“Astri e particelle”, mostra al Palazzo delle Esposizioni di Roma fino al 14 febbraio 2010, fa rivivere le emozioni dell’Osservatorio di Collurania di Teramo, moltiplicate da un’esposizione proiettata nel futuro, come un’astronave che trasporta oltre il visibile nel mondo affascinante e misterioso dell’infinitamente grande e infinitamente piccolo le cui regole reggono l’Universo.
Siamo andati alla mostra nel ricordo di una visita studentesca al Collurania di Teramo, l’osservatorio astronomico sulla collina della Specola dove, tra le tante emozioni, provammo una delusione: pensavamo di guardare nel grande telescopio con l’ansia che dovette provare Galileo alla sua prima osservazione celeste, invece dovemmo limitarci ad osservare le proiezioni degli astri riflesse, forse perché la visita avvenne in una mattinata di sole. Le emozioni non mancarono, la vista del telescopio di per sé faceva lavorare la fantasia, le spiegazioni facevano lavorare la mente.
“Tra il nulla e l’infinito – Lo spazio di Dio” con l’autore Eduardo Ioele
Ora ci troviamo in un mondo del tutto diverso, anche se il campo di osservazione è lo stesso, siamo immersi, anzi proiettati nel futuro. Da una macchina espositiva senza eguali che ha preso lo spunto da una tematica futurista, la cavalcata della scienza nel decifrare i misteri dello spazio, per “inventare” una forma innovativa e coinvolgente di fare una mostra. Che allinea immagini e reperti, notizie e spiegazioni, ma soprattutto crea un clima e un ambiente, suscita emozione.
L’emozione è l’elemento necessario perché scatti la partecipazione e venga validata la formula prescelta, lo abbiamo riscontrato per il teatro e l’arte contemporanea, ne abbiamo qui una conferma. Questo non riguarda soltanto il visitatore poco addentro ai misteri del cosmo, e a tale proposito facciamo una confidenza. Pensando di trovarci dinanzi a elucubrazioni troppo specialistiche l’abbiamo visitata insieme a un grande esperto, uno studioso divenuto colto divulgatore di questi misteri con una passione che lo ha accompagnato in tutta la vita; per cui dopo infinite conferenze rotariane ha scritto un libro prezioso la cui lettura ci ha illuminato sul mondo dell’infinitamente grande e dell’infinitamente piccolo.
Un mondo che non vediamo ma dalle cui regole siamo dominati, riassunto nel titolo “Tra il nulla e l’infinito”, Edizioni Ripostes, Salerno 2008, 192 pagine fitte dove si trova anche una sintetica storia della scienza e si arriva a quello che viene definito nel sottotitolo “lo spazio di Dio”, e spiega come non solo la fede, ma anche la scienza oltre alla filosofia possono portare fino al Creatore.
Ebbene, l’autore Eduardo Ioele che era con noi, ha definito la mostra “straordinaria, meravigliosa”, ed è stato uno spettacolo nello spettacolo vederlo dinanzi alla pioggia, anzi al tornado di sollecitazioni visive e uditive, come uno scrittore – e nel libro avvincente come un romanzo dimostra di esserlo – che vede tradotta in film la propria fatica e gioisce nel sentire prendere vita e assumere una consistenza reale personaggi e vicende che aveva soltanto descritto. Tanto più trattandosi dell’infinitamente grande e dell’infinitamente piccolo, di per sé non rappresentabili, ma qui raffigurati ed evocati con straordinari effetti di forte suggestione.
Dinanzi all’uomo di scienza entusiasta come un bambino nel paese dei balocchi il cronista si trova disarmato, fidava nelle sue spiegazioni, si trova dinanzi ai suoi entusiasmi: ci sottoponiamo insieme alla “pioggia cosmica”, ci facciamo fotografare dalla macchina cosmica che spedisce subito le immagini alle nostre caselle elettroniche, entriamo nella grande sfera planetaria dove ci sono le voci degli scienziati e dove l’esperto Ioele ritrova le sue profonde speculazioni filosofiche e scientifiche.
Perché nel mondo in cui ci troviamo filosofia e scienza sono strettamente intrecciate e a loro si unisce la religione, in un affascinante viluppo che cerchiamo di sbrogliare mentre viaggiamo nello spazio. E sbrogliare questo viluppo vuol dire non soltanto gettare lo sguardo sui misteri del cosmo e dell’atomo, ma anche penetrare nei propri interrogativi esistenziali, aprire l’animo e la mente.
Essere e non essere, questo è il problema
Come raccontare, dunque, un’emozione così forte, nata dalla visualizzazione di un mondo che sembrerebbe lontano anni luce – è questa la sua unità di misura – ma è dominato dal rigore della scienza le cui regole si basano sull’infinitamente piccolo, anche se le manifestazioni vanno in un infinitamente grande che sgomenta al solo pensarci? L’infinito non dà meno ansia del nulla.
Può la mente reggere al pensiero di miliardi di galassie (gli astronomi arrivano a 140) formate anche da miliardi di stelle ciascuna, viste com’erano milioni di anni fa perché sono tanto lontane che la luce, pur alla velocità di 300 mila chilometri al secondo, impiega tanto tempo per giungere fino a noi? La prima galassia individuata dall’americano Edwin Hubble aveva un diametro di 100 mila anni luce e ne distava dalla terra 900 mila. Andromeda dista oltre 2 milioni di anni luce. Perciò mentre ne vediamo i segnali luminosi dobbiamo pensare che potrebbero non esistere più da molti millenni! Anche l’essere e il non essere si trovano a coincidere, si supera lo stesso dilemma amletico, “essere e non essere, questo è il problema” attuale, e non più solo “essere o non essere”.
Ma come può reggere il pensiero nel conoscere che quando negli organismo celesti si rompe l’equilibrio tra la forza gravitazionale della massa di materia e la spinta repulsiva dell’energia per l’esaurirsi del combustibile nucleare si arriva a una tale concentrazione che un centimetro cubo pesa una tonnellata e nelle stelle di maggiore grandezza anche migliaia di tonnellate; l’inimmaginabile avviene perché si compatta la materia allorché sono compressi gli spazi interatomici e subatomici. Di qui i pulsar”, e i tanti segnali del cosmo dove c’è tutto un mondo di stelle grandi e grandissime, piccole e “nane”, anzi “nane brune”, “nane rosse” e “nane bianche”, dalla vita tormentata.
Tutto questo è spiegato nel libro di Ioele, tutto questo è visualizzato e sceneggiato, evocato diremmo, nella mostra “Astri e particelle”. Termini accattivanti e domestici, usati opportunamente per non impressionare con il linguaggio scientifico il cui rigore è assolutamente rispettato nelle molteplici presentazioni e soprattutto nelle simulazioni che rendono partecipe il visitatore.
Non poteva essere altrimenti, la progettazione e l’allestimento sono dei tre grandi istituti nazionali: l’Istituto nazionale di fisica nucleare che ci riporta al telescopio di Collurania visitato nella nostra adolescenza per associazione di idee, vediamo la sua sigla, Infn, le infinite volte che percorriamo il traforo tornando da Roma a Teramo dov’è appunto tale osservatorio; l’Istituto nazionale di astrofisica e l’Agenzia spaziale italiana. E la direzione scientifica della mostra è di Roberto Battiston, un nome che è una garanzia, ad essa ha collegato anche un fitto programma settimanale di illustrazioni e approfondimenti, compresi gli incontri con i nostri astronauti.
Il titolo “Astri e particelle” è accompagnato da un sottotitolo, “Le parole dell’Universo”. Ce n’è un flusso continuo, vengono ascoltate da strumenti sensibilissimi e decifrate, ci raccontano la sua vita. “Gaia” ha intitolato Mario Tozzi la sua trasmissione televisiva sulla Terra per sottolinearne la vita, e lo ha fatto anche dinanzi alle catastrofi naturali che nello sconvolgere, spesso in modo tragico e angoscioso, danno anche un messaggio paradossalmente rassicurante sulla sua perdurante vitalità.
I “messaggeri dell’universo”, i raggi cosmici
Ascoltiamo anche noi queste parole, sono messaggi di luce e di materia che ci narrano una storia: come sono nate e muoiono le stelle, come si formano le galassie, come si mantiene in equilibrio un sistema così complesso. E’ la storia del nostro mondo, la nostra storia. Una pioggia di particelle viene dagli spazi siderali, dal Sole, dalla nostra galassia e da altre galassie sperdute in un cosmo sconfinato che ci trasmette anche i segnali del “Big Bang”, l’origine del tutto. Possiamo percepirle e “ascoltarle” con strumenti sensibilissimi, frutto di progressi nella tecnologia che hanno accompagnato quelli nella scienza.
Sono posti “nelle profondità del mare, dentro il cuore della montagna”, si legge, come i Laboratori del Gran Sasso dove vi sono gli apparecchi più schermati al mondo per lo studio delle particelle. Lo schermo di oltre duemila metri di roccia serve a fermare i raggi cosmici e quant’altro proviene dall’atmosfera per poter rilevare quella che viene chiamata “una particella sfuggente come il neutrino”. La mostra presenta le misurazioni, fa sapere dell’Universo cose ignote alla gente: la dimensione e l’età, la formazione e la configurazione di stelle e galassie, tornando indietro ai primordi e alla sua evoluzione e guardando nel futuro, con l’ansia di conoscere di più del nostro mondo: si è sollecitati a compiere il viaggio di Ulisse, perché “fatti non foste a viver come bruti…”.
Il nostro viaggio inizia nel “tunnel cosmico” della mostra con quelli che vengono chiamati “I messaggeri dell’Universo”, cioè i “raggi cosmici”: sono gli Ufo invisibili con i quali gli “incontri ravvicinati” sono continui, non c’è lo strabiliante appuntamento in una landa desolata dove atterra l’improbabile disco volante, ma l’intercettazione quotidiana; in particolare Argo li studia dal Tibet.
Ma non ci sono solo loro. Abbiamo protoni ed elettroni, nuclei atomici e neutrini: sono i prodotti di fenomeni anche violenti, come il formarsi dei “buchi neri, un vortice creato dalla rottura dell’equilibrio tra materia ed energia, con i collassi stellari da cui derivano violente esplosioni e la nascita delle “stelle supernove” la cui luce fa rifulgere le galassie; ne danno testimonianza i “pulsar”.
Nella più tranquilla “doccia cosmica” entriamo veramente e possiamo vedere, mediante l’installazione interattiva, le particelle che ci attraversano: il tutto è descritto attraverso un video, dato che non si avrebbe modo, e forse neppure la voglia, di leggere nel balenio di lampi e nell’eco dei suoni che vengono dallo spazio: e c’è un elettroscopio, con annessa la relativa spiegazione.
Le particelle dell’infinitamente piccolo
I fenomeni naturali che generano la pioggia cosmica si traducono spesso in cataclismi di entità incommensurabilmente maggior e più violenta di quanto accade sulla terra anche nelle sue manifestazioni più catastrofiche, come la stessa dimensione stellare supera infinitamente quella terrestre anche nelle sue forme minori. L’ambientazione fa sentire nella pelle che l’Universo è vivo, e quelle particelle invisibili, i protoni ed elettroni già citati forniti di carica elettrica rispettivamente positiva e negativa, sono i “mattoni” di cui sono fatti gli atomi, insieme ai neutroni del nucleo.
Nello stesso tempo ci dicono che sono le reazioni nucleari all’interno delle stelle a formare gli elementi costitutivi della materia, dal carbone che è quello fondamentale, al calcio fino al ferro del quale nel cosmo c’è una produzione continua: in un solo istante superiore di miliardi di volte a quella avuta in anni in tutte le miniere della terra; il ferro è, naturalmente, anche quello che abbiamo nel sangue. Solo idrogeno, elio e pochi altri sono in un certo senso originari del “Big Bang”.
Le tracce che queste particelle lasciano con la loro carica elettrica sono evidenziate da una “camera a nebbia”, e veniamo avvertiti che molte di esse dipendono dalla normale radioattività dell’ambiente, ma altre provengono direttamente dallo spazio. Come non emozionarsi? I passi da gigante compiuti in questo campo sono dovuti alla tecnologia che ha permesso di realizzare un grande osservatorio terrestre nella pampa argentina (l’Auger), e osservatori spaziali, un visore di particelle per astronauti (il Sil-Eye2) ) e un satellite cacciatore di antimateria (l’Ams).
Non vi sono state scorciatoie allo studio indefesso dei fenomeni naturali, anche la strumentazione è risultato di studi e sperimentazioni sempre più sofisticate. Se poi andiamo agli esperimenti scientifici troviamo macchine grandiose, evocate in immagini alla mostra, come i grandi acceleratori lunghi chilometri per riprodurre artificialmente le condizioni estreme nelle quali in natura si verificano i fenomeni in modo d poterli studiare e verificare. Tra le particelle più studiate i “neutrini”, la cui storia è sorprendente: furono ipotizzati perché senza un’altra particella, allora sconosciuta, non si raggiungeva il necessario equilibrio e poi trovati e visti veramente; a loro si riferisce il recente importante esperimento tra il Cern di Ginevra e i Laboratori del Gran Sasso.
La “rete degli scienziati” e gli “arcobaleni di luce”
La macchina espositiva non dà tregua, ci invita ad entrare nella “rete degli scienziati”. Non ci presenta una noiosa spiegazione e neppure un’interminabile didascalia, bensì un grande globo terrestre che ci accoglie al suo interno nelle apposite postazioni che mettono in contatto con il pensiero dei più famosi le cui scoperte hanno avuto un peso rilevante. Sono anche loro le nostre sentinelle, assimilate a quelle appostate sulle “torri saracene” che avvertivano delle scorrerie dei turchi; li aiutano gli strumenti che vigilano di continuo sul cosmo, e ne controllano il polso come si fa con un organismo vivo. Entriamo nel globo come in trance, presi dall’ambientazione come se dallo spazio tornassimo sulla terra per penetrarvi all’interno. Non ci fermiamo a lungo anche se meriterebbe una sosta ben più approfondita, ma abbiamo l’accompagnatore esperto che ci aggiorna e sappiamo che il suo libro contiene tutto questo. Qui vogliamo emozionarci più che apprendere.
Ma ci accorgiamo che non è possibile scindere i due aspetti, l’emozione è data dalla conoscenza. Quelli che veniamo a conoscere ora sono gli “arcobaleni di luce”. E possiamo verificare con un originale accorgimento, che la luce non è soltanto quella visibile, espressa nei colori dell’arcobaleno dal rosso al violetto. Le onde elettromagnetiche da cui nasce si presentano con frequenze e modalità che la rendono invisibile, un altro “essere e non essere” sconcertante: molte sue forme sono note, infrarossi e ultravioletti, raggi X e raggi gamma , tutte fonti la cui luce ha “colori diversi” perché generata da differenti sorgenti di energia. Per recepirla si utilizzano radiotelescopi (come il Srt in Sardegna), e strumenti atti anche a captare quelle ad alta energia (come il Magic e i satelliti Integral e Agile); in mostra c’è anche un apparecchio tradizionale, il più grande binocolo per guardare il cosmo, come avremmo voluto fare nella lontana visita da studenti a Collurania.
Si è potuto constatare che la luce emessa dalle galassie, i veri e propri arcipelaghi di stelle che ci circondano, non è immobile ma tende a spostarsi verso il rosso, per cui il nostro Universo “vestito di rosso” appare ben diverso da un universo statico, altra prova della sua vita incessante: numerose nella mostra le installazioni per visualizzare tali fenomeni virtuali.
Ma proprio perché è trasmessa da queste sorgenti la luce ne fornisce l’immagine, e spesso è di stelle che nascono e muoiono, si scontrano e si rinnovano, si fagocitano e si associano in galassie sterminate come numero di stelle, anche miliardi; ed è sterminato lo stesso numero di galassie, anche qui l’unità di misura e il miliardo, 140 come abbiamo già detto. Il tutto moltiplicato miliardi di volte da chi ipotizza una molteplicità di universi, nel “Multiverso” in cui sembra credere Margherita Hack. Lo apprendiamo dalla luce tendente al rosso che ci viene dal cosmo, considerando che spesso è deviata dai grossi “ostacoli” che incontra nei pianeti e negli altri corpi celesti subendo strani fenomeni: la duplicazione o la scomparsa del segnale luminoso, quasi fosse un miraggio e non il segno di una massa celeste di dimensioni gigantesche rispetto alla Terra.
L’“Universo oscuro” e la dimensione spazio-temporale
Se finora tutto sembra incentrato sulla luce un esempio che viene fatto in mostra ci fa rivalutare il buio: l’esempio è quello delle città illuminate di notte viste dall’alto, somigliano alle galassie come le vediamo dal basso, intorno l’oscurità nell’uno e nell’altro caso. Ma “buio” non vuol dire “nulla”, e se sulla terra può corrispondere ad assenza di elementi utili o interessanti, nello spazio ogni cosa ha una funzione ben precisa, legata a leggi in parte conosciute e in parte ancora da decifrare.
Qui gli spazi intergalattici che separano gli arcipelaghi di stelle non sono un vuoto inerte, ma l’“Universo oscuro” , costituito da materia nella quale si immergono gli astri, di natura sconosciuta, “cinque volte più abbondante della materia di cui sono fatte galassie, stelle, pianeti e noi stessi”. La sua funzione? Fondamentale, se è stata proprio la sua attrazione gravitazionale a formare le galassie controbilanciando la forza centrifuga di espansione dell’universo data dall’energia endogena delle stelle: una forza che se non contrastata avrebbe disperso la materia originaria nello spazio sconfinato.
Come se questo non bastasse, è stata avvertita un’inversione di tendenza che sembrerebbe protrarsi dalla bellezza di sette miliardi di anni: è insorta una nuova forza che invece tende al respingimento tra le galassie portando a quell’espansione e dispersione da cui viene minacciato nel lunghissimo termine l’attuale assetto del sistema planetario. L’energia oscura, ci insegna sempre la mostra, è “tre volte più abbondante della materia oscura e 15 volte più abbondante della materia normale. E’ così che la parte oscura dell’Universo ha plasmato la sua forma e domina il suo destino”.
Entriamo nella cosiddetta saletta-gravità, siamo nel regno dello spazio e del tempo che dobbiamo considerare in modo ben diverso da quello consueto, fatto di certezze nelle unità di misura e nelle loro applicazioni. La relatività di Einstein non li considera assoluti ma dipendenti dalla posizione dell’osservatore, inoltre sono interconnessi al punto da richiedere uno spazio quadridimensionale: alle tre dimensioni cartesiane va aggiunta quella temporale che influenza o “deforma” le altre.
Si tratta della concezione dello “spazio curvo”, anzi incurvato dai pianeti che vi imprimono la propria forma come su un tappeto di gomma, e il cui movimento dipende da tale deformazione, e così la stessa forza gravitazionale. Le esplosioni stellari modificano la forma spazio-temporale del cosmo e i buchi neri lo deformano al punto da inghiottire oltre alla materia anche la luce. Vediamo tutto questo esemplificato in un divertente “imbuto gravitazionale” interattivo, dove ci si diverte a far compiere alle palline percorsi mossi dal diverso potenziale, finché non le inghiottono i buchi neri nella forma delle buche di biliardo centrali. Sono esposti anche strumenti e modelli per captare nella realtà le onde gravitazionali: dalla “Barra risonante di Geograv” al “Lisa Pathfinder”.
Un punto all’origine dell’Universo, l’infinitamente grande
L’Universo, abbiamo visto, da alcuni miliardi di anni ha ripreso a espandersi, dopo un periodo di frenata dovuto alla forza gravitazionale dello spazio oscuro. Possiamo quindi pensare che, andando all’indietro fino ai primordi, lo si vedrebbe restringersi sempre più, se l’assetto attuale è dato dalla formidabile forza espansiva dovuta, come si è accennato, all’energia nucleare che ha all’interno,
Una forza che lo ha fatto crescere di miliardi di volte nell’attimo iniziale, quando il Big Bang lo ha fatto esplodere per via dell’accumulo di energia nella pur minuscola massa iniziale. Nei primi tre minuti erano già “nati” idrogeno ed elio, i più leggeri e più comuni; passarono 300 mila anni prima che protoni ed elettroni presenti nella materia informe formassero gli atomi.
Nelle prime centinaia di migliaia di anni nell’Universo c’erano soltanto particelle e radiazioni luminose distribuite in modo uniforme; un equilibrio rotto dalle prime aggregazioni della materia per la gravità, poi la materia oscura hanno fatto il resto, come si è accennato, accelerando tale processo di addensamento fino ad arrivare, ma passeranno milioni di anni, a formare le galassie.
Nella mostra si apprende che “improvvisamente la nebbia primordiale svanì rivelando un enorme bagliore la cui eco pervade ancora oggi tutto l’Universo. E’ la radiazione cosmica di fondo”. Così la conclusione della mostra ci riporta al suo inizio, alla “pioggia cosmica” nella quale siamo passati attraversando il “tunnel cosmico” dell’ingresso; tocchiamo con mano la circolarità dell’Universo.
Ma ora quello che ci interessa è saperne di più sulla sua origine, sul momento iniziale, nella mostra se ne parla, ma chiediamo ulteriori notizia a Ioele. Ci inonda di teorie, non solo il “Big Bang” ma anche l’“Inflazionaria” e quella dell’“Universo oscillante”, dopo le teorie rinascimentali e le concezioni bibliche della ”Causa prima” con riferimenti al “Motore immobile” aristotelico.
Ci sembra di poter riassumere il “Big Bang” nell’esplosione della materia iniziale, e qui aiutiamo la memoria con le parole del libro di Ioele citato all’inizio: “L’Universo sarebbe nato da uno ‘stato puntiforme’ infinitamente caldo e denso che conteneva ‘il tutto in un’unità’. Tale stato non aveva nulla intorno in quanto, nella sua unità, rappresentava spazio, tempo, materia ed energia”. Come sarebbe nato? “L’inizio non può descriversi come un’esplosione nel senso comunemente inteso, ma come un evento estraneo alle normali leggi fisiche e alle descrizioni matematiche, definito una ‘singolarità”. La quale sembra consistere nel fatto che “nella ricostruzione delle fasi iniziali dell’Universo i modelli proposti dalla scienza non partono dal punto zero, ma da una piccolissima frazione di tempo ad esso successiva”.
Questa minima frazione è pari al “tempo di Plank” (10 secondi con esponente – 44) che rappresenta l’unità di tempo non divisibile. .Le ricostruzioni scientifiche iniziano dal primo secondo di vita, le ipotesi e le ricostruzioni con gli acceleratori vanno fino a un milionesimo di miliardesimo di secondo, “da questo punto fino al tempo di Planck si possono fare solo ipotesi teoriche non verificabili. Il tempo di Plank è il limite estremo, oltre è fuori della portata anche della scienza teorica”. Forse per questo entra in campo la fede, dando una propria risposta che colma una lacuna del pensiero scientifico. Anche perché, sempre secondo la scienza, è infinitesima, e quasi inesistente, la probabilità che le precise leggi naturali si potessero formare per effetto del caso; i “miltiversi” della Hack vorrebbero superare l’assurdo probabilistico rendendolo scontato per l’esistenza di infiniti universi. A questo punto appare meno assurda la “Causa prima” biblica.
Dall’Expo ritorno a Collurania, come sulla “macchina del tempo”
Ci fermiamo qui, è un discorso che porterebbe lontano, d’altra parte è ben argomentato nel libro di Ioele, nelle sue motivazioni scientifiche senza fideismi teologici. Il nostro viaggio nel cosmo è terminato, ma ci attira un vero “pendolo di Foucault” installato”, non il ponderoso libro di Umberto Eco. La postazione indica visivamente “le cose che sono successe durante la tua visita alla mostra (o in mezz’ora della tua vita) di cui non ti sei accorto”: 100 mila stelle supernove sono esplose, 50 al secondo, e non nell’Universo in assoluto (se non nei “Multiversi” secondo una concezione in cui si ritrova la Hack), ma solo nell’”Universo osservabile”; 1 milione di raggi cosmici e 10 miliardi di neutrini “hanno attraversato il tuo corpo”.
Superando il brivido che ciò suscita ci viene indicato “quello che c’era nella mostra e che non hai potuto vedere”: nelle sale vagavano 1.000 miliardi di fotoni, alcune centinaia di miliardi di componenti la “materia oscura”, 150 miliardi di neutrini fossili. Dopo l’infinitamente grande l’infinitamente piccolo, è inutile cercare gli Ufo nel cielo, sono sulla terra, tra noi e anzi dentro di noi. Ed è anche merito di queste particelle invisibili se l’Universo mantiene il proprio equilibrio e la vita pulsante nell’immensità del cosmo non sconvolge quella del nostro piccolo mondo.
Chi ci dà queste notizie conclusive? Oscar Straniero, Direttore dell’Osservatorio Inaf di Teramo, è scritto nella mostra. Nel leggerne il nome ripensiamo all’’Osservatorio astronomico di Collurania della nostra visita studentesca. Il viaggio nel cosmo è diventato così un viaggio nella vita, nella nostra vita: dalle sue origini siamo tornati alle nostre origini, quel nome ci riporta all’adolescenza come se sulla “macchina del tempo” fossimo tornati sessant’anni indietro.
L’esperto Ioele .ci dice che le macchine così chiamate sono state “progettate” dalla scienza e non solo dalla fantascienza; potrebbero veramente riportare all’indietro attuando i principi della relatività einsteiniana che collega spazio-tempo ed energia-materia, solo se si riuscisse a far viaggiare la persona alla velocità della luce; l’attuale impossibilità è dovuta all’assenza di propellenti e materiali adatti, non alla incompatibilità in astratto con le leggi naturali.
Non gli facciamo più domande. Siamo immersi in pensieri intimi e profondi: sull’infinitamente piccolo e infinitamente grande che è in noi, nella nostra vita. E non possiamo non pensare, sulla base di un sentimento del tutto personale, a quello che Ioele chiama “lo spazio di Dio”.



La pagina del catalogo a cui la gentile lettrice si riferisce riguarda la “Mappa della mostra” e contiene i titoli delle otto sezioni, il capitolo “I percorsi dell’esposizione”, di 25 pagine, presenta molte illustrazioni e sintetiche spiegazioni. Il catalogo “Astri e particelle”, sottotitolo “Le parole dell’Universo”, pagg. 166, è stato pubblicato nell’ottobre 2009, con il logo anche del Palazzo Esposizioni, da Codice edizioni srl, Torino.
Per caso qualcuno ha la possibilità di inviarmi il capitolo: percorsi dell’esposizione. in formato.pdf , pagina 129 del catalogo della mostra ?
Grazie
Mi ero accorto che Francesco è un lettore attento, partecipa con commenti acuti e penetranti, e l’ho anche scritto. Questa volta si è superato, mi ha letto nel pensiero, non so come abbia fatto. Perchè non è stato casuale far coincidere la duecentesima… partita sulla rivista con un qualcosa di astrale e nello stesso tempo terreno, nel senso anche di legato alla mia terra, all’emozione della visita a Collurania. La centesima … partita la feci coincidere, anche allora volutamente, con la ripubblicazione, inserita nel contesto attuale, dell’intervista sulla legge finanziaria ad Alberto Aiardi, della mia terra come lo è Collurania. Allora non se ne accorse nessuno, Francesco ancora non aveva scoperto AbruzzoCultura. Siamo lieti, e mi sento di parlare anche a nome di direzione e redazione, di vedere che avendoci finalmente trovati non ci lascia. Grazie, Francesco.
La mostra “Astri e particelle” di Roma, proiettata nel futuro come un’astronave, fa rivivere all’autore le emozioni di una visita studentesca al Collurania di Teramo ed io ne provo di mie nel leggere questo suo servizio, che è anche il suo 200° scritto in questa Rivista. Auguri.
Francesco
Articolo molto interessante, mi è piaciuto molto.
Mario.