Super Bowl, una finale divenuta una lezione

Restare svegli un’intera notte sintonizzati sul canale della “Espn America” per vedere la “Super Bowl”, da noi può sembrare una stravaganza. Ma la curiosità porta anche a questo e spesso se ne ricavano insegnamenti inattesi. Dunque un campionato del mondo, di uno sport qui quasi sconosciuto, giocato in casa, a stare all’attesa spasmodica degli americani, misurata con il metro della patria del consumismo: le tariffe milionarie in dollari degli spot trasmessi, oltre alla sospensione di ogni altra attività durante la partita che fa lievitare ascolti e valore monetario. Quest’anno la XLIV edizione, declinata in numeri romani, vedeva finalisti l’alabarda dei “Saints” contro il ferro di cavallo dei “Colts”, quasi un improponibile duello tra la lancia medioevale e il revolver western. Il Medioevo lo richiamava, oltre al simbolo, l’armatura, pardon, l’imbottitura e il casco con griglia anteriore, evocatrice anche di missioni spaziali più in carattere con i tempi. Nulla c’era di western nei “Colts” inguainati in un rutilante azzurro con i grandi numeri bianchi, mentre i “Saints” erano in bianco con i numeri neri. Le armi? Una prorompente forza fisica di violenza esplosiva ma senza creare danni neppure temporanei, quelli per intenderci delle nostre partite di calcio. Merito dell’armatura o degli allenamenti, della tecnica o della correttezza? Non lo sappiamo.

Abbiamo guardato lo spettacolo senza conoscere le regole del “football americano”, ricordando solo che nel lontano passato ci dissero essere tanto complicate da risultare sconosciute fino in fondo agli stessi arbitri: notevolmente diverse, legate agli spazi coperti e molto minuziose, rispetto al “rugby” che ne condivide solo la palla ovale, ma i cui giocatori non sono protetti e non possono fare mai passaggi in avanti con le mani, anche i placcaggi sono diversi. La partita ha inizio, gli azzurri “Colts” vanno in vantaggio di sei punti, in parte rimontati fino al quarto e ultimo tempo, che inizia sul 17 a 16 per loro, finora gli altri hanno soltanto inseguito; i 15 minuti effettivi per tempo sono interminabili. Ma ecco la svolta, azioni entusiasmanti dei bianchi “Saints”, il punteggio si capovolge, da 16 a 22, poi a 24 con un’azione del numero 88, infine si fissa a 31 con un affondo epocale del numero 22, Porter che ostenterà nei capelli un taglio da fan. E’ l’apoteosi , dalla pioggia di coriandoli al bacio collettivo alla coppa, niente di straordinario a prima vista, un pallone ovale su un supporto, ma oltre a essere d’argento è di “Tiffany”. Gli eroi omerici tornano uomini con i loro sentimenti, la gente viene ripresa a esultare in una New Orleans per oggi felice, una consolazione dopo le sofferenze, lo sport ci riesce. Scene viste da noi quando si vinse il mondiale di calcio.

Abbiamo guardato la partita come si fa nelle mostre oppure negli spettacoli teatrali senza conoscere le “regole”, sia essa la cifra stilistica degli artisti che espongono, sia la vicenda rappresentata e la formula usata, il particolare linguaggio delle messa in scena. Quelle che confusamente avevamo in mente per il “football americano” ci è stato difficile riscontrarle nella realtà: vengono trattenuti frontalmente coloro che non hanno palla, mentre se la passano anche in avanti, ci sono lunghi lanci di mano non il fraseggio all’indietro del “rugby”; uno di questi lanci, verso il “ricevitore” agguantato dall’avversario, ha dato avvio all’ubriacante azione risolutiva del 22 Porter. Rifulgono i due leader, anche per l’insistenza su di loro dei siparietti: sono Brees numero 9 dei “Saints” e Manning numero 18 dei “Colts”, la “star” del passaggio intercettato alla fine, il famoso “quarterback” laddove l’intercettatore è quello condannato alla “vita da mediano”, ma è divenuto lui stanotte la vera “star”. Sono come condottieri omerici, con i sette strati dello scudo di Aiace nell’imbottitura che li rende goffi ma imponenti, con la fulminea rapidità dei movimenti di Achille piè veloce. C’è l’“instant replay”, la mitica moviola in campo, si decifra un’azione millimetrica.

Sorprende la forza esplosiva che non è violenza, anche se quattro, cinque macigni umani rovinano di continuo a catapulta sul portatore di palla, che si rialza subito indenne, la “scena” dei calciatori è lontana anni luce. Questo non vuol essere un elogio della violenza ma della correttezza, si rispettano le regole e quel tipo di intervento con quell’armatura non è dannoso come sembrerebbe. Non c’è la mischia con il “tallonaggio” del rugby, constatiamo, nessun “pacchetto”. Però la coesione scatta di continuo, nel fronteggiare collettivamente l’altra squadra e nel contempo confrontandosi individualmente con i senza palla, convergendo su chi cerca di arrivare alla meta, il pericolo porta all’unione. Ci accorgiamo di aver partecipato, esserci entusiasmati pur senza capire. Perché abbiamo provato emozione. Ricordiamo l’insegnamento per l’arte moderna e il teatro d’avanguardia. Non si deve cercare di “riconoscere” ciò che si ha dentro e disdegnare lo spettacolo se non lo “riconosciamo”, ma cercare di conoscere il nuovo, anche se insolito, con una totale apertura non solo mentale ma interiore per accettarlo e farlo proprio. Tutto deve essere accettato? Di certo no, la discriminante sta nella capacità di emozionarci e per noi di provare emozione. Se lo spettacolo ci riesce, crea un proprio spazio e ci porta alla conoscenza. Il “Super Bowl” c’è riuscito.