recensione – “L’Isola delle crisalidi” di Marco Tabellone

L’Isola delle Crisalidi, per Runde Taarn Edizioni, è l’ultimo lavoro letterario di Marco Tabellone. Patrizia Angelozzi lo ha intervistato per AbruzzoCultura.

Intriso di sentimenti ed emozioni, toccante e leggero al tempo stesso, conduce a piccoli passi il lettore dentro la narrazione, in uno scenario avvolto di sentimenti, di sogni sorretti dal coraggio e dalla capacità di regalare fiducia in una nuova possibilità. A tratti inaspettato, contiene una retrospettiva emotiva che conduce il lettore dentro la storia, assimilandola, in una simbiosi con la storia, nell’identificarsi con i personaggi. L’autore sceglie come contesto la natura, inneggiandola e riscoprendola, offrendo meraviglie, riflessioni ed immersioni dentro l’ambiente. Un nuovo umanesimo, che rappresentato in una cornice fantastica, “pone la natura e l’universo al centro dello spirito umano”, come dice l’autore.

Domande:

  • Come nasce un romanzo dove il coraggio diventa necessità?

La letteratura è sempre stata fondamentale nella mia vita, fin da adolescente, quando ho cominciato a prendere coscienza della mia intellettualità. Allora avrei risposto a questa domanda affermando che un romanzo nasce da pulsioni profonde, da un bisogno spontaneo di fare scrittura e di esprimersi. Oggi a ciò aggiungo che nasce anche dalla visione della realtà, dalla critica della realtà, in primis della realtà sociale. L’Isola delle crisalidi è legato ad un messaggio ben preciso, l’esigenza di una rivoluzione ambientale, di un ritorno a considerare la natura come un bene primario, anzi il bene primario. Non so se in questo ci sia del coraggio, sicuramente è una necessità; ho avvertito, cioè, come una necessità quella di scrivere una storia che non fosse semplicemente una storia, ma che investisse anche un’esigenza di cambiamento.

  • Nel suo racconto, c’è una riconciliazione uomo-ambiente molto incisiva, da cosa è nata l’esigenza di descriverla così intensamente?

L’intensità delle mie descrizioni naturali, e la forza dei miei paesaggi nasce da un rapporto appunto intenso con la natura, quasi religioso, se si può definire così. Ho vissuto la mia infanzia e la mia adolescenza in un paesino di appena cento abitanti, Musellaro; la natura, all’interno del parco della Maiella nella valle dell’Orta, era tutto quello che avevo. Ho trascorso quasi tutte le domeniche della mia vita a scoprire posti meravigliosi, a vivere di escursioni, immersioni in luoghi incontaminati. La natura è il mio punto di riferimento principale, la mia divinità. Nel senso che la contemplazione e il coinvolgimento che provo quando sono circondato da fiumi, montagne, boschi, è talmente intenso da diventare quasi mistico, religioso. Ho pianto spesso in montagna, e naturalmente ho scritto anche molto in montagna. In particolare l’Isola delle crisalidi nasce dalla scoperta di un luogo di mare, connesso con le isole Eolie che hanno ispirato il romanzo. Si tratta di un’eccezione rispetto alle mie esperienze precedenti, come nel caso de Il riso dell’angelo un romanzo sulla Maiella e sulla vita della montagna. Tuttavia se nel mio ultimo lavoro cambia il luogo, in realtà le vibrazioni e le emozioni non cambiano.

  • Come distinguerebbe la sua ispirazione, quando poesia? E quando narrazione?

Non c’è una vera distinzione, o meglio da parte mia c’è uno sforzo, un tentativo di tradurre in prosa la mia naturale propensione al verso e alla poesia, e dunque di esprimermi letterariamente in uno stile per narrazioni, che possa aprirsi alla fruizione di un pubblico non elitario, come quello che invece caratterizza la produzione in versi. Però non potrei dire che si tratta di cose diverse, la mia narrativa dico e la mia poesia, nascono entrambe da un nucleo comune, una sorta di scrittura musicale che avverto in me. Quando scrivo mi sembra di seguire una musica interiore, dei ritmi e delle melodie ataviche, inconsce. Quando scrivo è come se entrassi in trance, non faccio nessuno sforzo, non penso, non elaboro, semplicemente mi lascio andare, lascio che la mia musica interiore si incarni in frasi e parole. Non è difficile, basta sintonizzarsi; in realtà mi comporto come un medium, non faccio altro che contattare la parte più segreta di me. Il difficile viene dopo, soprattutto nell’ambito della narrativa, quando si tratta di correggere, rielaborare, rendere tutto in una forma comunicabile, non solo espressiva, ma anche in grado di stabilire un contatto ed una comunione con il pubblico. La difficoltà dello scrivere sta in questo secondo momento, ed è qui che la prosa si distingue dalla poesia, perché mentre la poesia mantiene intatta la sua peculiarità musicale, e i versi esigono pochi ritocchi, un racconto, la frase di un romanzo, invece, vanno tagliati, riscritti, insomma hanno bisogno di più lavoro posteriore.

  • In questo suo ultimo lavoro letterario lei si sente dentro o fuori il contesto narrativo?

Ho cercato in tutte le maniere di uscirne, di evitare la soggettività tipica della poesia lirica. Ma ovviamente quando immagino il protagonista e gli faccio dire o fare delle cose immagino me, che agisco in prima persona. Però in fondo questo è vero per qualsiasi personaggio o situazione, credo sia inevitabile per uno scrittore narrare calandosi nelle parti dei personaggi. Il punto è tutto in quel calarsi, nella distanza che l’autore riesce a mettere tra sé e i suoi personaggi, il modo in cui riesce a oggettivarli, a proiettarli in situazioni e ambienti plausibili. Naturalmente la parabola evolutiva del protagonista risente della mia esistenza, della maturità che ho conseguito come uomo, l’esperienza della famiglia, la responsabilità verso i figli; sono fatti che segnano, che ci fanno comprendere un po’ di più la vita, e questo credo sia stato inevitabilmente riversato nel romanzo. Sicuramente se lo avessi scritto qualche anno prima sarebbe venuto diverso; non molto però, perché l’idea centrale e cioè la vocazione ambientalista del protagonista, è maturata in me quasi subito, come ho detto prima in età adolescenziale.

  • Se lei potesse diventare un libro, quale sceglierebbe? E perché?

Di libri ne ho amati tanti, tantissimi. La lettura e la frequentazione della letteratura rappresentano per me il portale privilegiato verso il mondo e la realtà, addirittura spesso verso gli altri anche se ovviamente non in maniera esclusiva. Da ragazzo, preso dalle inquietudini dell’adolescenza, da un forte senso di estraneità al mondo e di conseguenza da un desiderio di negatività e nichilismo, che poi, con la maturità ho superato, ho amato svisceratamente La nausea di Sartre da una parte e I fiori del male di Baudelaire dall’altro, ma ripeto sono letture che ho superato e sinceramente non credo di voler essere come quei libri, che per certi versi sono tremendi nella loro negatività. Quindi dovendo selezionare un lettura, o meglio dovendo scegliere di essere un libro, sceglierei Le elegie duinesi di Rainer Maria Rilke, il grande poeta tedesco. E’ un libro in cui Rilke dialoga con gli angeli, con presenze misteriose, e giunge ad una comprensione davvero profonda dell’esistenza, ad una saggezza meravigliosa, soprattutto nel finale che è fra le prove più alte della letteratura mondiale, cito a memoria: “Ma se i morti infinitamente dovessero destare mai in noi un simbolo, vedi che forse indicherebbero i penduli rami dei noccioli spogli o la pioggia che cade su terra scura a primavera. E noi che pensiamo la felicità come un’ascesa, ne avremmo l’emozione quasi sconcertante di quando cosa che è felice cade”. C’è una scoperta qui che ho fatto col tempo: la gioia non è un volo, o meglio non è soltanto un volo, non si esaurisce nel volo, la felicità è un cadere, la felicità, l’unica nostra possibilità di felicità, è nell’accettare la vita e i suoi modi, brutti o belli che siano, incantati o dolorosi che siano. Questa scoperta mi ha reso felice, e devo ringraziare anche Rilke. Ecco, vorrei essere quel libro, quel suo bellissimo libro.

Biografia dell’autore:

La passione per la letteratura è una costante del suo percorso formativo, a partire dai primi anni di studio. Sceglie come argomento di tesi “le avanguardie poetiche degli anni Sessanta” e la discute con il poeta Alfredo Giuliani.

Si specializza in Giornalismo e comunicazioni di massa alla Luiss e da oltre dieci anni collabora con diverse testate e quotidiani (Il Centro, cultura – Gazzetta per il Mezzogiorno di Bari).

Insegna materie letterarie al Liceo con nitida passione, tanto da renderlo vicino al ruolo di

‘professore’ di famose pellicole cinematografiche.

Poeta e scrittore, pubblica con successo raccolte di poesia, con importanti riconoscimenti:

Incanti, Tra Cielo e Mare, Gli uni e gli altri bui, L’Alba vincitore del premio Giovani autori, tra le pubblicazioni un saggio sul giornalismo televisivo L’immagine che uccide ed il saggio di letteratura La cura dell’attimo, il suo primo romanzo Il riso dell’Angelo, viene accolto con grande entusiasmo.

L’Isola delle Crisalidi, Runde Taarn Edizioni è il suo ultimo lavoro letterario.

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