Erosione della costa abruzzese: la verità delle cose

Come ogni anno, dopo l’inverno, torna sulla stampa la questione dell’erosione della costa abruzzese. E come ogni anno si ripete una sorta di copione teatrale, sempre uguale a se stesso e sempre con lo stesso esito: una costosa toppa che non risolve il problema. Sono certo che pochi riflettono sulla vera essenza di questa problematica, mentre i più si fermano all’apparenza: la natura cattiva che insidia l’uomo, operoso costruttore di benessere e modernità, di sviluppo e comodità. E su questa visione bucolica si innesta la “triste” vicenda degli operatori turistici, colpiti senza tregua da un mare furioso. Sembra una pagina del libro cuore. Ma siamo sicuri che le cose stanno davvero così? Qual’è la verità? Scopriamola in poche righe.

Innanzitutto, cos’è la costa? Pochi lo sanno, ma è qui, su questa definizione, che si va ad innestare in maniera corretta, o scorretta, tutta la lettura di questo fenomeno. La costa è una interfaccia, una linea che segna il passaggio tra due mondi: la terra e il mare. Non è un confine netto, bensì mobile, che quindi si adegua e si sposta a seconda delle esigenze. Badate, delle esigenze dei due soggetti che contano in questa vicenda, ossia il mare e la terra. L’uomo non è contemplato e quindi le sue esigenze non contano.

Il mare mangia la costa o la accresce deponendo sabbia a seconda del suo stato, della sua energia. E la costa si sfalda, cedendo sabbia, o si amplia accogliendola a seconda della volontà del mare. Il mare è soggetto attivo, la costa passivo. Ma sono fatti uno per l’altro. In tempi antichi l’uomo non aveva tecnologie sufficienti per sfidare questa solida alleanza, e se ne teneva a debita distanza. Poi man mano che il progresso scientifico lo ha dotato di tecnologia, ha iniziato a tentare l’impresa, ma sempre conscio della sua estraneità a quel binomio mare-costa. Quando lo sviluppo tecnologico ha portato la sua sicurezza a sconfinare nella strafottenza ottusa che oggi ci contraddistingue, l’uomo ha pensato di essere divenuto superiore al mare e ha deciso di cristallizzare quella linea di confine, congelandola dove voleva e dove serviva per i suoi banali scopi: guadagnare. Alla natura, però, non importa nulla delle esigenze dell’economia umana. Il mare mangia dove vuole quando ha bisogno di espandersi, non interpella la Banca Centrale o Standard & Poors prima di portarsi via qualche migliaio di metri di cubi di sabbia, e spostarli magari qualche miglio più avanti.

E noi sempre più ottusi continuiamo a pensare che quella linea possa essere fissata e difesa come una Maginot naturale. Questo, per giunta, ignorando le più elementari leggi della sedimentologia, la branca della geologia che studia il movimento dei sedimenti, appunta sabbia e ghiaia. Quanti sanno, anche tra politici e amministratori, che in Adriatico esiste una corrente prevalente da nord verso sud che è la maggiore responsabile del trasporto di sabbia lungo costa? E che quindi, in linea di massima, sul lungo periodo la sabbia viaggia sempre in questa direzione? Se questa corrente, che corre parallela alla costa, viene turbata dalla presenza di un ostacolo, ossia una barriera che si protende verso il largo come potrebbe essere la banchina di un porto, forma vortici e turbolenze. La conseguenza primaria è che a nord della banchina la corrente rallenta e deposita la sabbia che trasporta, mentre a sud, il vortice formato va a mangiare la costa. Prendete l’esempio di Giulianova: a nord del molo nord la spiaggia cresce vistosamente anno dopo anno, a Cologna non esiste più.

A questo si aggiunge un altro elemento fondamentale per l’equilibrio della costa: l’apporto dei fiumi. La spiaggia è un luogo vivo, dove la sabbia viene tolta e aggiunta ad ogni onda. E da dove pensate che giunga la sabbia se non dai fiumi? Purtroppo da decenni i corsi d’acqua italiani, e ovviamente anche abruzzesi, subiscono la selvaggia captazione di acqua per l’agricoltura ma anche il prelievo indiscriminato di sedimenti da parte delle cave che producono inerti per l’edilizia. Niente acqua, niente sabbia: la totalità delle foci dei nostri fiumi è ridotta a uno stagno. Il mancato apporto di sedimenti al mare impedisce la ricostruzione naturale delle coste.

Adesso capite quanto sia poco sensato parlare di erosione costiera e interventi di tutela nei termini in cui lo si fa oggi. La costa non può essere considerata un luogo stabile, proprio perché si origina come confine mobile. L’errore di fondo è quello di costruirvi strutture stabili e definitive come gli stabilimenti balneari. Se invece di fare veri e propri “palazzi”, realizzati in cemento armato prefabbricato come se fossero capannoni industriali, si utilizzassero strutture leggere in legno, smontabili in inverno (del tutto o in parte), ecco che il problema degli stabilimenti sarebbe risolto. Lo stesso vale per le strade. Quando il mare mangia ripetutamente il lungomare vuol dire che è stato sbagliato il tracciato stradale, e che non andava costruito in quel punto.

Le mareggiate invernali comportano un incremento dell’erosione della costa, aggravato in alcuni punti (come abbiamo visto) dalla presenza di elementi strutturali che creano turbolenze. Le spiagge arretrano quindi in maniera evidente, in alcuni punti di molti metri, con il conseguente crollo di strutture che vi siano state avventatamente costruite sopra, come strade e stabilimenti. Nessuno ovviamente si pone domande sul motivo profondo di quel che accade. Ci si ferma sempre al contingente, all’evidenza spicciola, e tutti pensano al loro orticello. Gli operatori turistici al loro stabilimento e al loro guadagno, i cittadini pensano all’abbronzatura e alla passeggiata in bici, gli amministratori locali all’elettorato. Tutte le considerazioni si fermano qui, all’oggi.

Poi, ovviamente, come in tutte le vicende umane sul problema reale si innesta la furbizia di alcuni. E, come sempre avviene nel nostro paese, la politica sfrutta gli eventi per proprio tornaconto. Ecco quindi che gli operatori turistici alzano la voce, la stampa la amplifica, i politici accorrono e promettono soldi per riportare la situazione a quella dell’autunno precedente. Ma nessuno si preoccupa di risolvere alla radice la questione e di progettare una revisione strutturale del rapporto tra l’uomo e la costa, di andare a un ripensamento globale del sistema. Invece si mette la – costosa – toppa e tutti sono contenti. Nessuno è in grado, o ha voglia, di guardare oltre l’orizzonte temporale della prossima stagione turistica.

La soluzione che torna sempre è quella di costruire immense e dispendiose barriere di massi gettati in mare, per vederle disfare dal mare dell’inverno successivo, oppure di andare a quello che ridicolmente viene definitivo “ripascimento”. Una presa in giro sulla quale ci sarebbe da ridere, se non rasentasse la demenza. In pratica si sposta sabbia da un luogo all’altro, con clamorosi esborsi di denaro pubblico, sostituendosi al ruolo della natura. Riflettete: da un lato si tolgono acqua e sabbia dai fiumi per lucrarci,dall’altro si spende denaro pubblico a palate per supplire a questa mancanza. Ovviamente la sabbia riportata sulle spiagge erose a suon di costosissimi viaggi di camion, verrà mossa dal mare con le successive mareggiate invernali, e la primavera dopo si ricomincerà con il copione del ripascimento. Ci fosse qualcuno, ma dico anche tra gli ambientalisti e i verdi, che avesse alzato la voce per far riflettere tutti sulla necessità, ormai assolutamente improcrastinabile, di ripensare totalmente il rapporto uomo-costa.

Ora che la primavera si avvicina ci risiamo, si sfogliano le prime pagine. La stampa da voce ai balneatori e lancia l’allarme erosione, come se fosse una novità, una notizia. Adesso la politica inizierà a prendere impegni, i vari assessori scoveranno i fondi, che guarda caso non ci sono mai, ma quando servono saltano sempre fuori, un po saranno promesse vane, un po saranno soldi veri. Poi si andrà agli appalti, per la gioia delle varie ditte che si occupano di lavori pubblici. Saranno tutti appalti perfettamente regolari? Chissà, speriamo di si. Saranno comunque soldi a palate, sabbia a camion, massi a valanga giù nel mare. Soldi letteralmente gettati in mare. In cambio di questo dissennato sperpero di denaro pubblico, frutto delle tasse imposte a noi contribuenti, i balneatori avranno il loro bel guadagno estivo (pensate che 3 mesi di stagione + 2 mesi di preparazione permettono loro di guadagnare a sufficienza per stare bene tutto l’anno, famiglia compresa e sottratto il canone di concessione. Non male…), gli amministratori avranno la loro visibilità e i loro voti al momento giusto, i turisti le passeggiate e la tintarella. Davvero un bilancio vantaggioso.