La MetrArt (arte metropolitana) di Cosimo Rizzuto

Personaggio di grande cultura e soprattutto di squisita raffinatezza estetica, Cosimo Rizzuto, artista siciliano (è nato a Palermo nel 1937) è oggi tra le voci più significative di quella che potrebbe essere definita “MetrArt”, ovvero arte metropolitana. Con questa terminologia si intende una ricerca pittorica che documenta, direi con fissità pirandelliana, lo status delle grandi aree urbane o meglio della cartellonistica pubblicitaria che sappiamo essere nelle nostre città talora selvaggia, quasi fauve, nel senso che non sottostà a regolamentazione di sorta, dando così visibilità allo spirito anarchico della società odierna del benessere.

La sua opera, quasi esclusivamente collagistica, recentemente è stata documentata da un DVD di eccellente esecuzione per SKY, ed in seguito a questa operazione mediatica gli sono piovuti riconoscimenti da ogni parte d’Italia, alla luce anche del fatto che il suo itinerario operativo può essere finalmente interpretato dagli studiosi come pars costruens rispetto alle formulazioni decollagistiche del grande Mimmo Rotella, guarda caso anche lui originario del sud Italia. Indubbiamente c’è un parallelismo con opposte referenze concettuali tra il decollage del calabrese e il collage di Rizzuto. Che se in Rotella in chiave pessimistica esisteva il dramma della lacerazione (tale è metaforicamente lo strappo di un manifesto), nel maestro palermitano il manifesto- documento di un evento configura una volontà reportagistica in positivo. Per capire questa sua posizione potremmo per analogia citare il fenomeno del writing che può essere sì selvaggio e dissacrante, ma anche regolamentato e del tutto valido come fenomeno creativo ove venga proposto in campi protetti (hall of fame).

Cosimo Rizzuto

Egli  riesce così a coniugare, con referenze quasi agostiniane, esperienze che vanno dalla Pop Art alla Poesia Visiva, dal graffitismo al concettuale, passando ovviamente per Dada e New Dada. Ma questa sua cultura, questo suo essere pienamente documentato sulle esperienze dei suoi ideali antenati, lungi dal danneggiarlo sotto l’aspetto creativo e fantastico l’hanno reso maggiormente fertile nella vis combinatoria degli elementi iconografici che sono perennemente oscillanti tra la piacevolezza estetica e quella intellettuale. Si vuol dire che le immagini riprese da manifesti, fumetti, libri, giornali, riviste, archivi fotografici mai si sottopongono alla centralità ad esempio del corpo femminile in grado di ammaliare come pure oggetto di desiderio; al contrario è sottintesa sempre una tesi sociologica, perfino etica che diviene palese manifesto di un pensiero coerente alla dirittura morale di una cristallina personalità. Chi abbia la fortuna, come lo scrivente, di essergli amico, sa quanto il fondamento concettuale della sua ricerca pittorica coincida perfettamente con il suo pensiero.

Una suite di opere recenti fondate sulla negritudine tout court ne è splendida testimonianza e conferma: non vi è minimo compiacimento decorativo o formale, ma essenzialità di proposta civile e persino religiosa. Certo, non va ignorato il fatto che Rizzuto ha nel sangue la tradizione culturale mediterranea, solare e luministica, per cui il collage si presta ad uno squillante impatto visivo. Il nostro artista è personaggio schivo: ne fa fede il suo curriculum espositivo che registra la sua prima personale solo  nel 2006 e una grande retrospettiva antologica nel 2008 presso l’Oratorio di Santa Cita del capoluogo siciliano. Quell’esposizione ebbe per titolo proprio “Ritagli di memoria” a significare  la volontà di ordinare per tessere le esperienze visive accumulate nel tempo e che ora diventano materiale di studio e di riflessione. Indubbiamente  c’è in lui, come detto, il forte richiamo per antitesi dell’esperienza di Mimmo Rotella e di tutti gli attuali operatori della verbo visualità come Lamberto Pignotti, Eugenio Miccini e tutto il Gruppo 70 ed ancora Mirella Bentivoglio, Tomaso Binga, il conterraneo Emilio Isgrò e così via, ma trattasi di un perimetro del tutto singolare per originalità. Intanto è dato rilevarne la straordinaria fantasia nell’ars combinatoria a cui si faceva cenno, con evidente riferimento al mondo del cinema e del blob televisivo. Infatti abbiamo una sorta di montaggio di spezzoni cartacei caratterizzati talora da ironia e denuncia  nei confronti  della società e del potere. Ebbi a scrivere su una rivista che “rubando il titolo di un’opera dello scultore Valeriano Trubbiani, si potrebbe dare all’intero corpus iconico di Cosimo Rizzuto la denominazione di “Stato d’assedio”, indicando anche un’ipotesi ermeneutica di ordine esistenziale. L’uomo contemporaneo vive in uno stato d’assedio da parte del mondo pubblicitario massmediatico in cui è bene muoversi con circospezione per non essere  nullificati nella propria personalità. L’uomo che nacque con la natura libera è come irretito, fagocitato, sedotto; il funerale dell’io è già prossimo, quindi occorre una denuncia forte. E’ necessario l’urlo: qui non si tratta di piacevolezza estetica delle immagini o di letizia cromatica di sapore meridionale; ci troviamo nel groviglio, nell’intreccio, nel labirinto, senza l’ausilio del mitico filo di Arianna che dia speranza alla restaurazione della logica. E’ come se il maestro siciliano avesse lasciato in uno scaffale i principi razionali per documentare la frammentata proposta visiva che ci è propinata quotidianamente dalla civiltà dei consumi. A tal proposito non rari sono i riferimenti in questo senso al processo di globalizzazione, talebano impietoso di quella che fu la civiltà umanistica. Direi che tanto più Rizzuto si immerge nel lago oscuro della contemporaneità, tanto maggiormente suscita in noi nostalgia per quell’aurea  epoca di cui conserviamo nel nostro paese preziose testimonianze”.

E qui mi piace tornare alla tesi di fondo che ritengo sia essenziale per comprenderne la portata, ovvero essere l’opera di Cosimo da leggere in positivo rispetto a quella di Rotella. Anche perché è indubbio lo sforzo di porre ordine ad un caos di immagini, scritte, testimonianze, neumi simbolici, facenti parte della memoria collettiva e accumulati in stratificazione temporale assai vasta a partire grosso modo dagli anni cinquanta-sessanta quando il giovane Cosimo fu in rapporto di amicizia niente meno che con Pier Paolo Pasolini che gli propose la collaborazione come doppiatore dei suoi film. A questo proposito quando nel 2007 fu inaugurato ad Ostia un museo intitolato al grande regista scrittore, Rizzuto ebbe il privilegio di vedervi collocata una sua opera insieme a quelle di altri undici grandi pittori contemporanei. Ma torniamo ad un’ultima annotazione circa i suoi collage. Riguarda la dimensione temporale appunto. I materiali cartacei con passione accumulati in tantissimi anni e ordinati nel suo archivio sono emblema delle vicissitudini di un’epoca e quasi metafora di anarchia storica che necessita di una sorta di reductio ad unum di interpretazione logica. Come se l’artista avvertisse l’urgenza del fulcro in grado di raccordare esperienze iconografiche le più disparate, non sono in quanto documentate da supporti diversi come giornali, riviste, manifesti, fumetti ecc., ma ancor più perché risalenti ad epoche tra loro differenti. La sapienza combinatoria sta anche nell’accostare fatti, personaggi, situazioni tra loro lontani temporalmente in base ad un’eco interiore ben definita: è dallo studio di questi assemblaggi che scaturisce ideologia, sensibilità, interessi, cultura, profondità concettuale dell’autore, condivisione di tesi che sociologi propinano spesso senza visualizzarle, come invece sarebbe più opportuno fare.

In questo senso visitare una mostra di Cosimo Rizzuto o leggere interamente il suo brillante itinerario coincide con la lettura interpretata di mezzo secolo della nostra storia contemporanea, sociale e individuale: un godimento quindi non solo estetico per la bellezza delle immagini contenute nei suoi quadri alcune delle quali, data la loro familiarità, quasi ci appartengono come patrimonio, ma anche godimento squisitamente intellettuale.