La festa di San Leone a Silvi

C’è stato un tempo, nemmeno troppo lontano, in cui il grido collettivo di un paese era speranza ma anche germoglio di una sensibilità religiosa semplice e istintiva, che accomunava a quella di mare la gente di terraferma. Un ricorso storico facilmente condivisibile per l’antica Castrum, dove paura, speranza e fede hanno  rappresentato da sempre il viatico per leggere, a livello sociologico, tutte le feste devozionali, per l’Assunta, come per San Leone.

La festa che ci accingiamo a celebrare in onore del Santo patrono di Silvi rispetta questo insieme di sentimenti, fatti propri da un popolo che “ a testa alta” ed “a muso duro” ha conquistato il progresso, la civiltà, così come tutti i popoli, senza mai far venir meno le proprie radici, quelle che hanno evidenziato la nostra “linfa vitale”. Chi cade nella retorica della globalizzazione, non può che temere questa festa che tutti attendiamo con gioia. Nulla da eccepire sul fatto che anche Silvi era lontana dalle prevaricazioni e dagli inquinamenti molteplici della vita odierna (in cui i valori della Famiglia e della Religione si sono opacizzati).

Il distacco da esso è soffuso di malinconia e tristezza insieme, ma questo non significa aggregarsi al coro dei “laudatores temporis acti” di oraziana memoria. Sussurrare alle nuove leve di conoscere e amare le proprie radici è un dovere di tutti.  Quando lo scricchiolio del fuoco si ode nella notte, la vivacità del popolo silvarolo si manifesta in tutto il suo vigore. Il “bagliore scoppiettante” del Ciancialone illumina l’intero Castello, mentre quel ragazzo di nome Leone si compiacerà del nostro fare. Tutt’altro che insignificante: chi vorrà rimanere a casa ne avrà diritto, ma faccia attenzione all’obesità, l’ennesimo male: “L’unico rimedio per mantenere in forma la popolazione è ripensare alle strutture urbane” ha sentenziato uno studio del professor James della London School of Hygiene.

Ovvero: più comunità, più servizi, meno tv ed ancor meno cibi grassi. Vale forse la pena di assistere a questo falò antico, che si perde indietro nel tempo, scoperto ultimamente anche da alcuni amici giornalisti tedeschi. Non c’è verso di spiegargli che il ricordo di questo giovane Leone, eroico nel respingere gli attacchi dei pirati, accadde nello stesso posto in cui fu impiantata la cappellina della Madonna dello Splendore.  Non possono non associare questo posto all’eroicità di Leone: per loro ha un significato enorme, così come per l’indimenticabile maestro Spitilli. 

Leone ha lo sguardo rivolto verso il mare, dove i primi chiarori dell’alba illuminavano l’orizzonte: la fitta selva non avrà impedito una visione paradisiaca.  Il ragazzo che porta il nome del famoso Taumaturgo non ha ancora la consapevolezza di essere un eroe, di aver salvato il paese dagli invasori che dal mare tenteranno di risalire la collina.

Quel cumulo enorme di fuoco li fece indietreggiare,  e credettero di trovarsi di fronte a tutto il popolo del Castello.  E’ una scena antica, fors’anche leggendaria: ma la luce di tante altre mattine ha illuminato lo stesso posto; lo stesso vento ha scosso con violenza o accarezzato con una leggera brezza gli stessi alberi, la rigogliosa natura, dal mare alla collina. La sfida del domani si costruisce sulla ricchezza di ieri. In fondo, come disse il papa polacco, “non c’è futuro senza memoria”.