Il mio ricordo di Annino

A un anno dalla scomparsa di Annino Di Giacinto rimane difficile tracciare il bilancio di una vita e di un personaggio che sembrano sfuggire a ogni definizione e classificazione. Sulla base di una serie di riflessioni condotte sul filo della memoria, Silvio Paolini Merlo fornisce qui un primo ritratto complessivo di Di Giacinto, abbastanza distante dall’opinione corrente.

Dopo la fulminea, crudele scomparsa di Annino Di Giacinto, un anno fa, Teramo e i teramani hanno voluto ricordarlo in vario modo. Nei giornali come sulla rete, informalmente come anche in occasioni ufficiali. Vorrei perciò lasciare anch’io una mia testimonianza, e tentare di fornire, dal mio punto di vista, un ritratto fedele della sua complessa figura.

I miei primi ricordi di lui sono, per ragioni cronologiche, successivi al suo allontanamento dal corpo di ballo del Teatro dell’Opera, avvenuto nel 1980, come è noto, per via del suo convinto attivismo sindacale. Ero molto giovane allora, per cui compresi poco questo episodio, quanto emblematico di tutta una vita fosse per lui. Ricordo la forte impressione che mi procurava sapere dei suoi studi universitari, ai quali si applicava sempre di notte per poter trovare la massima concentrazione. Ricordo quando, salendo a giocare nella soffitta della sua abitazione, in una delle case popolari di via Po dove Annino viveva insieme ai genitori adottivi, mi capitò di leggere una lettera alla madre Paolina, scritta durante il servizio militare. Una lettera amara, disillusa, nella quale dichiarava tutto il suo rancore per un certo tipo di società e di autorità. Lo ricordo quando tentò incautamente la carriera politica, faccenda troppo poco idealista per un fiero idealista come lui, e in tante altre circostanze, sempre sagace, pungente, spiazzante. Mi feci presto di lui l’idea che è poi rimasta quella prevalente, e di cui sono ancora oggi convinto: quella di una fortissima personalità, di una non comune intelligenza, che nello studio e nella cultura, come egli stesso dichiarerà in varie occasioni, aveva trovato uno strumento di emancipazione sociale e di lotta civile.

Certo, Annino è stato anche un artista, ma credo non per propria scelta. Nell’intimo è sempre rimasto anzitutto un intellettuale e un uomo di studio, con la duplice fortuna di essere nato con un grande talento atletico, e di aver incontrato sulla sua strada una delle più straordinarie insegnanti di danza che l’Italia del dopoguerra abbia avuto. Entrambe le cose sono state determinanti, ma entrambe hanno poco a che fare col merito. Il fisico ci è dato dalla natura, l’incontro con la persona giusta dal fatum. Invece i meriti di Annino sono stati altri. La sua attività di docente pubblico, di sociologo e di giornalista, di scrittore e poeta, gli approfondimenti per “Interamnia” e per “La Città”, con le cui conclusioni per la verità non mi sono sempre trovato d’accordo, sono da vedere come i maggiori esiti della sua vita di uomo e di professionista. Negli ultimi anni, tornò più volte a chiedermi un’opportunità per tornare a occuparsi di danza, aggiungendo che in città non ne aveva più avute. È stato per me sempre un piacere coinvolgerlo, e sono consapevole che la mancanza di una persona come lui peserà non poco nella vita culturale cittadina. Io stesso sarò tra i primi ad avvertirne e rimpiangerne l’assenza. Ma resta il fatto che, dopo l’esperienza romana, l’attività artistica di Annino è stata tutta in discesa. Le sue scuole, prima a Teramo e poi a Pescara, hanno avuto vita limitata e in qualche caso non priva di vicissitudini. Cosa poi mia madre abbia sempre pensato della sua decisione di darsi all’insegnamento della danza, fra l’altro in aperta competizione con lei, credo sia noto e non starò qui a rimarcarlo. Posso solo aggiungere che, quando mi capitò di fargli notare l’implicito riferimento a lui in un mio pezzo per la Rivista Abruzzese, nel quale affronto il tema della “diaspora” avvenuta negli anni Ottanta fra Liliana Merlo e alcuni dei suoi ex allievi, contrariamente a quella che era la sua indole, non replicò nulla.

Annino con Liliana Merlo nel 1972

Un ultimo ricordo che voglio trascrivere, significativo per più ragioni, è la cena alla quale Annino venne invitato con la sorella Angela, non appena mia madre venne a sapere del suo problema di salute. Ricordo che Annino, molto affabile e cordiale ma visibilmente provato per via delle cure, rimase per tutto il tempo con un cappuccio di lana in testa. Discorremmo a lungo, del suo concorso a cattedra, del progressivo sfaldamento della scuola italiana, e di tante altre cose. Quasi nulla, invece, sul tema danza. Fu un momento di palpabile commozione, perché non era solo il segno dell’affetto profondo di una maestra mai venuto meno nei confronti dell’allievo, ma anche l’occasione per una definitiva conciliazione fra i due personaggi, tanto legati e distanti, alla cui vicenda privata io ho avuto il privilegio di prendere parte.

Conserverò sempre questi ricordi di Annino, spirito ribelle, battagliero e anticonformista, acuto osservatore della società, forse un po’ vittima della sua natura libertaria, ballerino per sua – e nostra – fortuna.

 

 

Silvio Paolini Merlo

 

 

(articolo apparso su “Teramani”, n. 60, Gennaio 2010)

 

 

Didascalie immagini:

- Annino in uno dei suoi ultimi ritratti

- Annino con Liliana Merlo nel 1972, lo stesso anno in cui si diplomava alla Scuola del Teatro dell’Opera di Roma

 

Un commento

  • Francesco Ascani scrive:

    Ho già avuto modo di manifestare il mio pensiero su alcuni articoli di questo magnifico autore, in tema di danza, musica e teatro, sicuramente notevoli per tanti aspetti ed ora voglio solo riaffermare la validità della pubblicazione, anche su questa Rivista, di quanto già apparso sul mensile “Teramani”, perché godibile da un pubblico più ampio.

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