Incontro con la poetessa aquilana Antonella De Paolis

L’avevamo sentita lo scorso dicembre in occasione della mostra d’arte sacra dedicata a Raffaele ed Eolo Costi tenutasi presso il santuario molisano di Castelpetroso, quando aveva dedicato una stupenda silloge di liriche a tema sacro ai due grandi maestri della pittura iconica romana. Ci aveva parlato della sua tragica esperienza del sisma aquilano e dell’impossibilità ad operare con l’Associazione culturale “Anna Achmatova” da lei fondata a causa dell’inagibilità della sede aquilana della medesima. Stiamo parlando della poetessa e operatrice culturale Antonella De Paolis ospitata in un albergo della costa adriatica dal quel tragico sei aprile dello scorso anno. Abbiamo voluto incontrarla per registrare i suoi sentimenti, le sue preoccupazioni e, se possibile, i suoi futuri progetti in campo culturale.

Le abbiamo rivolto dieci domande.

D. Antonella, la tua, come del resto quella dei tuoi concittadini, deve essere stata un’esperienza terribile. Noi l’abbiamo vissuta solo di riflesso, seguendone gli sviluppi sui mass media. Tu pensi che il pubblico sia stato correttamente informato o ci sono stai o ci sono dei retroscena che il pubblico non conosce, ma che solo chi ha vissuto in prima persona il tragico evento può testimoniare?

R Chiaramente chi vive in prima persona un evento del genere viene profondamente segnato da un’esperienza che al dire degli psicologi necessita di un periodo di due anni almeno per essere metabolizzata, al di là di quella che può essere la risposta individuale e la capacità di reazione all’evento stesso. Mi risulta che parecchie persone sono tuttora in cura con psicofarmaci. Fortunatamente non è stato il mio caso. Per quanto concerne l’informazione fornita dai mass media, mi verrebbe da dire, facendo ricorso al pensiero pirandelliano, che dietro ad ogni realtà possono riscontrarsi mille verità.

D. Al di là delle polemiche di carattere politico che mai mancano in questi frangenti, sarebbe interessante e utile maggiormente una tua testimonianza sullo stato psicologico di un terremotato che si trova, per così dire, in esilio, sradicato da una città che in pratica non esiste più.

R. Abbiamo accennato al trauma da evento sismico, ma per noi sopravvissuti il vero trauma è quello da post-terremoto. Al di là d’una fase emergenziale egregiamente gestita (l’accoglienza in strutture alberghiere ha concesso a quanti lo hanno voluto di non vivere quei disagi tipici dei terremoti precedenti), oggi a distanza di più di dieci mesi la nostra sistemazione che ci vede ancora ospiti negli alberghi è quanto di più aberrante e alienante si possa immaginare. Per quanto mi riguarda l’essere stata sradicata dalla mia vita e dalle attività culturali portate avanti in tanti anni come presidente della suddetta associazione, mi costringe ad uno sforzo continuo davvero immane per non soccombere. Il cambiamento di stile di vita che ad esempio mi impedisce di avere una vita di relazioni consolidate e soprattutto la frequentazione di persone care, parenti o amici che siano, è già un peso assai gravoso. A questo aggiungasi una serie indefinita di ristrettezze che vanno dalla mancanza di una base operativa per l’Associazione, allo sconvolgimento totale di alcune abitudini proprie di ogni individuo e da ultimo il cambiamento totale per quanto riguarda l’alimentazione. Grata per aver potuto sempre usufruire degli effetti benefici d’una doccia quotidiana, devo però evidenziare che quell’ “ottimo lesso da caserma” servito in tutte le salse mi ha creato non pochi problemi a livello di salute. Purtroppo fino a qualche giorno fa non ho avuto neanche la possibilità di disporre di un frigorifero che mi consentisse la conservazione di alimenti acquistati a mie spese ai quali ero abituata.

D. È servita la solidarietà del nostro paese e quella internazionale soprattutto in occasione del G8 a rendere più tollerabile lo stato di angoscia e prostrazione?

R. Certamente le testimonianze di solidarietà a tutti i livelli credo che abbiano costituito un conforto non indifferente per tutti noi, ma ero convinta e a posteriori ne ho avuto la prova che una volta che si fossero spenti i riflettori, saremmo rimasti in balia di noi stessi.

D. Come vedi il tuo futuro e quello della città dell’Aquila alla luce anche di quanto si sta facendo per la ricostruzione? Intendo soprattutto parlare della componente culturale, quella che sempre ti ha visto impegnata in prima persona, che naturalmente acquista anche un risvolto turistico ed economico.

R. Siamo a febbraio e la ricostruzione di fatto è appena, direi a stento incominciata. Persone con case classificate B sono ancora alloggiate in alberghi. Figuriamoci io che ho un’abitazione classificata E la quale era anche sede dell’Associazione come posso vedere il mio futuro e quello della mia città. Purtroppo la realtà è ben diversa da quella che ci mostrano i mass media. A questo si aggiunga che noi dobbiamo sostenere spese non indifferenti, ivi compreso il pedaggio autostradale, per raggiungere L’Aquila, dove siamo obbligati a recarci spesso per incombenze burocratiche e non solo.

D. Cosa vorrebbe chiedere Antonella De Paolis, in qualità di operatrice culturale, agli amministratori nazionali e locali della cosa pubblica, visto anche che prossimamente si andrà alle urne per il rinnovo dell’amministrazione provinciale?

R. Nulla. Ma a qualche schieramento politico forse sì: di non invitarmi a riunioni di qualsivoglia genere che si tengono all’Aquila, anche perché nonostante la mia anima poetica non amo dormire sotto le stelle… Solo dovendo recarmi in città per urgenze serie, non ho remore a chiedere ospitalità ad amicizie personali vere e consolidate, a cui non posso che essere eternamente riconoscente.

D. Il premio nazionale “I sentieri dell’anima” che ogni anno la tua Associazione “Anna Achmatova” organizzava all’Aquila e che lo scorso anno fu ospitato a Palazzo Baldoni di Montesilvano, pensi possa tornare quest’anno nella sua sede d’origine? Sarebbe davvero un importante segnale di ripresa e di ritorno alla normalità che tutti noi auspichiamo.

R. Non si terrà assolutamente e me ne dolgo moltissimo. Siamo a febbraio e fuori tempo massimo per quanto concerne l’organizzazione.

D. Tornando alla condizione di sfollata lungo la costa adriatica, ci vuoi raccontare come hai vissuto i rapporti certamente di solidarietà con altri concittadini ospitati nello stesso tuo hotel e dirci eventualmente delle loro lagnanze su come è stata gestita tale situazione di emergenza.

R. Negli alberghi mi sono ritrovata per lo più con persone che neppure conoscevo, e di certo la nostra non era la condizione migliore per socializzare, fatta eccezione di vecchie e care amicizie che si sono ancor più rinsaldate. Sono abituata a riportare le mie impressioni e non a farmi portavoce delle istanze altrui se non espressamente richiestomi da chi non ha voce.

D. Sappiamo che più volte sei tornata all’Aquila per esigenze di ordine burocratico: qual è stata la reazione psicologica alla vista di una città così martoriata? Penso sia paragonabile solo a quella esperita dopo i bombardamenti nell’ultima guerra mondiale.

R. Ho riprovato, specialmente le prime volte, lo stesso terrore della notte del sisma. Ora provo soltanto una grande pena per una città struggentemente bella che non tornerà più al suo splendore.

D. Certamente avrai avuto la solidarietà da parte di numerosi personaggi del mondo culturale che hai frequentato negli anni. Hai da fare qualche nome a cui ti senti in qualche modo di essere riconoscente?

R. Centinaia sono stati i messaggi di apprensione (ho potuto recuperare solo dopo quattro giorni il cellulare dalla mia abitazione) da parte di poeti, scrittori ed artisti di tutta Italia. Devo registrare anche la telefonata dell’imam algerino Rachid Amaidia che aveva partecipato ad alcune edizioni del premio e quella della direzione della casa di reclusione Rebibbia a nome anche dei reclusi premiati e non ad una edizione del premio.

D. Una domanda che non ti ho fatto che invece vorresti ti avessi rivolto per rendere questa intervista meno conformista?

R. Credo di aver detto molto e mi sento di ringraziare te e la rivista Abruzzo Cultura che ha voluto raccogliere e pubblicare questa mia testimonianza.