Teramo: destino di un teatro
Scritto da Silvio Paolini Merlo il 9 marzo 2010
Vita, avventure e morte del cuore culturale cittadino: i come, i quando, i perché
Fino alla prima metà del secolo scorso, come noto, Teramo ha avuto un suo teatro, fra i più belli e grandi d’Abruzzo e il più antico dopo il Marrucino, sopravvissuto per poco più di novant’anni. Curiosamente, o forse no, la ditta appaltatrice di quello che sta per prendere il suo posto ne avrà lo sfruttamento per un periodo di molto inferiore. Circostanza che ricorda il triste caso del Pomponi di Pescara, più capiente ma molto più giovane, costruito in due mesi nel 1923 per l’unificazione di Castellamare Adriatico a Pescara e rimasto per tutti i suoi quarant’anni di vita un anonimo cineteatro.
Vediamo perciò di capire. Il teatro venne inaugurato nel 1868, in data ignota, dopo una lunga gestazione risalente all’aprile 1840. Dopo esitazioni delle autorità borboniche, ripetuti rinvii a causa dell’opinione diffusa che l’impresa fosse troppo onerosa e non di stretta necessità pubblica, variazioni sul progetto originario del Marchese Spaccaforno, al quale infatti succederà l’architetto teramano Nicola Mezucelli, autore anche del Teatro di Atri, si giunse faticosamente all’apertura ufficiale. Nel frattempo, con un decreto del 1866, il teatro era stato affidato per regolamento alle cure di una “Deputazione dei pubblici spettacoli” nominata da un podestà (l’attuale autorità prefettizia), la quale aveva potere discrezionale su tutto, dalla scelta degli impresari e delle compagnie a quella dell’ispettore di palcoscenico, dall’attività censoria fino ai servizi. Il suo aspetto era, se non regale, di una certa eleganza: tre ordini di palchi in velluto rosso con paralumi e portascialle in ottone, un ampio loggione con palchettoni laterali, 122 sedie fisse in platea per un totale di 608 posti più altri 54 per l’orchestra, un palco di 208 metri quadri, un proscenio con membrature e rosoni in bianco e oro, un telone dipinto da Bernardino De Filippis Delfico con la scena di Petrarca incoronato, un lampadario centrale dorato con figure allegoriche realizzato dalla ditta Pandiani di Milano, che verrà trafugato in seguito alla demolizione.
Mancando di fatto, come si è visto, una vera e propria sovrintendenza artistica, gli eventi programmati nel corso dell’Ottocento furono nel complesso mediocri, quasi mai al di sopra della media nazionale, assai più spesso al di sotto, ripagati ovviamente da scarsa affluenza di pubblico. Di una letteratura critica o di una stampa locale che si occupasse della vita teatrale cittadina, a parte i rotocalchi e le cronache mondane, neanche l’ombra. Luciano Paesani ha fornito una generosa rassegna degli episodi più meritevoli, ma a enumerarli tutti si fa presto: dopo un modesto Ballo in maschera verdiano per la serata inaugurale, seguito da due opere donizettiane e due “balli fantastici” di certo Ettore Barracani, nel 1899 intervenne la compagnia drammatica di Enea ed Eugenia Polzi Zoli, che propose Sardou, Shakespeare, Dumas padre e autori italiani, un Mefistofele di Arrigo Boito nel 1901 con il soprano Elda Cavalieri, autentica “diva” del momento, una sontuosa Aida nel 1903, un Otello nel 1905 che attirò alcuni “forestieri” dalle Marche, lo stesso anno un Tartufo di Molière con Gustavo Salvini, che tornerà quattro anni dopo con Amleto, Edipo Re e altri classici. A questo andrebbe aggiunta una Thaïs di Massenet nell’estate del 1909, caso quasi unico in un cartellone per il resto dominato dal melodramma italiano e da cavalli di battaglia dell’operetta e del teatro musicale leggero. La triste realtà è che le stagioni ufficiali, come ha sottolineato Paola Ferella, non ebbero mai carattere di regolarità come in altri capoluoghi di provincia, L’Aquila e Chieti incluse. Fiorirono al contrario società di attori dilettanti, comitati e sodalizi culturali di vario tipo, tra i quali il solo davvero rilevante sarà, dal 1895, la Società musicale “La Cetra”, che nel 1931 darà origine all’Istituto musicale intitolato a Braga. Da ricordare anche perché dal suo impulso nel 1906 nascerà, nei locali assegnati al custode, la cosiddetta “Sala della Cetra”, che con la sua discreta capienza, il suo piccolo palcoscenico, un ballatoio sorretto da colonne e una tribuna, assumerà se non altro in potenza la veste di ridotto del teatro comunale.
La programmazione riprese a singhiozzo dopo il 1918. Tra i pochi eventi degni di nota di quegli anni, la messa in scena di una Madonna Oretta di Riccitelli, una Francesca da Rimini di Zandonai diretta dall’autore nel 1935, la compagnia drammatica di Ermete Zacconi, un casuale sopralluogo di Pietro Mascagni che pare diede consigli sulla collocazione dell’orchestra. E in Italia lavoravano in quegli anni la Duse e Toscanini, le compagnie di Pirandello e di Petrolini, alcuni dei più grandi musicisti e uomini di teatro del mondo intero, e vi erano passate le rivoluzioni del futurismo, dei Ballets Russes e della Duncan. Prima ancora del secondo conflitto, nel 1936, il teatro si trasformò in sala cinematografica, fatto che da una parte lo declassò ma dall’altra lo confermò per ciò che esso era: un luogo di ritrovo adibito a spettacoli promiscui, che in seguito divennero subito quasi esclusivamente cinematografici, anche per le indecorose e precarie condizioni dell’immobile. Una variazione d’uso, questa, che andava ad aggiungersi alla funzione già da tempo assolta in città dal cinema Apollo, attivo fin dal 1912, ma che si atteneva opportunamente alla visione strategica di un regime per il quale il cinema era “l’arma più forte”, utile al consenso interclassista della società italiana.
Nel 1938, sempre su delibera del podestà, ebbe inizio la concessione in affitto ai privati. Fu l’inizio dell’ultimo atto di un lento inesorabile declino. Su incentivo delle leggi fasciste, era iniziato nel frattempo il prolificare delle filodrammatiche e dei dopolavoro, che contribuì a catturare l’attenzione di pubblico e operatori a svantaggio delle compagnie professionistiche. Sempre meno utilizzato per tutto il dopoguerra, il teatro rimase per lo più chiuso salvo il ridotto, che assolvette alle funzioni più diverse. Travolto dal vortice di un finto modernismo, con l’avvento della televisione il teatro fu presto surclassato anche come sala cinematografica. In quegli stessi anni il gestore del cineteatro Massimo di Pescara poteva dichiarare che “il teatro, come esercizio, è ormai inesorabilmente finito […] la televisione è il modo più idoneo, economico, immediato, continuo e perfetto per giungere a un pubblico immenso come non sarebbe mai stato possibile attraverso l’esercizio teatrale”.
La stampa locale, spronata dal fenomeno dell’emigrazione e dai miraggi dell’incipiente boom economico, fece il resto: Il Tempo uscì il 3 aprile 1957 con un articolo in cui la presenza a Teramo di un grande magazzino a prezzo unico veniva reclamata a viva voce non solo dal consiglio comunale ma “dalla stragrande maggioranza della popolazione, nonché dalla Prefettura, premurosa dell’interesse pubblico”. Nel 1958 il sindaco e la giunta avviarono una lunga trattattiva con i vertici di Standa e Upim, piuttosto esitanti a investire in città per la constatata mancanza di luoghi di intenso traffico. A lungo auspicati, con le sedute del 18 maggio, e poi del 2 e 11 settembre 1959, il consiglio deliberò l’abbattimento e ricostruzione dello stabile come cinema-teatro, con i locali Standa al posto dell’originario ingresso ad archi. Nessuno o quasi si oppose. Al contrario, timidamente avanzata l’ipotesi di un restauro, ormai nei fatti del tutto impraticabile, i consiglieri si fecero a turno portavoce di una crescente insofferenza della popolazione cittadina per una situazione di disoccupazione e di penuria divenuta insostenibile, alla quale invece l’esistenza di una struttura più moderna, alimentata dall’imprenditoria del nord, avrebbe portato nuova linfa, creando posti di lavoro e innescando un processo virtuoso che avrebbe favorito anche esercenti e artigiani.
Il destino del teatro veniva dunque scritto. Ma si trattava a veder meglio di un destino segnato già da tempo, in fondo dal primo giorno. Anziché come tempio della cultura, il teatro di Teramo era stato visto fin dal principio come un enorme guscio d’ostrica che, finita la polpa, avrebbe dovuto comunque essere gettato via. Non era stato edificato per durare, per rappresentare e preservare una storia o una tradizione culturale, perché né l’una né l’altra vi era mai stata. Perciò a decretarne la fine non fu la povertà dell’Italia postbellica, non furono gli impresari, non fu una classe politica, la quale non interpretava altro che le esigenze e i desideri di un’intera popolazione. Fu la città, furono i teramani, fummo noi. La congiura non fu di parte, di classe, di partito, fu collettiva. Le responsabilità non furono solo di un’amministrazione miope, di una direzione artistica inesistente o di un pubblico impreparato. Fu anzitutto l’acquiescenza diffusa a un malcostume sociale per cui la cultura artistica, specie quella drammatica, rientra a tutti gli effetti fra i beni voluttuari, assegnati all’effimero, e come tali facilmente rimpiazzabili.
(articolo apparso su “Teramani”, n. 61, Febbraio 2010)
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Credo necessario chiarire alcune questioni che emergono da questa mia ricostruzione della vicenda del nostro teatro. La lettura, anzitutto, è condotta per via insieme induttiva e deduttiva, e nasce dal confronto tra gli elementi che ho potuto raccogliere dalle numerose fonti a mia disposizione e da un’intuizione di fondo emersa nel corso della ricerca, che naturalmente può essere condivisa o meno. Da questo punto di vista, l’articolo è chiaramente articolato a partire da una serie di tesi:
1) che il teatro fu, da sempre e fin dal principio, mal gestito e male utilizzato, anzitutto perché affidato a un comitato di burocrati anziché a una direzione artistica;
2) che Teramo non riuscì mai a valorizzare e a utilizzare adeguatamente le potenzialità che le venivano offerte col suo teatro, ma lo considerò sempre in termini ludici e localistici, rimanendo in concreto al di fuori della storia reale dell’arte italiana ed europea;
3) che l’amministrazione comunale capeggiata dal sindaco Carino Gambacorta deve essere considerata in realtà l’”esecutrice materiale” di una congiura operata ai danni del teatro in data ben anteriore (la stessa proposta d’abbattimento con relativa discussione consiliare iniziò fin dai primi anni Cinquanta) e di gran lunga più estesa quanto a responsabilità, anche perché, come ognuno sa, i “mandanti” di un delitto non sono meno responsabili degli “esecutori”;
4) che la situazione con la quale la giunta dovette misurarsi verso la fine degli anni Cinquanta era, da un lato, una città notevolmente impoverita e a rischio paralisi, e dall’altro un teatro ormai ridotto a un rudere;
5) che gli amministratori attuali dovrebbero far tesoro di questa autentica onta epocale della nostra città, dalla quale anch’essi, per nemesi storica, sono ora chiamati a farsi carico in previsione dell’imminente costruzione del nuovo teatro cittadino. Un nuovo teatro che servirà a poco, e che avrà ben poco di “nuovo” senza questa presa di coscienza.
Detto questo, ritengo che la mia lettura non propenda né a facili qualunquismi del tipo “tutti colpevoli tutti innocenti”, né a ingenue assoluzioni verso questa o quella parte in gioco. Il problema, vi si sostiene al contrario, è ben più complesso e articolato di quanto finora si sia solitamente sostenuto.
Articolo letto con vero piacere, dopo essere stato attratto dalla foto iniziale, che ha risvegliato in me tanti ricordi belli di gioventù, quando andare al cinema era il miglior divertimento.
Ho appreso tante notizie storiche sul nostro teatro, uno fra i più belli e grandi d’Abruzzo e, purtroppo, anche del suo declino, culminato nell’abbattimento, il tutto con argomentazioni reali e significative dell’autore, al quale va il mio sincero apprezzamento e ringraziamento.
L’annotazione “articolo apparso su ‘Teramani’, n. 61, febbraio 2010” rende valida la pubblicazione anche su questa rivista, specie per noi di Montorio che non riceviamo ‘Teramani’, anche se sono riuscito a procurarmi il n. 60, gennaio 2010 per leggere “Il mio ricordo di Annino” sempre su suggerimento di Silvio Paolini Merlo, in esito ad un mio commento ad un altro suo ottimo articolo “Liliana Merlo oltre l’Abruzzo”.
Grazie ancora.