recensione – “Vedi cos’è la Merica!” di Maria Teresa Barnabei

Il filo conduttore del romanzo è l’esperienza di un giovane abruzzese che per due volte varca l’Oceano Atlantico in cerca di lavoro. Nella ‘Premessa’ si legge: “Anche questo libro è in qualche modo un viaggio. Viaggio duplice dell’autrice alla ricerca delle proprie sorgenti famigliari… ma anche viaggio per l’esplorazione di un mondo sociale che è quello del lavoro, nella sorprendente somiglianza tra precarietà nostalgica degli emigranti del primo ‘900 e precarietà insicura del lavoro intellettuale del nostro tempo”. Mirabile sintesi! Lo spunto per la tramatura del romanzo è stato offerto dalla corrispondenza intercorsa tra Francesco C., il protagonista, e sua moglie, rimasta a Montorio, un paese del teramano.

Ma lo scenario è molto più vasto di quello che può fare da sfondo ad una vicenda familiare. C’è intorno al protagonista tutta una folla non dirò di personaggi (perché non importa coglierne l’essenza psicologica), ma di partecipanti o, se si preferisce, di attanti nelle varie sequenze narrative, i quali con la loro azione, per quanto ordinaria ed infinitesima, contribuiscono a dare un senso di marcia alla Storia e, come tessere di un puzzle grandioso, ad animare il quadro con le sue molteplici dinamiche, i suoi contrasti e le sue tensioni quasi mai risolte. Così, parallelamente, l’autrice evita l’uso della lingua comune normativa. Al contrario, trascrive la molteplicità delle parlate individuali e dei dialetti, perché questi, a loro volta, rendono tutta la varietà e la complessità degli orizzonti ideologico-culturali presenti nel romanzo.

I protagonisti del dramma parlano con i loro accenti anche quando il discorso non è diretto; sicché il lettore li ‘vede’ nell’oggettività della loro autorappresentazione e, insieme, nella relatività della loro autocoscienza. In tale architettura, infatti, s’incontrano e più spesso confliggono mentalità diverse che reagiscono in maniera differente agli avvenimenti della storia. Ma questa, da parte sua, misteriosa e tenace, non si lascia imbrigliare; anzi, travolge tutti nel suo inarrestabile flusso, anche quelli che ad un giudizio superficiale sembrerebbero i vincitori. Con queste voci ci si parla di qua e di là dall’Atlantico; con queste voci, che s’intrecciano sincronicamente e diacronicamente, si disegnano i profili di due comunità, di due civiltà. Sicché, ad esempio, sul versante abruzzese, la vicenda s’incastona in una lucida ricostruzione storica degli anni intorno alla prima guerra mondiale ed al terremoto di Avezzano, mentre del mondo americano si colgono, sì, la floridezza di un’economia in espansione, la positività di una democrazia pienamente vissuta e realmente esercitata, ma anche aspetti meno positivi come la xenofobia di certi settori sociali e i primi sintomi di una certa perversa modernità, insita nel capitalismo d’oltreoceano.

Un grande affresco, dunque, disegnato nel continuo confronto tra due mondi diversi, tra due realtà che, pure, un giorno s’incontreranno per dar luogo, forse, a superamenti positivi. Ma nel frattempo siamo come soffocati da incertezze, inquietudini e – come appunto si diceva – precarietà. Perché, infatti, la domanda di fondo, quella che ci si pone alla fine della lettura, è questa: reggerà la nostra plurisecolare civiltà all’urto di una ‘modernità’ che dapprima ci si è presentata con la seducente promessa di benessere e libertà per tutti ma, in seguito, dopo aver dilagato in tutto il mondo, si è trasformata in un perverso meccanismo che, mentre ha procurato ai pochi già ricchi fortune colossali, semplicemente inconcepibili in altri tempi, sta riducendo alla fame milioni di individui? E potrebbe provocare, se non si corre ai ripari, perfino la distruzione del pianeta? Certo, l’Abruzzo descritto dalla Barnabei è una regione povera, semplice e schietta nella sua fisionomia antropologica, strenua e dolorante nei continui sacrifici che deve affrontare, ma pur sempre una regione contrassegnata da un tessuto di valori condivisi che, magari, non ci rendevano felici ma certamente ci rendevano la vita degna di essere vissuta nell’abbraccio di una comunità solidale.

E’ possibile, oggi, recuperare quella dimensione umana o dobbiamo rassegnarci ad una deriva di cui non s’intravede lo sbocco? E’ davvero imbattibile il Moloch che sta stritolando la nostra umanità? L’autrice, a questo proposito non dà risposte. E si capisce: perché il futuro è tutto da giocare. A tal proposito vorrei sottolineare un passaggio del romanzo. Abbiamo già osservato come l’autrice eviti di parlare la ‘sua’ lingua in tutta la durata della vicenda. Ma c’è un passaggio in cui presta la sua sensibilità al nonno morente, quasi a tenerlo per mano nel momento estremo. A questo punto c’è un’intrusione lirica: un grande chiarore lunare avvolge la morte del protagonista che, tra una selva di ricordi disordinati e struggenti, sente riaffiorare, insistente, un verso imparato tanto tempo fa: Che fai tu luna in ciel, dimmi che fai?… Quella silenziosa luna non dà risposte sui destini umani.

Vogliamo decrittare? Allora rileggiamo le ultime parole del romanzo, sconsolate ed esaltanti insieme: “Una storia è storia perché è una vicenda finita. Non serve a nulla tentarne la rianimazione. Basterà leggerla. Perché è la vita che costruisce la storia ma è la storia a indirizzare la vita”. Il che vuol dire che siamo tutti chiamati in causa come responsabili del nostro destino. Insieme a quello dell’intera umanità.

Maria Teresa Barnabei, “Vedi cos’è la Merica!”, Ricerche & Redazioni, Teramo 2009. 

Nicola Fiorentino