Il consigliere del PD, Paola Marchegiani si chiede se Pescara sia davvero solo una città dannunziana.
“Un intervento, quello di Silvano Console, scritto nelle vesti mal dissimulate di ghost writer (o consigliere del Principe) degli amministratori comunali. Perché sembra un abbozzo, a dispetto della precisione storico-cronachistica, della grammatica, della li-nearità concettuale. Con accento trionfalistico propone il nuovo logo della città: «Pe-scara città Dannunziana». Proprio così, con la d maiuscola, quasi che la minuscola rimpicciolisca il Poeta, che peraltro la usava per il suo cognome. Ma perché dannun-ziana? Ad essere precisi si dovrebbe al più dire città di d’Annunzio, perché la nascita è un dato inoppugnabile: chi può dire, infatti, con qualche argomento decisivo che Pescara non sia la città di d’Annunzio, così come – secondo il dotto Console – Firen-ze per Dante, Sulmona per Ovidio, Mantova per Virgilio: tutte città che non usano l’aggettivo, che è opinabile, ma il complemento di specificazione, che coglie l’esattezza. Lo stesso Console avverte il bisogno di spiegare che non si tratta di uno slogan o di un «claim di auto propaganda» (parole sue!) ma di un logo universale «che esprime la constatazione ovvia d’essere Pescara la città che ha dato i natali al poeta». E allora perché città dannunziana (con la minuscola, per favore)? Chi lo dice? Giorgio Manganelli, nel suo viaggio per l’Abruzzo (La favola pitagorica. Luoghi ita-liani, Adelphi ed., Milano 2005, pag.117), scrisse che «è difficile pensare una città meno dannunziana (anche lui usa la minuscola) di Pescara» e che l’unico «soffio dannunziano» era un manifesto in via Manthoné che annunciava una «fastosa liqui-dazione». Ma altri illustri visitatori ebbero lo scrupolo di non definire dannunziana la città di d’Annunzio: Guido Piovene, Alberto Savinio, Mario Pomilio.
Ma, indossati i panni curiali, l’ispiratore del nuovo logo, dopo aver usato con troppa enfasi le grucce dell’incolpevole Giordano Bruno Guerri, scrive: «Due anni fa, nel settantesimo anniversario dalla morte, gli studiosi hanno cercato sempre più di far e-vadere il personaggio d’Annunzio dalla prigione del canone ideologico e critico». Due anni fa? Quali studiosi? Evidentemente il Console non segue nemmeno i merite-voli convegni di Edoardo Tiboni e ignora quindi che d’Annunzio è stato «sdoganato» dal suo limbo in un convegno internazionale del 1963 a Venezia da studiosi come Carlo Bo, Ezio Raimondi, e poi Pietro Gibellini, Federico Roncoroni, Alberto Arba-sino, Luciano Bianciardi, Cesare Garboli, Giorgio Manganelli. Quasi cinquant’anni fa. Che libri ha letto il buon Silvano da allora?
L’intervento del Console infine finisce nel nulla, laddove chiarisce che l’obiettivo del nuovo logo è la «promozione di un turismo culturale» e per questo «è presente alla Borsa internazionale del turismo a Milano». Per la cronaca non erano molti gli inte-ressati all’annuncio meneghino: appena sette persone. Una così modica risonanza, forse perché il nuovo logo è avvolto in un’aria di Strapaese, di cui è portatore colui che una volta si vantava essere assiduo lettore della togliattiana “Rinascita”. Ed ora, messa in soffitta la bandiera rossa, è pronto per l’avventura del Festival di luglio con «l’impronta della città natale stampata in me». «Nel meglio di me»?”.