Fabio De Santis, quando la realtà si ammanta di nero

 

Qualche mese addietro, grazie all’interessamento di Maurizio Lucci operante nella Marsica, venne proposta al pubblico presso il Teatro dei Marsi ad Avezzano, un’interessante mostra comparativa tra i protagonisti del GAM (Gruppo Artisti Masicani) e giovani pittori operanti sul territorio, alcuni dei quali hanno già avuto rilevanza nazionale e internazionale. Si trattò intanto di un doveroso omaggio a cinque artisti del Gruppo (Gagliardi, Simone, Toccotelli, Di Fabio, Ercole) che nell’immediato dopoguerra ebbero il merito di rendersi artefici della rinascita culturale d’una città che sarebbe stata poi al centro dell’attenzione per quanto riguarda le arti visive attraverso il noto Premio Avezzano che in alcune sue edizioni, come quella storica “Strutture di visione” del 1964 riuscì ad anticipare le linee di ricerca poi proposte alla Biennale di Venezia.

Fondato ad Avezzano nel 1949 il GAM era composto da Simone, Ercole, Di Fabio, Colonnello, Frittella e Toccotelli, che per un decennio ricoprì la carica di presidente, essendo ritenuto di esso il vero animatore. Grazie alla loro opera il territorio, che aveva subito nel 1915 il disastroso terremoto e durante l’ultimo conflitto mondiale ben 40 incursioni aeree, tornava ad avere una propria identità culturale. La prima grande operazione fu quella di istituire una rassegna d’arte (I Mostra Marsicana di Pittura), che sarebbe poi divenuta il glorioso Premio Avezzano con all’attivo ben 26 edizioni, ultima delle quali effettuata nel 2001. I membri del Gruppo da nulla erano tenuti insieme, se non dal desiderio di promuovere cultura; erano degli scapigliati che si riunivano con una certa anarchia di idee alla Taverna di Via Corradini e al Caffè Stella di Avezzano per dibattere le problematiche culturali del tempo e proporre iniziative, come quella già ricordata di una mostra di pittura. Ad uno di quei dibattiti parteciparono da Roma Cagli, Montanarini, Nicola Ciarletta e l’allora presidente dell’Accademia di S. Luca, Carlo Alberto Petrucci.

Parallelamente alle opere dei pittori del GAM, sono state presentati cinque artisti della nuova generazione, ovvero Filippo Fazi, Giuseppe Pantaleo, Alberto Di Fabio, figlio dell’indimenticato Pasquale, Attilio Salciccia e appunto Fabio De Santi, da ritenere, come ha sostenuto la critica d’arte Chiara Strozzieri nel suo lucido saggio scritto per la presentazione della mostra marsicana, “artista che sembra scattare delle istantanee a persone chiuse nelle automobili a fumare droga, zoomando su teste stranamente rigide e bocche che esageratamente ridono e non parlano, tradendo una drammatica incomunicabilità. A volte si ha perfino l’impressione che questi gruppi si mettano in posa di fronte all’obiettivo per esibire il loro sballo, affatto coscienti di una dissociazione profonda da tutto ciò che li circonda.”

La prima annotazione da fare circa la ricerca iconica di Fabio De Santis riguarda la componente antigraziosa vuoi delle tematiche che della cifra stilistica e formale. Come dire di una pittura che non si concede alla decorazione, al godimento puramente estetico del fruitore. La sua è una pittura impegnata che induce alla riflessione, di rilevante impegno sociale, sulla quale si abbatte come un’ossessione la negritudine della colorazione delle realtà dipinte, ma ancor più dei personaggi, per lo più giovani che fungono da polo catalizzatore delle scene. Tele di grande formato ove i riferimenti all’iconismo metropolitano appare evidente, così come del resto la liaison con le tecniche fotografiche. Istantanee funeree di una drammaticità baconiana: ed allora la dolcezza che dovrebbe essere prerogativa di volti giovanili subisce la metamorfosi profonda sì da divenire apologia della grossolanità; e il futurista e scattante dinamismo di un’automobile che Marinetti riteneva più bella della Vittoria di Samotracia si trasforma in abitacolo-trappola da cui è possibile una sola evasione illusoria: quella offerta dagli specchi retrovisori, metafora d’un ripiegamento sul proprio passato disperato.

Indubbiamente l’esperienza di tutto un filone di ricerca pittorica del dopoguerra affermatosi soprattutto a Roma del quale fecero parte anche importanti fotografi, deve aver influito sull’opera di De Santis (come non ricordare ad esempio l’opera fotografica di Ugo Mulas, i suoi reportage sulle periferie milanesi con le drammatiche immagini di desolazione, di angosciosa solitudine e accentuata emarginazione in contrasto con l’opulenza metropolitana dovuta al progresso e all’industrializzazione?)

Tangibile in lui l’urlo disperato che non è affatto tentativo di comunicazione, ma protesta contro un destino fatalmente ostile alla cui solidità concorrono purtroppo diversi fattori come la società, la scuola, il progresso, il potere politico e massmediatico. Quelle bocche spalancate e quelle vite perse rappresentano una sorta di festeggiamento del nero che per la verità spesso è in rapporto dialogico con il bianco per un’alternanza ombra-luce che si spera sia il primo passo verso una catarsi dell’artista, dello spettatore e dei personaggi da lui dipinti.