Morgan come D’Annunzio e Galileo?

L’anticipazione di un brano dell’intervista di Morgan, avulso dal contesto, ha “sbattuto in prima pagina” un “mostro”, nel quale invece va visto un musicista di talento che ha cercato di uscire da una tragica vicenda personale aiutandosi come ha potuto, e viene ingiustamente sottoposto a un processo non solo mediatico che ricorda momenti bui, dall’Indice dei libri proibiti all’Inquisizione.

L’interrogativo è doveroso, “si parva licet…”, ma non vi è dubbio che la storia si ripete, come sempre da tragedia in farsa. E non ci riferiamo al malcapitato Morgan, musicista di grande talento al quale forse nuoce il vestire pittoresco e non ne avrebbe bisogno, lo farebbe notare ancora di più la sua indiscussa bravura; comunque entrare in panni artatamente barocchi non è certo disdicevole.

Morgan: l’intervista incriminata

“Lo sventurato rispose” si sarebbe detto se quella incriminata fosse stata una vera intervista: non è tale, si è carpita una sua confidenza e la si è propalata, nonostante la sua mentita preventiva. Come il “fuori onda”, uno “scoop” coltivato senza pudore quando è una mascalzonata, al pari degli scatti “rubati” tanto più ambiti quanto più scorretti. Oltre all’abuso, si dà prova di incultura, sono trent’anni che lo studioso Fernando Flores, nel suo “Listening and Understanding”, ha ammonito sul valore molto diverso che hanno le parole a seconda della sede e del modo con il quale si pronunciano; per cui non si può isolare una confidenza, per di più smentita con chiarezza prima della pubblicazione, facendone arbitrariamente un manifesto che il soggetto non avrebbe mai sottoscritto. Morgan lo ha ribadito con sincerità precisando: “Non dico di non aver detto quelle cose ma ho utilizzato delle metafore surreali sopra le righe, che sono state usate in modo incosciente dal giornalista che mi ha intervistato”. I principi di Flores trovano un riscontro perfetto trent’anni dopo.

Paradosso nel paradosso, tutto è nato dal fatto che la rivista ha rifiutato la precisazione dell’interessato riferendosi alla registrazione; in tal modo non solo ha forzato il suo pensiero, con l’estrapolazione maliziosa del brano incriminato, ma ha anche voluto imporgli un pensiero da lui smentito, quindi, rifiutato. Avrebbe dovuto, invece, prendere atto della smentita preventiva e correggere l’anticipazione, documentandola con la registrazione soltanto per dimostrare che non c’era stata manipolazione delle parole. Ma del pensiero c’è stata eccome, sia nell’isolare delle frasi dal contesto sia nel non accettare la rettifica delle parole e dell’indebita loro interpretazione.

Sarebbe stato giusto respingere la rettifica solo se si fosse trattato di una dichiarazione pubblica, aperta ai terzi, documentabile come evento, non in una conversazione privata di due ore anche se con un giornalista, che non può assumere le vesti di pubblico ministero; né può diventare uno scippatore di parole, è un professionista che deve rendere il pensiero della persona intervistata, in cui la stessa si riconosce, non le voci dal sen fuggite quando ne distorcono l’effettivo contenuto. Altrimenti si scende sul terreno dei paparazzi alla ricerca di scatti compromettenti, almeno questi consentono che il danneggiato li “ritiri”, pur se a caro prezzo ma potendo denunciare per estorsione.

La messa all’Indice “preventiva” di D’Annunzio

Di questa intervista è stata resa nota, dunque, l’anteprima, preannunciandone la pubblicazione. Tanto è bastato per scatenare la messa all’Indice senza neppure attendere di leggerla.. Come fu per D’Annunzio dopo il semplice annuncio dell’opera “Martirio di San Sebastiano” avvenuto il 2 febbraio 1911: la condanna all’Indice delle sue opere intervenne l’8 maggio, prima della pubblicazione e rappresentazione a Parigi che ci fu il 22 maggio. Tanto che sembrava esserne esclusa fino a quando l’arcivescovo di Parigi Monsignor Amette, con una propria pronuncia vietò ai cattolici di assistere allo spettacolo che fu poi definito “insulto sanguinoso non solo alla coscienza morale , ma a quanto vi è di più delicato nella coscienza religiosa”.

Invano D’Annunzio, che aveva voluto comporre il primo dramma cristiano e si preparava a chiedere l’imprimatur, in una dichiarazione con Debussy, autore della musica, così si espresse: “Quest’opera, profondamente religiosa, è la glorificazione lirica, non soltanto del meraviglioso atleta di Cristo, ma di tutto l’eroismo cristiano”. E aggiunse: “Ho voluto che nemmeno un particolare avesse ad offuscare il più fedele cattolico… ho trascritto un vecchio testo estratto dai misteri sacri che si rappresentavano nelle cattedrali”. Per concludere: “Nessuna opera è più puramente mistica e più semplicemente ortodossa della mia…. Ripeto, il mio ‘Mistero’ è percorso in ogni scena da un ardentissimo soffio di vita. Vi è continua la presenza invisibile di Cristo.”

Seguirà nuova condanna all’Indice con decreto del 17 giugno 1928 che seguì l’attacco sull’“Osservatore Romano” del 3 ottobre 1926 contro “L’arte dannunziana e le nuove generazioni” e l’“Istruzione contro la letteratura sensuale e sensuale-mistica” emanata dal cardinale Merry del Val, in cui queste opere venivano definite “facili calici di veleno”. Facili per essere stato D’Annunzio, come ha scritto Francesco Flora, “un uomo che ha fatto impallidire d’attesa i giovani rapiti da lui (e noi con essi e il ricordo ci riempie di appassionata nostalgia”. Come Morgan?

Nulla da fare, scattò il “crucifige”, fu messo all’Indice. Così è avvenuto per Morgan, le sue spiegazioni che rovesciavano l’interpretazione colpevolista non sono state accettate né dalla rivista che ha utilizzato quei brani anticipati come “scoop”, né dalla vasta platea interessata: non occorre farne i nomi, si vede dalle dichiarazioni, dai politici agli uomini della Rai e dello spettacolo.

Morgan all’indice! Morgan, non deve essere visto, ha proclamato il nuovo Sant’Uffizio, lo si è proibito come ai cattolici il“Martirio di San Sebastiano”, la sua canzone non deve essere “letta” nei titoli di Sanremo come avvenne per tutte le opere del grande poeta, vanto dell’Abruzzo e dell’Italia, le cui opere furono poste nell’“Indice dei libri proibiti” quattro volte, l’ultima postuma.

Tutto questo per l’accorato racconto di una pietosa vicenda familiare, una fase disperata della vita segnata dal suicidio del proprio padre, la ricerca di qualunque cosa potesse far superare l’angoscia, fosse anche un patto faustiamo. Di qui la droga terapeutica; e non lo è l’oppio nella terapia del dolore, non è stata in questi giorni ammessa l’utilizzazione di derivati della marijuana, non è comprensibile che abbia seguito l’imprudente indicazione del medico sulle proprietà antidepressive della droga con le parole “se non fosse proibita gliela prescriverei”? Anche sbagliando, come ha spiegato l’illustre clinico, dato che i danni sono molto maggiori degli apparenti vantaggi ed è una fatica improba uscirne, Morgan stesso lo sa e lo ha dichiarato, sono due anni che cerca di superare la dipendenza nata dall’incauto affidarsi a una ciambella di salvataggio che invece porta a fondo.

Non può invocare lo stato di necessità un giovane disperato per il suicidio del padre? Nulla di tutto questo, va colpito il possibile “modello” per i giovani, come d’Annunzio andava colpito perché la sua “letteratura sensuale-mistica” minacciava “il contagio nelle giovani generazioni”. Quindi non può entrare a Sanremo. E perché il senatore a vita noto consumatore di coca, e certamente non per superare un grave dramma familiare e personale come Morgan, può entrare al Senato, partecipare alle votazioni, anzi essere stato determinante nella scorsa legislatura al sostegno del governo? Né l’esempio alle generazioni non più giovani sarebbe meno dannoso, anzi sono le più numerose!

L’Inquisizione galileiana

Nessun patto faustiano di un “cantante maledetto”, e bene ha fatto a sottolinearlo Francesco Merlo in “Repubblica” del 4 febbraio, con un pezzo sottoscrivibile dalla prima parola all’ultima. Qui non c’era il diavolo, lo si è voluto trovare dai nuovi esorcisti. Lo scacciano ma sono i soli a vederlo, forse per averlo in seno. E per l’esorcismo hanno convocato anche un prelato accattivante, come sempre non in veste talare ma di opinionista incallito della televisione. Da che pulpito, a proposito di ricerca della popolarità e del successo, riguardo alla perentoria richiesta di astenersi dal comparire, lui che da anni è il prezzemolo televisivo! Intervento, peraltro. in carattere con il rituale, e lo si vedrà, perchè i ricorsi storici non si fermano qui. C’è anche Galileo, ricordiamone la vicenda.

Fu sottoposto a processo con relativa condanna e richiesta di abiura sotto papa Urbano VIII Barberini, che da cardinale gli aveva dedicato strofe latine (“Adulatio perniciosa”, e anche a Morgan non è stata risparmiata); mentre il predecessore Paolo V, racconta Galileo “mi disse che io vivessi con l’animo riposato … che non si darebbe leggero ascolto ai calunniatori e che (vivente lui) io potevo essere sicuro”, pur avendo condannato il metodo copernicano ma non la sua persona. Si era nel 1616, nel 1632 ci sarà il processo, nel giugno 1633 la condanna, così commenta i metodi seguiti dal cardinale Bellarmino per ottenere l’ammonizione, ancora non c’era la richiesta di abiura: “Che concetto plebeo è questo, di pigliare a considerare ex professo un libro, e poi di cento cose notabili scirne solamente cinque o sei, che paiano da riprendersi, lasciando tutte le altre in dietro? Questo è un voler pesare solamente i tarantelli” (le poche parole isolate impropriamente nelle due ore di intervista di Morgan). Anche allora la condanna dei libri proibiti serviva, sono parole del decreto del Sant’Uffizio, “per impedire che dalla loro lettura nascano danni di giorno in giorno più gravi in tutto lo Stato cristiano” (il “contagio delle giovani generazioni” di D’Annunzio, il “cattivo modello per i giovani” di Morgan).

Non andiamo avanti nella storia di Galileo, ci interessava soltanto il metodo, ci basta aggiungere che l’Indice dei libri proibiti è stato abolito da Paolo VI, come successore ideale del Paolo V che, dice sempre Galileo, “molte volte mi replicò d’esser molto ben disposto a mostrarmi ancora con effetti (in tutte le occasioni) la sua buona inclinazione a favorirmi (ci sarà un Paolo V per Morgan o saranno tutti come il disinvolto prelato opinionista televisivo?).

La nuova Inquisizione da “servizio pubblico”

Perché anche a Morgan è stata chiesta la pubblica abiura per ottenere il perdono, come ai tempi dell’Inquisizione: “Siamo aperti al perdono e seguiremo con attenzione un ravvedimento autentico e non strumentale di Morgan. Come abbiamo reagito a un messaggio negativo potremmo reagire a un messaggio autenticamente positivo e autenticamente forte”. E chi è investito di una tale autorità, più divina che umana, un confessore? No, semplicemente il direttore generale della Rai Mauro Masi che dopo la messa all’Indice, dal Merry del Val di D’Annunzio si trasforma nel Bellarmino di Galileo. Pronto ad accogliere il “ravvedimento”, e ripete due volte che deve essere espresso “autenticamente”, e a concedere il “perdono”.

In nome di quale divinità? si potrebbe continuare a chiedere. Neppure lo “Stato etico”, e sarebbe inaccettabile, la divinità è il “servizio pubblico” che serve solo quando si tratta di far tornare l’ostracismo dell’Indice o l’Inquisizione; mai per fare della Rai lo strumento di promozione della cultura al quale la Corte costituzionale ha riferito la legittimazione del miliardo e seicento milioni di euro di canone annuo obbligatorio, tremiladuecento miliardi delle vecchie lire..

Ma al prelato del processo inquisitorio celebrato a “Porta a Porta” non è bastato neppure il ravvedimento. Niente perdono, deve espiare, neppure il Purgatorio prospettato dall’officiante del rito, l’imbarazzato Bruno Vespa costretto a correggere il tiro ogni volta che l’intransigenza clericale lo incalzava. Riammesso al Festival di Sanremo dopo il “ravvedimento” ma senza partecipare alla gara, “non potrai vincere il festival” ha detto Vespa come punizione. No, incalzava il prelato in “casual”, non deve esserci neppure come ospite non gareggiante, “vade retro Satana!”. Neppure se fa solenne autocritica. E se anche lo riammettessero, dovrebbe essere lui ad autopunirsi, a rifiutare, deve dare ora un impegno preventivo. Non lo ha avuto con la chiarezza che pretendeva, soltanto dopo la trasmissione a Carlo Moretti di “Repubblica” Morgan avrebbe detto: “Sanremo io non lo farò, in nessuna forma, e lo avevo già deciso, sono già oltre”. E l’oltre è la sua musica.

Per non parlare della patetica quanto presuntuosa pretesa della Ministra per la gioventù, di trasformarlo in “testimonial” della lotta alla droga, come se fosse un simbolo dei drogati; quando ha ammesso la debolezza in un momento di grave emergenza personale, che i facili censori non possono giudicare senza averlo vissuto; perfino per i delitti c’è l’esimente della stato di necessità, e non è successo nulla di tutto questo quando altri cantanti lo hanno ammesso senza essere giustificati da una necessità altrettanto impellente, non solo quelli che amano la “vita spericolata”, ma anche quelli che ammiccando ai “bambini che fanno oh” furono persino ammessi fuori concorso e l’anno successivo addirittura vinsero il festival con una canzone altrettanto “ruffiana”, se così si può dire.

Ma non vogliamo entrare nel merito, questa nota riguarda il modo, e il giudizio sarebbe il medesimo quale che fosse il tema in discussione, il motivo che scatena la censura. Si è perpetrata nella realtà vissuta, poi in quella visuale della televisione, una violenza sulla persona umana, tanto più rivelatasi in grave difficoltà e in cerca di aiuto. Una specie di “colonna infame”, una vera caccia all’untore, in certi momenti di penosa sofferenza si è visto anche un disgustoso atteggiamento maramaldesco.

Pochi hanno notato che l’esposizione mediatica con la quale si è riportata la droga alla ribalta è stata quella data dai corifei e dalle prefiche che si sono stracciate le vesti, nelle dichiarazioni e in televisione. E un Morgan escluso da Sanremo, o costretto ad autoescludersi se ci fosse la carità pelosa della riammissione, darebbe l’immagine della vittima di una violenza esercitata sulla persona nel momento in cui ha più bisogno di aiuto. E quale giovane, dopo questo misero spettacolo, oserà più fare “outing”, confessarsi in pubblico, chiedere aiuto anche ai genitori come è stato giustamente sostenuto? Una prova si è avuta in trasmissione quando Morgan non ha retto più alle violenze che subiva ed ha avuto la capacità della ribellione che Francesco Merlo non gli attribuiva. Riemergendo nella statura di straordinario musicista che vuol essere discusso solo per la sua musica e non per le indebite anticipazioni, peraltro non sue, di un comprensibile sfogo umano callidamente equivocato.

C’è da imparare dalla filosofia tutta napoletana del cantante Nino D’Angelo: “Se ha detto le cose di cui si parla è una persona malata che ha bisogno di cure, se non le ha dette, o si riferivano al passato, allora parliamo del nulla”. Il nulla su cui si adagia colpevolmente la Rai con la glorificazione di Sanremo, al punto di aver fatto officiare al malcapitato Bruno Vespa il rito della contrizione petitoria, che dal Medio Evo si era trasferito alla Russia stalinista con l’autocritica distruttiva della personalità per essere spazzato via dalla storia. E in Rai si è ripetuta in farsa, lo ribadiamo. Anche il cantante Pupo è stato ragionevole e umano, come lo era stato D’Angelo.

Si è assistito a un’oppressione su Morgan che ripugna alla coscienza civile e a quella di tutti gli uomini liberi, l’abiura pena la lapidazione; e neanche questa poi è stata accettata, dopo l’umiliazione del reo si è ritirata la mano che era stata tesa, quasi fosse un tranello. Non lo pensiamo, troviamo molta approssimazione anche nell’assolvere i “media”, da “Max” a “Porta a Porta”: perché “cattivo maestro” sarebbe Morgan che non voleva “insegnare” nulla, ha solo parlato due ore con un giovane cronista di cui si fidava confidandogli tante cose in modo problematico e sofferto, e si è visto poi isolare una frase staccata dal contesto e utilizzata da tutti per metterlo alla gogna? E non sono i veri “cattivi maestri” quelli che hanno fatto questa operazione scorretta e anche controproducente rispetto ai loro asseriti principi? In Germania proiettavano nelle scuole “Christine F .- Noi, i ragazzi dello Zoo di Berlino”, un film denuncia molto aspro e crudo dove i drogati sono larve umane; smisero di farlo perchè sortiva l’effetto opposto, l’eroismo del “cupio dissolvi”.

I coraggiosi difensori, la fiction finale rivelatrice

Tre posizioni sono state encomiabili, cercando di contrapporsi all’inesorabile martellamento degli inquisitori, che erano il prelato e la Ministra per la gioventù, con il padrone di casa costretto a fare da officiante con aperture poi rimangiate quando i colpi piovevano più forte. Si è trattato di una politica, Livia Turco, che con grande umanità ha parlato di esperienze familiari e ha invocato l’assoluzione, l’operatore nel campo delle tossicodipendenze, veramente esemplare nello sdrammatizzare, e soprattutto Claudia Mori. Le sue parole andrebbero trascritte e prese come arringa difensiva esemplare, del tutto disinteressata e coraggiosa; perché assumere una simile posizione da parte di chi lavora con la Rai non solo nelle sue trasmissioni – come “X Factor” dove tra l’altro polemizzava con Morgan – ma anche con le fiction, non è facile. Potrebbe arrivare una scomunica anche per questo, mai porre limiti alla Provvidenza. Invano ha prospettato gli elementi che rendevano paradossale il comportamento della Rai, dando voce a tutte le persone di buon senso che non hanno posizioni precostituite da far valere, come il prelato e la ministra, per non parlare del filosofo e del clinico illustre. Bella la sua conclusione “Morgan, Sanremo non ti merita!”, ed è vero, non solo per questa vicenda ma per la sua bravura di musicista, che voleva portare nella kermesse un dialogo inedito con l’orchestra, musica classica nel disimpegno della canzonetta; anche Luigi Tenco provò con una struggente canzone sull’emigrazione, non resse alla cocente delusone.

Ma il sigillo più autentico si è avuto alla fine, quando Vespa ha presentato il trailer della prossima fiction della Rai su Basaglia, colui che ha aperto le porte ai “manicomi”; prodotta da Claudia Mori, straordinaria coincidenza piena di significati. Ebbene, la scena mostrava una giovane malata, imprigionata in una gabbia chiusa da una rete di corde non meno resistenti dell’acciaio. Basaglia l’ha fatta aprire e le ha detto: “ora sei libera”, ha affrancato con umanità la malata dalle sue paure.

Il caso ha voluto che quell’immagine fosse la sintesi della vicenda Morgan, ma nel salotto di “Porta a Porta” non c’era Basaglia: i tre che hanno tentato di aprire la gabbia, Livia Turco, l’operatore sanitario, e soprattutto Claudia Mori sono stati bloccati dagli inquisitori, il prelato e la ministra, con l’officiante sempre più imbarazzato. E’ terminata così la diretta dall’Inquisizione, con lo studio dalle bianche poltrone che in certo momenti sembrava molto simile a una cripta medioevale.

E’ Morgan stesso che dopo la trasmissione si è liberato: “Non piego la testa per Sanremo”, ha detto. “La Rai vuol cavalcare l’onda del ‘Morgan maledetto? Ma non glielo permetterò”. Nessuna persona di bon senso può condividere la pretesa della ministra per la gioventù di imporre a un musicista una crociata sulla droga dalla quale cerca di liberarsi, senza nessun rispetto per la logica e per l’umanità. I giovani trattati come minorati sarebbero i primi a ribellarsi a questa indegna strumentalizzazione, non sono così ciechi da seguire un “pifferaio di Hamelin” dovunque voglia condurli, nel bene come nel male.

Il musicista Morgan può essere un modello per i giovani, e la vicenda potrà farlo crescere ancora, con ben altri contenuti lontanissimi dalla droga, comunque considerata: lo è con la sua dedizione alla musica nella quale riesce a raggiungere livelli di eccellenza come immedesimazione personale e coinvolgimento collettivo, senza spocchia ma con l’arguzia dei suoi eleganti travestimenti; non hanno fatto la fortuna di Renato Zero nella fase ascendente della sua luminosa carriera?

Lo si vide nella puntata di “Porta a Porta” su Sanremo. Andrebbe ritrasmessa per mostrare cosa sapeva fare l’artista Morgan, “testimonial” della musica, prima del “crucifige” e dell’ostracismo.

Ha detto bene Claudia Mori, caro Morgan, Sanremo non ti merita. Torna alla tua musica, la vera musica. La droga lasciala agli inquisitori che mostrano di non sapersene staccare, loro sì ne sono dipendenti.

7 commenti

  • Maria scrive:

    Io non ho parole per commentare delle parole così vere da risultare troppo forti per me emotivamente,sono commossa,Grazie

  • Francesco Ascani scrive:

    Il dott. Levante inizia con una giusta affermazione su Morgan, nel quale va visto un musicista di talento che ha cercato di uscire da una tragica vicenda personale aiutandosi come ha potuto, che è il motivo dominante del servizio.
    Definisce, poi, con l’originalità che lo distingue, l’intervista non vera, ma carpita come un “fuori onda”, da chi ha manipolato le parole distorcendone il contenuto e rifiutando la precisazione dell’interessato.
    Associa, inoltre, nel metodo, Morgan a D’Annunzio e Galileo, con ricchezza narrativa e con approfondimenti personali (puntuale la prima e pervasi d’umanità gli altri), giungendo a “La nuova inquisizione da servizio pubblico”.
    Completa il suo servizio, con accostamenti ai tempi dell’Inquisizione ed a quelli attuali, individuandone perfettamente le assonanze ed evidenziando l’imbarazzo di Bruno Vespa, per poi inserire il proprio commento sugli interventi dei partecipanti a “Porta a Porta”.
    Conclude ritenendo che il musicista Morgan, può essere “un modello per i giovani, e la vicenda potrà farlo crescere ancora, con ben altri contenuti lontanissimi dalla droga”, riportando il “Sanremo non ti merita” detto bene da Claudia Mori ed invitando il Morgan con il suo “Torna alla tua musica, la vera musica”.
    Quanto detto mi ha maggiormente colpito nel leggere questo servizio che, con estrema facilità, offre al lettore elementi di conoscenza completa per trarne le conclusioni che, nel caso in specie, condividono quelle dell’autore.
    Colgo anche l’occasione per manifestare una mia valutazione, non sulla vicenda in argomento, ma sul problema grave della droga che non è una malattia, ma una debolezza che spesso conduce all’uso continuo, da cui diventa difficile uscire.
    La mia speranza, quindi, è anche un invito a non sottovalutare il problema, a temerlo, tenendolo lontano, partecipando a questa Rivista Online, che consente di commentare e di esprimere ciò che si ha dentro, realizzando uno sfogo nei particolari momenti in cui ci si sente soli e si ha bisogno di comunicare, di condividere, di sentirsi vivi.

  • Luigi Tenco 60's scrive:

    Chi l’ha detto che Luigi Tenco non ha retto alla cocente delusione di Sanremo?
    Per quasi 12.000 Italiani Luigi Tenco è stato ucciso e qui ci sono le prove:

    http://luigitenco60s.forumfree.it/?t=26753305

    Cordialmente
    Luigi Tenco 60′s
    http://www.luigitenco60s.it

  • Laura Alberico scrive:

    Penso che usare la comunicazione a vari livelli e contesti sia una grande responsabilità. Essa è pur sempre uno strumento molto delicato se si pensa che possa giungere a persone diverse, per età e cultura e quindi interpretazioni più o meno corrette del messaggio mediatico. Tutto questo per dire che ogni situazione va inquadrata nel contesto storico di appartenenza. Il polverone sollevato dal caso Morgan non ha un valore individuale ma sociale perchè si parla di un problema grave come la dipendenza dalla droga, problema che non richiede un tribunale popolare ma una incisiva e adeguata prevenzione da parte degli organi competenti. Ci si può schierare idealmente dall’una o dall’altra parte ma non utilizzare e strumentalizzare affermazioni che rimangono sempre, nonostante varie ritrattazioni, inaccettabili e prive di un fondamento etico necessario di cui, oggi, i giovani hanno estremamente bisogno.

  • Mauro Zurzolo scrive:

    Grazie per questo articolo onesto e veritiero
    che dice con chiarezza ciò che tutte le persone
    perbene e di buon senso stanno pensando di questa
    penosa vicenda.
    Colgo l’ccasione per esprimere la mia massima
    solidarietà all’artista Morgan e all’uomo Marco Castoldi!

  • Gianfranco scrive:

    Questo articolo ha costituito la mia prima lettura quotidiana e mi fa cominciare bene la giornata. Lo condivido in pieno, parola per parola. E’ una seria riflessione contro ogni tipo di stereotipo di cui, purtroppo, è pieno il nostro mondo massmediale. La televisione acuisce un certo modo di pensare, che purtroppo pensiero non è, ed aiuta la superficialità di giudizio con modalità che procurano danni irreparabili.

  • Beatrice scrive:

    Il suo è il commento più articolato, sentito e convincente che abbia letto in questi giorni di isteria di massa, caccia alle streghe ed esorcismi a demoni che vengono creati all’uopo e che si tenta di strumentalizzare al massimo in un delirio di ipocrisia a cui pochissimi si sono sottratti: il boccone era senza dubbio troppo ghiotto per non assaggiarne almeno una briciola, quasi sempre con una grottesca superficialità a fare da base al tutto.
    Forse stanotte andrò finalmente a dormire un po’ più tranquilla: qualcuno che ragiona lucidamente ancora c’è. Un sentito GRAZIE.

Lascia un Commento

Prima di inserire il tuo commento verifica che sia attinente all'articolo e non abbia fini pubblicitari.
Tutti i commenti sono preventivamente moderati dalla nostra redazione.