La sensorialità della scrittura
Scritto da Marcello Marciani il 20 giugno 2008
Il 26 maggio 2008, al Teatro Comunale Fenaroli di Lanciano, si è svolto l’incontro “L’oncologia incontra la pittura, la poesia, la musica”.
La Fondazione Mario Negri Sud mi ha invitato a partecipare a un incontro svoltosi il 26 maggio 2008 al Teatro Comunale Fenaroli di Lanciano, intitolato “L’oncologia incontra la pittura, la poesia, la musica”.
L’incontro era programmato in due parti: nella prima, a carattere scientifico, sono state ribadite le finalità del Progetto “Mariella Staniscia” per la lotta contro il cancro, progetto nato per rispettare il desiderio di parenti ed amici di una giovane signora scomparsa tre anni fa di tumore e per la cui memoria e figura la Fondazione Negri organizza attività di ricerca, borse di studio e convegni sui temi dell’oncologia.
Si sono per- tanto succeduti interventi di ricercatori e medici, alcuni di tipo rigorosamente specialistico, altri attinenti ai rapporti fra la malattia e le arti. Fra questi ultimi ha suscitato grande interesse e partecipazione la relazione del dottor Antonello Muzzo, primario dellUnità Operativa di Oncologia dell’Ospedale Renzetti di Lanciano, sulla positiva risposta psicologica dei pazienti di fronte alle numerose opere di pittori contemporanei esposti nel suo reparto, all’avanguardia non solo in Italia per tale originale approccio clinico-visivo; altrettanto coinvolgente è stata la presentazione di un libro di poesie scritte da bambini malati di tumore e curati nell’ospedale nicaraguense di Mascota, condotta dal dottor Gianni Tognoni, direttore dell’Istituto Negri Sud.
La seconda parte della serata prevedeva un concerto del pianista Michele Di Toro e una lettura di poesie da parte mia. Devo confessare che, quando gli organizzatori mi hanno contattato spiegandomi le finalità dell’iniziativa, ho provato non poco imbarazzo, dovuto ad una sorta di inadeguatezza di ruolo verso temi e progetti tanto importanti.
Cosa può la scrittura poetica, così praticamente “inutile”, di fronte all’enormità della malattia, alla pazienza ostinata della ricerca scientifica? Ma gli organizzatori hanno benevolmente sorriso a questa domanda, facendomi intendere che il mio contributo non doveva essere di stretta pertinenza al programma, ma libero, o al più trasversale ad esso.
Ho così passato al setaccio versi miei vecchi e nuovi e ho trovato forse un punto di aggancio al senso dell’incontro, stimolato da quel delicato e fondamentale equilibrio fra mente e corpo senza il quale l’esistenza sarebbe davvero insostenibile, e a cui il Progetto “Mariella Staniscia” ha dedicato implicitamente non poche forze.
Ho pertanto riconsiderato una serie di sonetti intitolati ai sensi, composti anni fa e confluiti poi in un libro tutto centrato sulle tematiche del senso e del tempo (1). Non affrontano certo problemi medico-scientifici ma sono attenti alla fisicità, alla sensorialità del vivere in rapporto a diverse circostanze individuali o connessioni storiche.
Per cui ho scelto di leggere la sequenza dei cinque sensi codificati e dell’ineffabile sesto senso. In “Gusto” c’è il ricordo di una birra, e insieme di una persona, entrambe scomparse; in “Ol- fatto” l’odore di una palestra genera un insieme di accavallamenti temporali; in “Tatto” una donna gravida avverte i calcetti della bimba che nascerà; in “Udito” un vecchio militare ri- sente i suoni e le voci di una Pasqua dell’ultima guerra mondiale; in “Vista” le immagini televisive della guerra in Bosnia vengono osservate dall’occhio di una bambina; in “Sesto senso” una donna coglie la presenza di un fantasma d’amore, che si materializza quasi in una visione mistica. La sequenza sensoriale è stata introdotta da un sonetto metapoetico (“Procura”) in cui la scrittura viene vissuta come un’esperienza molto concreta, tangibile: una sorta di protesi corporea per cui la parola tenta di simulare le vibrazioni e i movimenti dello stesso corpo. Infine, a corollario del tutto, ho voluto aggiungere una composizione più antica, tratta da un libro precedente (2), dedicata alla lucciola, creatura misteriosa che con la sue scintille intermittenti può suggerire qualche parallelo con l’altalenante condizione umana.
PROCURA
Ma sì ti scrivo alla maniera antica
voglio strusciartele queste parole
sulla bocca sul collo sulla nuca
avventartele al ventre come dita
voglio che un giorno è stato qua tu dica
qua che la sua indolenza ha acceso vita
in questo tiro al verso che mi buca
le vene il sesso eppure sono suole
per scalpicciare l’aria queste frasi
per tiptapare il passo e la natura
di vite scritte a orecchio a stralci a invasi
eppure campo tramite procura
se mi ti invento e cerco a naso o quasi
sì toccami tu qua sulla scrittura.
GUSTO
È quasi una nonbirra la Polàr
la sciampagnina umile che canta
leggera nella gola per celarsi
pastosa poi già greve nella mente.
L’ultima volta a un’osteria di Gràssina
l’ho sciacquata con te che ci intingevi
clinici tempi antidoti e salassi
del male mastro che ti riaffilava.
Da che non sei chi mai l’ha più assaggiata:
per troppi pub caffè chioschi bazar
stive e mescite sperse han prosciugato
quell’acqua che inseguivo come un valico
di tuffi per far spuma ancora all’epoca
delle tue estati-barche che mi navigano
dall’allegria convulsa del momento
a un retrogusto acre, indeglutibile.
OLFATTO
Fa una condensa di sudore e gomma
l’afrore di palestra che si replica
da un guscio di rimessa a questa somma
di anni scivolati su una pertica.
Dà una folata acida che stende
muscoli dita unghie al bilanciere
di un tempo riassalito lungo il pendulo
attracco di un aprile di corriere
che cigolano freni sul conato
del vecchio mister stanco di spronare
gli allievi scalpiccianti ad un primato
di glorie gonfie d’anni in questo impatto
improvviso del corpo che rimescola
l’oltrepassare il tempo con l’olfatto.
TATTO
ad Anna, per Chiara che nasce
Ecco che scalcia rovistando assorta
nel rosa arancio della panciamondo
la ragnettella che mi beve e naviga
la luce che mi bussa all’ecoschermo.
Ha un tocco lieve ma deciso, afferma
la sua autonoma vita in me avvolta
come un organo fresco che mi sradica
come un battito doppio che s’affonda
qua nella carne mia me la trasfonde
nell’ombelico nelle palme termiche
nel morso a pulce d’angelo che incàlica
i suoi salti nell’acqua che è travolta
da un clamore di gioia che si apparta
al tatto di un velluto che mi supera.
UDITO
“Cuscì mo steme parapatt’e pace”:(3)
ride volando dal diretto in corsa
la voce del commilitone emersa
fra annunci e scatarrare di motrice
mentre la radio quaglia l’inno audace
del passo d’oca stretto in una morsa
e per l’ultima volta in quella tersa
Pasqua di guerra il suo dialetto ha voce.
Pressappoco così racconta e trancia
foglie e altri suoni sparsi nella pipa
il caporalmaggiore lungo i fischi
di una memoria che risale ripida
per le volute dell’orecchio e lancia
sul sordo gioco d’oggi la sua briscola.
VISTA
Crollano… e là l’acqua si spacca, ingoia
le lunghe zanne di metallo, l’osso
e la polpa della pietra in briciole
dai ponti sul Danubio e sulla Sava.
Li acciacca a occhio la piccola Eva
saltando sulla fantastica noia
del telecomando che le sbriciola
un’infanzia di effetti e lampi addosso.
Crollano ribaltandosi si abbassano
alle ginocchia come cervi abbattuti
come cosmici rombi giù nel buio
delle schegge ci sbalanzano al buio
si rapprendono in deserti passano
a schermi a griglie di lampeggi muti.
SESTO SENSO
Sì che l’ho sentito, era qua, presente.
Gli ho annusato persino il sudore
l’alito suo melograno e mentine.
Mi ha sfiorato la guancia con le ciglia.
Non dirmi che il cervello si attorciglia.
Che sono fritta, frollata, veggente.
Che gracchia strascicando le puntine
il vecchio disco vedovo d’amore.
C’era. L’ho sentito sì l’invasore
che i giorni lindi e stinti mi scompiglia
che con il sangue e il fiele fa palline
da cerbottana per tornar presente
in questa mente scossa da un tremore
di spine, in questa tesa meraviglia.
- – - -
Non lampeggiare più, lucciola a maggio.
Non mi bluffare in questa intermittenza.
Ogni tuo tac nell’ombra è buio folto
a ogni lumino che allunaggio tento!
Se rigiochi ai zigzag non scelgo vie
ma casco in buche mi sbuccio impiagato
mi strogolo in tombini e pozzi neri -
oppure remo in un albore al lago
lievito e allampo in piumoni di neve.
La tua altalena azzera ogni futuro
se troppe funi trincia, scalcia dove.
Si appalletta, in che bowling d’astri tira
questo azzurro pianeta della luce
nel buio, nel buio della luce, nel…
No, slaccia la spina, non lampeggiare
inventami una scienza meno dura.
Marcello Marciani
Note:
(1) M. Marciani, “Per sensi e tempi”, Book Editore, Castelmaggiore 2003.
(2) M: Marciani, “Caccia alla lepre”, Mobydick, Faenza 1995.
(3) Modo di dire popolare nella parlata lancianese, dal suono tagliente e dal ritmo martellante, in contrasto col pacifico messaggio che vuole trasmettere: “Così ora stiamo a patti pari e in pace”.
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