Liste escluse: il caso Abruzzo non ha insegnato nulla
Scritto da Giovanni Lattanzi il 4 marzo 2010
Alla luce del clamore di questi giorni per l’esclusione di liste e candidati, in Lazio come in Lombardia, non so quanti ricorderanno che anche in Abruzzo si è verificato un caso analogo. Nel 2008, quando si andò al voto regionale dopo la vicenda dell’arresto di Del Turco, se non vado errato il PdL ebbe qualche problema di esclusione dalla competizione per un ritardo nella presentazione delle liste. Gianni Chiodi e i suoi candidati rischiavano di essere fuori gioco, quando una serie di pronunciamenti, sentenze, ricorsi, accuse e contro accuse portò alla fine alla riammissione, evento che spianò la strada per la sua affermazione elettorale. Ma cosa accadde realmente?
Perchè un partito arriva tardi alla presentazione delle liste? Non essendo un politico, ma un libero professionista che sbarca il lunario sgomitando tra i mille ostacoli della nostra penosa realtà nazionale, vivo come tutti voi l’incubo quiotidiano delle scadenze. Non paghi l’ICI entro la mezzanotte del giorno x? Raddoppia! Non paghi la multa entro il 60esimo giorno? Triplica! Non saldi il conto? Arriva l’avvocato? Non paghi l’ingiunzione alla scandenza? Arriva il pignoramento! Il tagliando del parcheggio è scaduto da due minuti? È già li l’ausiliare del traffico a farti la multa! Tutto è così. Regole ferree e salassi per un minuto di ritardo. Ai cittadini.
E nella politica?
Io sono ignorante di leggi e regolamenti, ma mi sembra che per le liste elettorali ce ne sia uno preciso come tutti gli altri. Si presentano così e colà, entro le ore x del giorno z, con tot di firme e così via. Se uno non segue le indicazioni, sbaglia firme, arriva tardi è normale e giusto che sia escluso. Esiste o no una regola? Se esiste va rispettata, sennò togliamola. Però poi noi pagheremo le tasse quando vogliamo, così come l’ICI, le multe e via dicendo, e nessuno dovrà azzardarsi a dissentire, giusto?
Quando una lista viene esclusa per consegna in ritardo mi sembra che sia una evidenza palese. O è in tempo o è in ritardo. Quindi se viene esclusa per ritardo, come fa ad essere riammessa? Andava male l’orologio del tribunale? Queste cose, anche se certamente regolarissime e perfettamente nella legge, gettano nello sconforto il cittadino e minano la sua fiducia nelle istituzioni e nella politica.
Ora alle regionali di Lazio e Lombardia si è ripetuto il nefasto evento. Fuori candidati e addirittura schieramenti. Apriti cielo. Io, da uomo della strada mi domando: ma come è successo? Può darsi che un partito organizzato e forte come il PdL non sia in grado di mettere insieme squadre per la raccolta delle firme e la loro consegna? Ma come, un partito popolato da professionisti, imprenditori e tecnici non riesce a cogliere quel risultato che altri colgono? Eppure il PD e gli altri ci sono riusciti. Allora qualcosa non va.
Viene il dubbio che si sia andati lunghi perchè fino all’ultimo si doveva discutere di qualcosa, di posti e candidature. Però magari sono solo illazioni, noi cittadini sempre malelingue in cerca del dolo. Probabilmente il consegnatario avrà avuto fame e si sarà fermato a prendere un cornetto di troppo. In fondo una leggerezza…di gola. Si può perdonare in politica, no?
Quello che invece mi ha lasciato perplesso è la reazione di tutti, PdL e opposizioni, grandi e piccoli partiti. Ma ci fosse stato uno che avesse detto: questa è la regola, chi sgarra paga. Nessuno lo ha detto perchè qui non paga nessuno, almeno nel mondo della politica; pagano solo i cittadini. Andate a 51 km l’ora dove esiste il limite di 50…vedrete come si paga quel km in più!
Invece la difesa dei ritardatari elettorali qual’è stata? Che non si può escludere un partito importante come il PdL dalla competizione elettorale e quindi è necessario trovare una soluzione. E perchè non si può escludere? Se esiste una regola per presentare le liste e non è stata rispettata, si è fuori. Dove sta lo scandalo? Un partito che non riesce ad arrivare in orario alla presentazione delle liste, o sbaglia la raccolta delle firme, deve essere escluso. Non merita di governare.
La prossima volta, per la presentazione delle liste chiamassero Bertolaso…
6 commenti
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Mi chiamo Salvatore Tagliarini,da oltre 40 anni abitante in Inchilterra, e dal primo momento arivato senza conoscere nessuno ho trovato lavoro, diritti, dignita e rispetto, nonostante che non conoscevo la linqua, i diritti mi sono arivati fino a casa in anticipo; da quel lontano giorno ho sempre seguito la nostra bella ITALIA, cercando di capire quella democrazia christiana tutti quei partiti, il favoritismo,il clientelismo quell’ntagonismo di tanti perche appartenevano a questo o a quel partito; e vedo con tristezza che ora e’ pegio di prima.Non mi illudo tanto che qual’cosa deve campiare, ma lo spero con tutto il cuore,come lho sempre sperato. E’ ritornata l’ompra della dittatura, di cosi tutto quello che e’ italiano appartiene a loro enon all’Italia e agli italiani. VIVA L’ITALIA.!
vorrei solo aggiungere che se per le liste l’ora di scadenza viene aggirata non avviene così per le scadenze dei termini per che fanno scattare le prescrizioni dei processi
Efficacissimo l’articolo del direttore ed altrettanto
bellissimi i commenti di Romano e Salvatore da Roma che
smontano il “Decreto interpretativo” e lo bocciano senza
appello.
Mario da Teramo
La tesi avallata dal Capo dello Stato con la firma al decreto, ed esemplificata nella risposta all’elettrice del centro destra, che non si può sottrarre il diritto di voto agli elettori di un partito come quello di maggioranza relativa proprio in ragione della sua consistenza, urta contro il principio che le regole esistenti debbano valere per tutti. E se questo è sancito con l’uguaglianza dei cittadini senza eccezioni neppure per le più alte cariche, non deve valere per l’uguaglianza dei partiti e degli elettori, tanto più con la “par condicio” della comunicazione?
Il principio di democrazia – il diritto di voto– non può essere mai collegato alla quantità dei voti rappresentati ma deve valere a salvaguardia di qualsiasi espressione elettorale, riguardi anche un piccolo partito o singolo voto; nel contempo non si può dire che questo diritto si possa far valere in assoluto e prevalga sulle formalità per le elezioni, nella presunta superiorità della sostanza sulla forma. La frase a effetto “la burocrazia non può cancellare la democrazia” non ha senso, qui la forma non è burocrazia e pretendere di volerla stravolgere non è democrazia, tutt’altro: è il rifiuto dello stato di diritto che ha un nome ben diverso.
Le regole, formali quanto si vuole, ci sono sempre state e sono inequivocabili nei paletti che pongono di firme e autenticazioni, termini di presentazione e quant’altro, da rispettare o, se iugulatorie, da modificare a vantaggio di tutti. La loro inosservanza, da quando ci sono le elezioni, ad ogni tornata elettorale ha determinato l’esclusione di liste o di candidati, decisa dal magistrato quando c’è stato contraddittorio e si è fatta giustizia. In definitiva, la forma è sostanza, come avviene in tutti gli ordinamenti civili e come è stato egregiamente osservato sia nell’articolo del direttore che nel commento di Romano – come lui finora non sono stato certamente ostile alla parte politica dei cui si tratta, anzi ne ho quasi sempre condiviso le scelte – , il quale ha giustamente ricordato il caso IMI SIR, ove, in realtà, l’inosservanza della regola era stata costruita dolosamente con la sottrazione dal fascicolo di causa di un atto che era stato regolarmente depositato; e pur tuttavia fu fatta valere dichiarando inammissibile il ricorso da 1000 miliardi di lire.
“Peggio il tacon del buso”, si potrebbe dire riguardo al decreto. A parte la considerazione ovvia che non si cambiano le regole del gioco con le carte già in tavola e non per tutti i giocatori, è singolare che si sia inteso rimediare all’inosservanza delle norme con disposizioni autodefinite interpretative; ma interpretative non sono perché l’interpretazione delle leggi è del giudice ed è curioso che si sia sentita solo ora la necessità di una interpretazione “autentica” quando non era mai emersa alcuna difformità interpretativa da dirimere e quando si interviene con un atto che promana dal governo e non dal legislatore Parlamento la cui conversione in legge avverrebbe sempre dopo che il decreto ha prodotto i suoi effetti.
Ciò che aggrava la situazione è che il provvedimento ne segue tanti altri dello stesso segno volti a favorire singoli soggetti, qui singole liste, e l’essere maggioritarie ne aggrava il senso antidemocratico. Né si ragiona in astratto, le altre liste escluse dalla competizione per motivi analoghi anche se diversi nei dettagli, alcune molto note, non saranno riammesse perché il decreto è stato cucito su misura sulla lista maggioritaria. Quasi fosse il partito unico.
Siffatto concetto della legge “non uguale per tutti” mi ha fatto ripensare alla celebre metafora di Orwell sulla “fattoria degli animali” liberata dal padrone uomo con una rivoluzione da cui era nata una società civile tra loro, uniformata ai sette comandamenti scritti su un muro della fattoria. Come sa chi ha letto il libro, in quella società ideale il potere era detenuto dagli animali più intelligenti, i maiali, visto che la quasi totalità degli altri non sapeva neppure leggere. Nel tempo i comandamenti erano stati di soppiatto modificati con aggiunte che ne correggevano la portata ad uso e consumo di chi deteneva il potere e soltanto i pochi che sapevano leggere avevano potuto percepirlo quando si erano trovati a doverli consultare anche su richiesta dei compagni illetterati ed a chiedersi il perché dei cambiamenti. Alla fine, si fece la scoperta che tutti i comandamenti erano spariti dalla parete ed era rimasto solo l’ultimo, scritto a grandi lettere sul muro, la cui formulazione originaria – tutti gli animali sono uguali – era stata prolungata con l’aggiunta: … ma alcuni animali sono più uguali degli altri.
La parabola di Orwell era stata concepita come feroce satira al regime comunista seguito alla rivoluzione bolscevica, del quale l’autore era stato ardente ed ideale sostenitore prima di scoprirne le implicazioni inaccettabili per uno spirito libero. Vogliamo arrivare a questo punto? Sarebbe il colmo, tanto più per chi fa dell’anticomunismo la propria bandiera.
poi abbiamo il caso Lombardia non meno grave, i tempi sono stati rispettati ma le irregolarità sono nelle autentiche.
La mobilitazione attenta dei radicali ha messo a nudo il Re.
L’elevato numero delle firme, debitamente autenticate, necessarie per la presentazione delle liste alle elezioni regionali, nei fatti ha determinato la rinuncia di tanti gruppi politici minori a cimentarsi nelle elezioni. Se si considera che ogni firma deve essere debitamente autenticata, e non si hanno certo notai che vanno in giro casa per casa o che sono disponibili 24 ore su 24, la difficoltà diventa enorme per i piccoli gruppi; e non è certo irrilevante per i grandi gruppi.
Il numero delle firme e la debita autentifica di ogni firma sono, pertanto, sostanza.
Se una Corte d’appello ha riscontrato irregolarità nelle firme e nelle autentiche vuol dire che ha riscontrato irregolarità sostanziali.
Forse riusciranno a sottrarsi dalle trappole da essi stessi create, questo lo vedremo tra qualche giorno; ma non possiamo rinunciare a valutare e a pensare.
francesco zaffuto http://www.lacrisi2009.com
Non posso trattenermi dal commentare subito perchè pagai una multa a 95 orari con il limite di 90, e fin qui nulla di strano; lo strano stava nel fatto che per il proprio autovelox i vigili si davano un margine di errore di 5 chilometri orari, ma non lo riconoscevano a me con la pretesa che avevo l’obbligo di far controllare il contachilometri perchè fosse perfetto.
Sulle scadenze hai già fatto abbastanza esempi, aggiungerei i concorsi, tutto il sistema si basa su tempistiche di norma inderogabili, con termini perentori, delle volte anche garantisti come quelli che fanno scattare le prescrizioni dei reati o i termini della carcerazione prevetiva. Come mai lì non vale la nuova regola avanzata agli alti livelli istituzionali secondo cui vale la sostanza e non la forma?
Quante volte lo abbiamo ritenuto restando inesorabilmente inchiodati al vizio formale? Ma a noi è andata bene, tutto sommato. Non così all’IMI, che si vide dichiarare inammissibile dalla Cassazione il proprio ricorso alla sentenza sulla SIR perchè mancava la procura firmata al legale che lo aveva presentato. Inammissibilità volle dire vittoria alla controparte senza fare la causa, e valse mille miliardi delle vecchie lire che dovettero essere versate. Nessuna preoccupazione per il diritto e la giustizia del tipo di quelle ora artatamente accampate per la democrazia, l’IMI pagò i mille miliardi alla SIR di Rovelli. Eppure, in quel caso, la procura al difensore c’era ed era stata fatta sparire, verità che emerse subito (fu trasmessa in busta anonima una fotocopia della pagina sottratta) ma non ci fu niente da fare, “la forma è sostanza”; come nei processi che cadono per vizio di notifica o vengono annuullati in Cassazione per vizi formali tipo quelli delle firme elettorali: Carnevale presidenet di sezione annullava, se non ricordo male, anche i maxiprocessi alla mafia per un titolo di studio o una virgola fuori posto. “Dura lex sed lex” si diceva vantando anzi lo scrupolo nelle verifiche puntigliose.
Sono “dilettanti allo sbaraglio” come ha detto Bossi? Non solo, è la “casta” che si manifesta anche così, nell’ignoranza e nel pressappochismo, misto ad arroganza e protervia: leggere e soprattutto ascoltare l’intervista al responsabile del pasticcio fa rabbrividire. Nè la materia i nuova, oltre ai m precedenti che hai citato tu per l’Abruzzo, ci sono quelli sollevati dai radicali, invano ad ogni elezione le loro denunce di irregolarità anche alle procure che sanno essere porti delle nebbie finchè lo vogliono, questa volta c’è stato l’orologio a scandire la condanna dello “sventurato” che “non rispose” all’appello.
Ma non è lui il colpevole, lo è chi a lui si è affidato e siamo noi che lo abbiamo permesso. In lontane elezioni la stessa parte politica – e, si badi bene, non le sono pregiudizialmente ostile – arrivò perfino a dover rinunciare a dodici deputati perchè nelle liste per il cosiddetto scorporo aveva indicato un numero di candidati inferiore a quello degli eletti. un capolavoro impensabile se si hanno a mente le inutili ma onnipresenti liste chilometriche di finti partiti. Altro che Tafazzi!
E parlano di voler ristabilire la meritocrazia, dovrebbero andare tutti a casa. Ma se è questa la loro meritocrazia molto meglio il 6 (o 18) politico del 1968; almeno si nutriva di illusioni non di arrivismo.
Bravo, Direttore, per averne parlato e per come ne hai parlato.