All’Arcadia delle Muse in via Rasella a Roma, di fronte a Palazzo Barberini, l’aureo libretto di Diane Ghirardo, docente di architettura all’Università della Southern California fa scoprire Lucrezia Borgia imprenditrice illuminata a Ferrara. In gioventù la storia della sua fuga romantica vicino a Teramo, a Castiglion della Valle, la cui popolazione in armi la difese dal Duca Valentino.
Anno 1518, 30 ottobre: “La mala stagione del anno passato ci tolse molte de nostre bestie; per rifornirne alcune nostre possessioni havemo mandato in Piacentino a comprar fino a sessanta vacche da latte le quali anchora non sapemo se si saranno condotte per terra o per aqua, siano lasciate passare liberamente”.
Così Lucrezia Borgia scrive al cognato Francesco Gonzaga chiedendo il passaggio del bestiame nel territorio di Mantova senza pagare imposte. Un anno prima, il 24 settembre 1517, il suo amministratore annotava nei registri che aveva deciso di rinunciare a uno dei gioielli, “un bellissimo balasso senza foglia cum la perla”, e questo “disse per impegnar per pagar buffale”. Sì, proprio le bufale per la produzione di mozzarelle, romane data la sua provenienza, oppure campane se venivano da quelle portate a Ferrara dalla suocera Eleonora d’Aragona.
La ricerca sull’imprenditoria femminile rinascimentale
Questo e molto altro abbiamo appreso in una sorprendente serata romana su una figura storica colpita da una sorta di “damnatio memoriae”. La sua immagine di mangiatrice di uomini e anche di avvelenatrice aveva trovato un’eccezione solo nella ricostruzione storica ferragostana di Castiglion della Valle, vicino a Teramo, sulla base di una credenza tramandata fino ad oggi: in quel delizioso borgo medioevale che si erge da una profonda vallata coperta di fitta vegetazione si sarebbe rifugiata giovanissima con l’innamorato per sfuggire al Conte Valentino, il quale mandò i suoi armigeri respinti dalla popolazione del luogo che accorse in armi per difenderla. E qui ci fermiamo, lo diremo al termine alla ricercatrice, adesso seguiamo Lucrezia sposa ad Alfonso d’Este, duchessa di Ferrara.
La ricerca riguarda anche i precedenti, Eleonora d’Este la suocera; i contemporanei, Isabella d’Este la cognata; e i successori, Alfonso II il nipote. Ma a noi interessa soprattutto Lucrezia. Il merito va all’inaugurazione di un delizioso locale, “L’Arcadia delle Muse”, in via Rasella 15, di fronte a Palazzo Barberini dov’è il Museo d’Arte Antica con la splendida “Fornarina” di Raffaello. Ci siamo andati attirati, oltre che dalla prestigiosa posizione, dalla splendida immagine arcadica della locandina, e dalla presenza della madrina della serata, l’attrice Marisa Solinas.
E, “last non least” diciamo per essere in carattere con l’autrice, incuriositi dal fatto che una docente di storia dell’architettura presso l’università della Southern California avesse fatto uno studio molto accurato con un titolo intrigante: “Le Duchesse, le Bufale e l’imprenditoria femminile nella Ferrara rinascimentale”. E l’avesse pubblicato il 4 settembre 2009 in un aureo insolito libretto bilingue targato “Luna Nuova per i tipi di Scaranari Editore in Ferrara”, con prezioso materiale iconografico: un quadro, una moneta e documenti d’archivio attinenti allo speciale tema trattato.
L’apparato di note con precisi riferimenti a lettere e registri degli archivi ferraresi è minuzioso, l’anima della ricercatrice si sente in ogni parola, scritta e documentata, poi è emersa anche nella presentazione effettuata nella serata. Perché la professoressa era la protagonista dell’inaugurazione del locale, ha illustrato l’indagine svolta e i risultati ottenuti. Che sono stati sorprendenti, e non ci ha raccontato solo… bufale, potremmo dire in omaggio all’arguzia del titolo, ma uno spaccato di storia rinascimentale, tema molto adatto a tenere a battesimo un locale come l’“Arcadia delle Muse”.
L’Arcadia delle Muse
Non possiamo andare avanti senza aver descritto prima l’ambiente nel quale si è svolta la presentazione, inaugurato proprio nella circostanza. E’ stata l’altra scoperta della serata, oltre alle bufale di Lucrezia Borgia imprenditrice, di cui si è parlato seriamente al di là del facile scherzo. Una scoperta l’ambiente, un localino accogliente e raffinato dove il titolare Ciro Cellurale con il collaboratore il Dott. Claudio Manari, perfetto moderatore della serata, coltiva un progetto meritorio: coniugare libri rari e vini d’epoca, oggetti d’arte decorati a mano e degustazioni, mostre e presentazioni di libri, dibattiti culturali e letture di poesie. Così le Muse si ritrovano nell’Arcadia, l’immagine del Parnaso spicca nella locandina e nel sigillo del locale; e, si deve dire, nell’atmosfera colta e raffinata nonché cosmopolita dell’incontro, con persone dai nomi prestigiosi e giovani appassionati, non soltanto italiani.
Una scoperta nella scoperta gli intervenuti con cui abbiamo trascorso la serata. Citiamo i due che hanno stimolato in modo particolare la nostra memoria, Marisa Solinas e Mimmo del Prete.
Marisa Solinas era nel nostro immaginario come “Venere tascabile”, sensibile interprete di cinema e di teatro, e anche cantante, nell’“Arcadia delle Muse” ha detto di aver trovato il rifugio ideale in termini di gusto e raffinatezza, sensibilità e cultura nel segno della bellezza.
La si vede da ogni parte: nei preziosi quadri di Ciro Cellurale, in acrilico metallizzato, alla parete principale.Elisabeth Taylor e Marylin Monroe, oltre a Gina Lollobrigida, che si trova anche in fotografie alle pareti con la Solinas; nei libri sul cinema ordinati negli scaffali, con tante, diremmo quasi tutte le principali dive nelle loro biografie molte delle quali in inglese: da Mae West a Gloria Swanson, da Greta Garbo a Milly; da Lauren Bacall a Joan Collins, da Ingrid Bergman a Grace Kelly, da Shirley Mac Laine a Elisabeth Taylor e Marylin Monroe, da Claudia Cardinale a Gina Lollobrigida anche con i suoi libri fotografici, alcune in più versioni.
Per i vini d’epoca l’elenco sarebbe molto più lungo, sono esposti con le loro etichette prestigiose che rimandano ad annate propizie, si sente la polvere del tempo, danno calore all’ambiente. I tredici volumi dell’enciclopedia “Le Muse” della De Agostini, 1967, invitano a riferimenti colti, ma non ne facciamo; siamo presi dall’oggettistica d’arte, tra le collane e le lampade, i vasi e vasetti decorati e i candelabri, le piccole sculture e i soprammobili e gadget di prestigio.
Ci affascina questa visione della cultura a 360 gradi senza steccati, la compresenza di tanti ingredienti che appartengono a settori diversi ma non a mondi diversi, è la concezione più moderna della coesistenza delle attività culturali che marcano una precisa identità. E’ merito di due giovani di talento, coraggiosi e appassionati: requisiti che oggi è difficile trovare nella stessa persona.
E’ la concezione che Mimmo del Prete, l’uomo di spettacolo che ha occupato nella sua lunga carriera l’intero sofà delle muse, ha espresso in un’intervista a “Enterprise” trovata sul blog di Armando Adolgiso, con la critica alle visioni ristrette: “Uno dei problemi degli interpreti italiani, è quello che hanno ancora da digerire l’interdisciplinarietà tra i diversi generi nell’ambito delle loro attività, la danza, la recitazione, il cantare, il suonare… Ricordiamoci che in passato c‘erano compartimenti stagni tra attore di prosa e quello di rivista, tra attore cinematografico e quello teatrale, specie nel teatro classico. Lo stesso vale anche per le altre figure artistiche”.
Qui Del Prete è venuto volentieri perché non trova steccati, le Muse ci sono tutte. Ci promette che ne parleremo con calma in modo diffuso, la sua straordinaria esperienza artistica ci affascina: non può lasciarci indifferenti, dopo esserci occupati tanto di teatro come sanno i lettori, chi ha lavorato con il coreografo di Fred Astaire, ha danzato con Don Lurio negli spettacoli cult della televisione in bianco e nero, è operatore culturale e presidente della Ials, l’Istituto per l’addestramento dei lavoratori dello spettacolo. Dove è impegnato nella formazione all’interdisciplinarietà dei generi e alle nuove tecnologia dello spettacolo, come “l’informatica musicale, la video struttura della musica, la programmazione midi score, gli arrangiamenti e l’orchestrazione con strumenti elettronici”; oltre che nel promuovere nuove forme di finanziamento dello spettacolo per garantirgli autonomia, ne parleremo presto noi che siamo impegnati nella battaglia per la revisione dei contributi all’editoria e alla televisione per orientarli verso la cultura. Prendiamo ora le notizie dalla citata intervista, nella serata invece eravamo presi dall’Arcadia delle Muse e da Lucrezia Borgia.
Anche con Marisa Solinas appuntamento a presto, ha avuto la gentilezza di prometterlo. Ne ha di cose da dire, uscirà presto un libro di ricordi e ne parleremo al momento, ma noi ce li faremo raccontare prima. “ Vissi d’arte” potrebbe dire l’attrice. Non solo cinema e teatro dove, oltre ai “musicarelli” d’epoca, ha momenti di qualità con registi importanti. Lo stesso essere madrina ia questo locale mostra una squisita sensibilità che esprime con poche sentite parole di apprezzamento dell’oasi di cultura nata nel cuore di Roma, così diversa dall’esterno dove, ha detto, “ci sono tante cose che non vorremmo vedere, questo per noi è un rifugio dove ritrovarci. E farlo spesso”.
Ha aggiunto che è nemica del gossip e amica dell’arte in tutte le espressioni, senza steccati, e lo ha dimostrato nella sua vita artistica. Ha recitato nel cinema e nel teatro, ha cantato e ballato in commedie all’italiana e “musicarelli” e anche in opere d’impegno con i maggiori registi italiani; è inutile farne i nomi, il manifesto di “Bocacccio ‘70” esposto nella sala, che reca anche la sua immagine, ci ricorda alcuni di essi. Ha dato prova di spirito anticonformista:, ci fu lo scandalo dell’interpretazione trasgressiva di una suora, come quella della copertina di un disco a seno nudo con Andrea Giordana; ma poteva essere altrimenti intitolandosi “Estasi”, come l’omonimo film con Hedy Lamarrr che fu il primo nudo nel cinema e alimentò di sogni erotici la nostra adolescenza nonostante non fossimo riusciti a vederlo?
Ha promesso di parlarci anche di Gina Lollobrigida, della quale ha quasi tenuto a battesimo come modella di lusso l’arte fotografica, le sue immagini sono nel primo libro della Gina e sono state anche selezionate tra le innumerevoli scattate per il più recente “Italia mia”; e poi ci parlerà di Luigi Tenco, una ferita nel cuore suo e nostro, da giovani ne piangemmo la tragica scomparsa.
L’imprenditorialità illuminata di una sorprendente Lucrezia Borgia
Non ci facciamo prendere dal sentimento, tornerà quando ci racconterà queste storie, alla prossima occasione, adesso la sua ironica e modesta trasgressione di allora ci riporta a quella epocale di Lucrezia Borgia, per l’immaginario collettivo una sorta di “malafemmena” del Rinascimento con in più intrighi e delitti di cui, peraltro, fu vittima del Duca Valentino che le assassinò due mariti. Il merito della ricerca della professoressa Diane Ghirardo è di darne un’altra immagine, vera e documentata, che ne fa un’imprenditrice aperta ai valori della socialità e dell’umanità; una sorta di Adriano Olivetti dell’epoca, nel mondo dove si trasferì da Roma, gravitante nella bassa ferrarese.
Allarghiamo l’orizzonte al di là delle bufale della citazione iniziale per riportarci al titolo della ricerca, con le parole dell’autrice: “Alcuni anni dopo il suo arrivo a Ferrara, e dopo aver generato un erede maschio, Lucrezia iniziò un ambizioso programma di acquisizioni di proprietà. Edificazioni, bonifiche ed estensioni agricole. In quanto parte di una massiccia capitalizzazione delle campagne appena iniziata, Lucrezia si impegnò nelle più grandi bonifiche sponsorizzate dagli Estensi dell’epoca dei progetti di Borso a metà del XV secolo”. Ne indica con precisione le località, sulla base di documenti dell’Archivio di Stato di Modena, tra cui il “Memoriale” del 22 settembre 1517: “Iniziò lavori di bonifica in Diamantina, San Genesio, Redenta, Marrana, Argenta e Filo, Conselice ed Ariano”. Ecco uno dei tanti particolari forniti, dalla stessa fonte: “Riguardo alla Diamantina,ad esempio, nel 1517 Lucrezia pagò per ‘la bonifachacione (sic) dele tere pratti et vale dela diamantine’ ed una “chiavica per scholar le acque’ “.
Viene fatto subito di chiedere come mai si impegnasse personalmente in lavori complessi e costosi come le bonifiche; la risposta la ricercatrice la trova nel suo spirito imprenditoriale aperto socialmente. “L’incentivo per le bonifiche era, naturalmente, il profitto: più terreno arativo disponibile significava maggior reddito per Lucrezia, e infatti nel giro di pochi anni lei ha raddoppiato le sue entrate proprio attraverso le bonifiche attuate” come risulta dai conti documentati del 1518; e non era un’attività senza rischi, la esponeva personalmente e già ne abbiamo dato un segno nella citazione iniziale, ma c’è altro ancora: “Dopo aver impegnato i suoi gioielli per far fronte a una carenza di liquidità durante la guerra con Venezia, Lucrezia certamente era motivata a tenersi a disposizione una sicura riserva di contante”.
L’attività era complessa: “La duchessa dava in affitto la terra a chi la coltivava o a chi pescava nelle sue acque, come Stefano Bottazo, sprocano, che pagava 55 lire marchesine all’anno, o Hieronimo Riminaldo, che prendeva in affitto i pascoli per il suo bestiame. Anche la lana della tosatura delle pecore era redditizia, ed i formaggi pecorini ed il latte di bufala destinati ad essere commercializzati a Ferrara erano anch’essi prodotti nella Diamantina e a Redenta, poi spediti per via fluviale da Bondeno a Ferrara, dove erano o consegnati nel palazzo di Corte o alla bottega del fruttarolo Pandolfo Mazzucchello in San Romano. Gli agenti di Lucrezia vendevano anche il frumento a Mazuchello, e bestiame, bufali e pecore ai macellai della città”.
Dal “Memoriale” del 1517 e dalle “Autentiche” del 1518 la ricercatrice ricava dati precisi, ne citiamo uno dal lato delle entrate a titolo esemplificativo: “La duchessa ricavò sei lire marchesine per ciascuna delle due pelli di bufalo vendute nel 1517, mentre nel 1518 il suo maestro di casa, Francesco Lombardini, vendette un bufalo ad un macellaio”. Nelle uscite soprattutto gli investimenti, con i quali torniamo alle bufale dalle quali siamo partiti: “Gli investimenti di Lucrezia in bestiame furono sempre sostanziosi.
Quando nel 1514 ereditò 3.425 ducati d’oro in seguito alla morte del suo figlio Rodrigo, Duca di Bisceglie, avvenuta nel 1512, Lucrezia comprò subito 231 esemplari tra vacche da latte, tori e vacche da carne, che teneva in bosco, per la somma ingente di 950 ducati d’oro e qui subito la citazione, Bartolomeo Codegori con indicato come sempre fonte e numero del manoscritto: “Uno conto de vacche de lacte comprate a nome della Ill.ma n. s. dalli dinari portati da Bari”, che documenta 82 vacche da latte, 62 da bosco, un cavallo e la metà di altre 59 vacche da Bosco venute da Bari.
L’importanza delle bufale in questo contesto emerge dalla citazione iniziale sul prezioso gioiello impegnato: “Forse i soldi ricavati da tale pegno andarono a pagare delle bufale arrivate da Roma con l’aiuto del suo vecchio amico d’infanzia, il banchiere Agostino Chigi”. Il “forse” nasce dallo scrupolo della ricercatrice che sembra non avere troppi dubbi se aggiunge: “Infatti, l’unica testimonianza sulla provenienza delle bufale di Lucrezia si trova nei registri della Camera Ducale, dove nel luglio 1517 Sebastiano Zaminelli riceve lire 9, soldi 2 e dinari 3 per aver condotto dieci bufale dal Chigi da Roma a Ferrara”.
Alcuni tratti umani della duchessa
Dopo l’imprenditorialità l’apertura sociale, e qui lasciamo l’aureo libretto e riportiamo le parole della ricercatrice nella presentazione, allorché dà un tono di umanità più evidente del testo scritto. A parte la morte a 39 anni della duchessa dopo 17 gravidanze, ci hanno colpito le lettere scambiate con il suo confessore: “Era molto cattolica e voleva che la sua attività di imprenditrice capitalista fosse coerente con le proprie convinzioni religiose. Chiedeva al confessore come poter vivere bene con tanta ricchezza. “. La risposta dovrebbe interessare anche oggi coloro che sentono questo problema. Fu questa: “Puoi avere anche di più se lo utilizzi creando lavoro per gli altri e rispettando questo lavoro”. Un capitalismo non di sfruttamento ma di accumulazione per creare lavoro e gestirlo con contratti equi che rispettavano i diritti. Si può dire che il plusvalore marxiano lo restituiva in qualche modo con un afflato umano e sociale imprevedibile e inconsueto: sul contratto di soccida ci sono diversi documenti. Era anche mecenate per gli artisti e faceva donazioni agli istituti religiosi, fondò un convento; negli ultimi anni divenne addirittura terziaria francescana .
“Se per un certo periodo era vissuta da peccatrice, certamente morì da santa”, scrisse di lei Indro Montanelli. Non entriamo in queste valutazioni, ci fermiamo all’immagine delineata dalla ricercatrice di donna emancipata. L’emancipazione allora passava per le alte classi sociali, soprattutto in Europa: anche le sante avevano un’estrazione da ceti elevati. Disdegna il lusso della vita di corte, predilige la vita più modesta. Ma non manca il vezzo tutto femminile, come quando paga due soldi ad Antonio Torlidore “davere fato sie (sei) manichi di chorna di buffalo per fare sie (sei) ventalij a sie (sei) donzelle”. E il mese successivo “Lucrezia ordina cinquanta piume di struzzo ‘a soldi uno dinari 4’ ognuno ’per adoperle per ventalij di sua Ex.a”.”. Inoltre “Lucrezia possedeva anche un pappagallo , che teneva con sé nei suoi appartamenti”. Poi lo affidò alle suore del convento di Sant’Antonio nel Polesine, dando un compenso ogni mese.
L’autrice non manca di delineare un’immagine do Lucrezia solare e sorridente, al contrario di Isabella che era arrogante. Una dolcezza unita all’energia per gestire oltre 30.000 ettari di terre con allevamenti e bonifiche, il marito seguiva altre attività e la lasciava libera in quelle da lei predilette.
E qui un’altra scoperta della ricercatrice tornata dalla California; questa volta la fonte non è negli archivi ferraresi ma nella Galleria Nazionale di Victoria, a Melbourne, in Australia, dove il curatore Carl Villis ha scoperto un ritratto di Lucrezia Borgia dipinto da Dosso Dossi, un grande nome della pittura, con un’attribuzione dettagliatamente motivata.
Un ritratto che è anche un documento e ci viene consentito di offrirlo ai lettori, daremo conto dello studio di Villis quando sarà disponibile. Intanto ci sono il pugnale e i fiori, simboli legati a Lucrezia, e un paesaggio sulla sinistra che ingrandito, com’è nel libro, evidenzia due figure con in mano forse rotoli di carta, sembrano tecnici per le bonifiche o comunque per le attività fondiarie.
L’autrice aggiunge a questa ghiotta scoperta, – un vero “blow up” alla Antonioni – una citazione questa volta non più da documenti di archivio ma dall’”Orlando Furioso”, canto XI, del 1516, proprio gli anni di cui stiamo discutendo: “Ludovico Ariosto paragona le donne famose per la loro bellezza a Lucrezia Borgia ‘Qual il stagno a l’ariento (XI, 69), forse un’allusione alle sue attività nelle campagne paludose in quanto lo stagno richiama anche le acque stagnanti”.
Lucrezia Borgia a Castiglion della Valle, Teramo
Di più non si poteva avere da una serata romana. Ma non ci accontentiamo, abbiamo posto alla professoressa Ghirardo la questione, ricordata all’inizio, che ci interessa da vicino: cosa le risulta del soggiorno di Lucrezia Borgia con il giovane innamorato a Castiglion della Valle, vicino a Colledara in provincia di Teramo, allorché si rifugiò nel borgo per sfuggire al Duca Valentino che li inseguiva; e la popolazione accorse in loro difesa riuscendo a respingere gli assalitori?
Conosciamo bene questa storia per aver partecipato alle annuali rievocazioni “Lucrezia Borgia a Castiglion della Valle” che nei giorni vicini al Ferragosto torna ad essere medioevale nelle serate con la sfilata in costume, al centro ovviamente Lucrezia Borgia e l’innamorato, cena d’epoca in piazza con ciotole e boccali animata da acrobati e giochi medioevali: uno spettacolo nello spettacolo rappresentato dal borgo che si erge intatto sulla vallata a strapiombo nel verde della vegetazione.
Visibilmente interessata ha risposto che le risulta un soggiorno a Nepi, ma potrebbe esserci stata anche la deviazione temporanea verso un rifugio più lontano come quello da noi evocato. Le forniremo le altre notizie disponibili e le approfondirà, anche noi torneremo sull’argomento.
Questa volta ci sembra di aver dato abbastanza materia su cui meditare e aver fornito un indirizzo prezioso vicinissimo alla Metro A di Barberini: “Arcadia delle Muse”, via Rasella 15, Roma, di fronte al Museo d’arte antica di Palazzo Barberini, a tu per tu con la “Fornarina” di Raffaello.



Ho finito di leggere il libro della Signora Ghirardo. Questo ritratto sorprendente di Lucrezia Borgia nelle vesti inconsuete di imprenditrice e non in quelle più conosciute, provenienti dalle trasposizioni cinematografiche e dalla nomea che la nostra dama ha collezionato nel tempo è appassionante. Averla conosciuta all’inaugurazione di questa stupefacente libreria nel pieno centro di Roma mi ha lasciato senza parole. Una signora bellissima, simpatica e una studiosa eccezionale.
Meraviglioso poi l’incontro con Marisa Solinas, una attrice deliziosa, con un volto ed un sorriso ineguagliabili. Una grande protagonista del nostro cinema con una sensibilità ed un cuore rari e preziosi.
Insieme a lei altri personaggi importanti come Mimmo Del Prete e non posso elencarli tutti.
Sono veramente felice che a Roma abbia aperto un locale che si proponga come fulcro di queste presentazioni ed attività di altissimo valore culturale.
Mi complimento con l’autore dell’articolo per avere colto esattamente tutte le sensazioni provate in quel meraviglioso 23 gennaio.
Grazie Signora Ghirardo, grazie Signora Solinas e complimenti per tutto. All’Arcadia delle Muse il merito di avere organizzato una così bella e unica serata.