggio.

Indicheremo espressamente queste eccezioni, mentre sottintenderemo senza esplicitarli tutti gli altri ingressi gratuiti e gli orari serali alle 20,45.

La suggestione del teatro in musica e poesia

“In nome della religione si scatenano conflitti e persecuzioni”, ha esordito la Villoresi, il Festival ne fa “un messaggio di rinascita e di amore” con spettacoli ispirati a questo tema e più in generale alla spiritualità e all’anima che alimenta sentimenti laici e religiosi ugualmente nobili ed edificanti.

La musica ha un ruolo fondamentale, ci hanno colpito di recente le parole di Danilo Maestosi, un pittore giornalista che espone in questi giorni al Vittoriano quadri ispirati alle opere di musicisti ai quali sono intitolati: “La musica è quiete e ardore. Ti ridesta poi si addormenta con te, scivola a fondo fino a impastarsi con la memoria e regolarne palpiti e impulsi”. E ancora: “L’anima non è impermeabile, basta uno spiraglio e la musica filtra, si insinua come l’acqua e la sabbia”.

Farà certamente questo effetto “Il cammino dell’anima”, dell’AntUr Duo, che inaugurerà il Festival sabato 27 marzo ai Musei Capitolini, dove la memoria riporta alle radici più antiche della nostra storia; tanto più che non sarà una sala qualsiasi, pur se all’altezza, ma addirittura la Sala Esedra di Marc’Aurelio, con l’originale della statua di piazza Campidoglio. La musica è la “diretta manifestazione dell’anima, che elevandosi ricerca l’equilibrio tra materia e spirito” in un “viaggio mistico-musicale” con due musicisti di origine russa. Dal clarinetto di Anton Dressler e dal pianoforte di Uri Brener le volute armoniose della Rapsodia di Debussy, la penetrante sonorità della Meditazione di Massenet, le modulazioni dolorose del Kaddish di Ravel; intervallate da composizioni originali di musica tradizionale fino ai trovatori, e contemporanea, dal jazz all’improvvisazione; fino alla musica ebraica del Klezmer che lo scorso anno toccò il culmine nello “Spirit of Klezmer”, con le emozioni suscitate dal clarinetto d’oro del mitico Giora Feldman.

Il viaggio in quello che viene chiamato “universo musicale ebraico” prosegue martedì 30 marzo nella chiesa di Santa Caterina dei Funari, dal nome dei fabbricanti di funi di un tempo, con lo spettacolo “Di voce in voce”, avremmo detto così anche se non si fosse trattato del titolo, perché alla voce degli strumenti succede quella “calda e avvolgente” di Evelina Meghnagi. Nella chiesa del XII secolo, tra gli affreschi di pittori come Agresti, Annibale Carracci e Zuccari, sarà rivisitata “di spiaggia in spiaggia, di voce in voce” la tradizione dei canti dell’oriente e del Mediterraneo, da quelli in judeo-espanol alle nenie nordafricane, fino al folk italiano, arrivando anche al tempi moderni, “in un intreccio prezioso di lingue e musica, melodie e ritmi, arcaicità e contemporaneità”.

Quattro giorni dopo, sabato 3 Aprile, vigilia di Pasqua al Teatro Valle, a pagamento, la musica popolare diventa “preghiera laica” nell’“Amén” di Teresa De Sio. L’artista napoletana lo ha creato per il Festival coniugando le musiche popolari, in particolare quelle del Salento. “La musica popolare – ha detto nella conferenza stampa – serve per accompagnare eventi reali come nascite, morti e matrimoni, nel Salento anche fenomeni eclatanti tra il divino e il terreno, lo spirituale e il carnale legati alla ‘taranta’: un mondo affascinante tra religione a psichiatria, musicologia e antropologia culturale, con San Paolo protettore dei ‘tarantati’, mistero nel mistero. Le parole della De Sio ci hanno riportato alla memoria i “Tarantolati di Tricarico” al Festival dello scorso anno. “Io sono atea”, rivela di aver detto a Pamela quando le ha chiesto di partecipare al Festival, “non fa nulla, ce la puoi fare”, la risposta. Aggiunge che le commistioni della musica popolare hanno fatta sopravvivere nel tempo le tradizioni e hanno fatto avvicinare ad esse la Chiesa. Nel suo spettacolo, ispirato all’album “Sacco e fuoco”, chiede al Dio lontano – che rende più vicino a sé immaginando il “Padreterno del Vomero” e la “Madonna della monnezza” – di “sporcarsi un po’ le mani” con le storie umane di Secondigliano; in un’apertura alla speranza verso la costruzione di un futuro migliore nel riconoscimento per chi si impegna a realizzarlo in terra senza attendere la vita eterna.

Dal concerto laico a quello religioso, ispirato a un sincretismo tra la spiritualità occidentale e quella africana: a seguire, domenica 4 aprile, nel pomeriggio di Pasqua alle ore 16,30 ci sarà “Passion”, .e culminerà nella “Missa Luba”. La sede è la Basilica di Santa Maria in Trastevere , del IV secolo: l’arte e la memoria, anche il prodigio nella piazza antistante con la fontana, sono la cornice ideale come lo furono per la “Misa Criola” di Ramirez nella Pasqua 2009. Nelle sue navate risuoneranno prima le musiche sacre occidentali di “Passion”, con l’“ensemble” e voce recitante della Filarmonica mediterranea diretta da Paolo Lepore; poi la “celebrazione del rito liturgico arricchito dai canti tradizionali congolesi tipici della “Missa Luba”, nella creazione originaria, che risale al 1960, del sacerdote Guido Haazen, il quale diede al rito musicale il nome della tribù congolese per la partecipazione dei suoi ragazzi. Questo incontro riesce a combinare la lingua latina con le voci e i ritmi africani, creando un clima di spiritualità universale tra le spinte vitali che vengono dalle percussioni. Un particolare straordinario: segnerà la Pasqua della comunità africana che sarà presente al rito, con don Matteo Zuppi, Assistente spirituale della Comunità di Sant’Egidio e parroco della Basilica.

Il finale, che lo scorso anno fu per i bambini, questa volta è dedicato alla musica sacra: il 5 aprile, lunedì dell’Angelo, alle ore 11 di mattina, all’Aranciera di San Sisto per “Sacred Sufi Music, Music and Poetry”, uno spettacolo dedicato a Rumi, fondatore della “confraternita Sufi dei Dervisci Rotanti”, considerato “il massimo poeta mistico della letteratura persiana”. La sua poesia universale da 800 anni, alla quale l’Unesco ha dedicato il 2007 e 2008, viene portata in musica da uno dei più noti gruppi di “World Sufi Music”, Ahura Project, insieme a musiche originali dell’iraniano Mohammed Eghbal. Sarà quest’ultimo, oltre a dirigerle e interpretarle insieme agli altri esecutori con strumenti caratteristici, a leggere i versi in persiano di Rumi, in un clima suggestivo esotico e antico.

L’incontro di musica e danza

Dalla musica sola o con la poesia all’incontro con la danza mercoledì 31 marzo all’Aranciera di San Sisto nei pressi di Villa Celimontana, in “Bhavana”. Sul palcoscenico montato nel Semenzaio tra le piante di orchidee ed azalee – le composizioni ornamentali esposte ogni anno a Trinità dei Monti – si vedranno le magistrali evoluzioni di Shantala Shivalingappa, un’indiana vissuta a Parigi che ne è autrice e ci fa conoscere il Kuchipudi, danza tradizionale del suo paese mista a forme moderne di tipo occidentale. Il livello artistico è arricchito dalla collaborazione con musicisti del livello di Bejart, Bartabas e Baush che le dà tecniche e forme espressive originali nella fusione tra il gesto ritmico e l’elemento narrativo. Ci saranno il canto e la chitarra di Ferran Savall, e i suggestivi accordi di altri due musicisti: Prabhu Edouard con la “tabla” e Mario Mas con la chitarra spagnola.

La danza è ancora in scena venerdì 2 aprile all’Auditorium Parco della Musica, di Renzo Piano, nella Sala Petrassi, a pagamento, con le coreografie e l’Ensemble del grande Misha Van Hoecke, ma non è unita soltanto alla musica. Dopo il prezioso “Mosaico” dello scorso anno, Misha torna con “Baccanti”, il dramma di Euripide nella cui riduzione “come un poema sinfonico e visivo riviviamo il percorso di Agave, in una dimensione spirituale e religiosa che abbraccia canto, parola e musica”. La parola verrà dalle voci ispirate di Pamela Villoresi e Chiara Muti che ha anche elaborato i testi dell’originale rivisitazione del famoso testo classico. Misha festeggia i 20 anni in “Ravenna Festival” portando avanti la sua continua ricerca del senso più profondo insito nell’espressione artistica. Qui la ricerca si spinge attraverso il mito di Dioniso e i riti orgiastici delle Menadi, che liberano corpo e spirito, “in una lettura insospettabile e notturna”, scelta perché “solo di notte siamo fino in fondo noi stessi”.

I contenuti e i motivi del teatro di prosa

Tre grandi spettacoli di prosa fanno da momento di confronto con se stessi e con gli altri oltre che di meditazione, nel panorama musicale e poetico che si è descritto. Due sono quasi all’inizio, subito dopo la giornata inaugurale, forniscono elementi di riflessione che accompagneranno nei giorni successivi.

Il primo è in programma la sera di domenica 28 marzo all’Acquario Romano dell’Esquilino, dopo il restauro ribattezzato Casa dell’Architettura, si intitola “L’Arca di Noè”, autore Michele di Martino, musiche originali di Luciano Vavolo, diretto e interpretato da Pamela Villoresi, con attori tra cui David Sebasti, con lei anche nel Festival del 2009 in “Il curato e il pagliaccio” e a teatro in “Marlene”. E’ basato su un’approfondita documentazione da testi ebraici della genesi dell’Arca, da quando c’erano solo tre cipressi, lungo la sua costruzione, il suo popolamento con gli animali e l’oscuramento del cielo, la tempesta e il diluvio universale. Le azioni umane e i fenomeni naturali fanno da contrappunto a quanto si muove nelle menti e negli animi: la saggezza e lo spirito di comprensione della moglie di Noè, Naama, il terrore e il rasserenamento, con la solidarietà e l’amore che aprono alla speranza quando torna la quiete. Il ritiro delle acque e il primo raggio di sole segnano “l’inizio di una vita nuova in un mondo nuovo”. Metafore, corsi e ricorsi, si innestano su una rappresentazione biblica inedita e coinvolgente.

Lunedì 29 marzo, alle ore 17,30 del pomeriggio, ai Mercati di Traiano, in uno straordinario scenario archeologico, “Francesca la Santa degli Emigranti”, interpretato da Vanessa Gravina con la regia di Maurizio Panici. L’autore Enrico Groppali lo ha presentato nella conferenza stampa con intensità di accenti, ha ricordato come la figura di questa suora lombarda è meno conosciuta di quanto meriterebbe, essendosi battuta per rendere umane le condizioni di vita dei nostri emigrati, allora veramente subumane, soprattutto per quelli del meridione che venivano discriminati; e abbiamo ricordato con lui che nel foglio di imbarco, unici al mondo, i meridionali dovevano indicare “Italian South”. Ha parlato degli istituti creati dal 1889 negli Stati Uniti, poi in America del Sud, infine in Europa: ospedali, orfanotrofi e convitti. “Battè palmo a palmo il luogo dei quattro assassini” – ha detto citando Dickens – insegnava italiano ai figli degli emigranti mentre il prete diceva la messa, raccomandava l’uso del teatro per svegliare le coscienze nel segno dell’intelligenza, diceva ‘ricordatevi del povero fornaretto che sono io’”; fino alla morte avvenuta nel 1927. Aggiungiamo la solidarietà che riuscì a suscitare in personalità delle fedi più diverse, fece unire tanti a lei nella sua opera di benefattrice dell’umanità. E’ uno spettacolo che sarà recitato oltre che in italiano anche in inglese, la lingua del mondo nel quale svolse la sua opera.

Se in Francesca Cabrini la fede si unisce all’umanità, in un’altra suora si unisce soprattutto alla ragione. Giovedì 1° aprile al Planetario questo tema sarà sviluppato in “Stellarum Opifice”, di Valerio Moretti, regia Marco Carniti. La sede è affascinante, c’è una cupola di poco meno di 15 metri che riproduce il cielo stellato nel quale si può navigare con proiettori tridimensionali; ed è quanto mai adatta perché protagonista è Suor Maria Celeste Galilei, interpretata da Federica Bern. Una storia delicata, del rapporto tra il grande padre e la figlia illegittima Virginia, suora dal 1600, e lo soccorre nei momenti difficili, come si ricava dall’epistolario al quale la narrazione si ispira. Ci sono i disegni che Galileo mandava alla figlia, e lei gli scriveva: “Come vorrei avere un apparecchio per avvicinare le persone come voi fate con le stelle!”. Pure questo spettacolo oltre che in italiano sarà anche in inglese.

Fede e ragione è un tema di grande attualità oggi, essendo il pensiero di papa Benedetto XVI imperniato su questo stretto rapporto; come lo è il tema della fede e dell’umanità, dinanzi alle tendenze del mondo moderno che nella vita pratica si allontana dai principi ideali e religiosi. Sono impulsi contrastanti che accompagnano l’uomo dall’inizio, quando si salvò sull’Arca di Noè. Per questo evocarli nei tre spettacoli in prosa susciterà riflessioni che accompagneranno nell’intera settimana pasquale.

Il “timor di Dio”, fil rouge del Festival e motivo di questa Pasqua

E’ un cartellone, quello del Festival appena illustrato, in cui i vari spettacoli delineano un percorso coerente ancora più che lo scorso anno. Le minori risorse non hanno inciso sulla qualità, la ricerca è andata ancora più in profondità. Di nuovo momenti di confronto e spunti di meditazione, con artisti famosi che possiamo chiamare Maestri e giovani di talento a livello anche internazionale: un itinerario dello spirito sulle ali di musica, parole e poesia, con i passi di danza dove si fondono il corpo e l’anima.

Il “filo rosso” quest’anno viene anche enunciato, a differenza delle altre due edizioni in cui gli spettacoli non avevano un denominatore comune definito esplicitamente. E’ il “timor di Dio”, che Pamela Villoresi definisce così: “Il canto, la preghiera, il mito, il teatro, raccontano spesso dello smarrimento dell’uomo nei confronti di una forza inconoscibile e terrifica, di una volontà forte, immensa, che nel dispiegare il suo volere, non tiene in nessun conto l’essere umano. Questo timore, questa dichiarata fragilità dell’uomo riempiono infinite pagine del rapporto tra l’uomo e Dio”.

Evocarlo con l’aiuto dell’arte fa svanire questi contorni che generano smarrimento riconducendolo al significato assunto nel linguaggio comune della tradizione: la persona con il “timor di Dio” è quella corretta e onesta, attenta e rispettosa. In fondo, è l’abitante ideale del mondo migliore che Teresa de Sio ha evocato e ringraziato nel suo spettacolo, partendo da un dichiarato ateismo ma arrivando ad esprimere e far sentire accenti di profonda, intensa religiosità. E’ quello che ci vuole per la Pasqua, santa per tutti, credenti e non credenti, ugualmente presi in positivo dal timor di Dio.