Riceviamo e pubblichiamo questo racconto breve scritto da Beniamino Iorio, che ci porge una preziosa testimonianza di chi ha vissuto il dramma del sisma pur non essendo cittadino aquilano residente.
Oramai conosceva quell’autostrada come le proprie tasche, viadotto per viadotto, galleria dopo galleria. Era diventata quasi una parte della propria esistenza dopo che da oltre vent’anni si era trasferito a Roma per lavoro e la utilizzava tutti i fine settimana per ritornare nella sua città. Come tanti suoi conterranei avevano ricevuto asilo dalla grande metropoli, che in passato aveva accolto e sfamato impiegati, cuochi, muratori, operai, mentre adesso aveva preteso e si era presa anche medici, ingegneri, avvocati.
Diversi ma accomunati dalla sottile nostalgia, attenuata dalla vicinanza, di non aver trovato spazio ai piedi della grande montagna che di sera si tingeva di rosa e che aveva alimentato in tutti un senso recondito di orgoglio, di testardaggine, di volontà estrema di resistere alle avversità anche quando non erano più al suo cospetto; non più intimoriti dalla sua soverchiante presenza.
Volendo, a ogni chilometro poteva associare un qualche ricordo della propria vita.
Erano stati momenti per lo più belli, ma anche tristi e di abbandono.
La partenza, la nascita dei figli che aveva voluto che avvenisse nella città in cui anche lui era nato, il Natale passato sempre con i parenti, la Processione del Venerdì Santo per le vie cittadine, la Perdonanza, la malattia dei cari, la morte di alcuni di essi.
Aveva da poco oltrepassato il casello di Roma Est, quando iniziò a rendersi conto, casomai ce ne fosse bisogno, che quel giorno era tutto diverso; questo fu ancor più chiaro quando si trovò un po’ più avanti, verso Tivoli; osservando con più attenzione si rese conto che non era affiancato dalle solite famiglie con bambini e auto stipate all’inverosimile di pacchi regalo per le feste di Natale, non i multivan pieni di assonnati operai che si recavano nei cantieri romani, non le utilitarie dei pensionati con i portabagagli sul tetto carichi di tutto, anche di divani a due posti; non le tristi carovane di auto di congiunti che riaccompagnavano nell’ultimo viaggio, verso i natii paesi, il loro caro morto “all’Ospedale di Roma”.
Quella mattina l’autostrada, improvvisamente, si era riempita di lunghe colonne di automezzi dei Vigili del fuoco, autoambulanze delle Misericordie di cento città e paesi, mezzi dell’Esercito, della Protezione Civile, visi di gente sconosciuta che con dialetti mai sentiti chiedeva indicazioni sui punti da raggiungere.
La quiete, calata su quei monti dopo la notte di tragedia e di morte, di nuovo era stata improvvisamente rotta dall’arrivo, provvidenziale, di uomini e donne chiamati dalla propria coscienza a dare aiuto a quei simili così duramente colpiti e annichiliti dall’evento catastrofico.
E si erano serviti di quel cordone ombelicale rimasto pervio e vitale tra il mondo e quella tormentata e sfortunata terra.
Mentre, immerso in questi pensieri, percorreva la discesa verso Torano; l’aria, solitamente molto leggera in quel punto ben ventilato, iniziò a farsi pesante, appannata, carica di un acre odore di polvere e di morte. In vista di Rosciolo, il Monte Velino, ancora innevato, gli dette l’impressione che si fosse come ripiegato su di sé. Non gli appariva più fiero e maestoso come solitamente si parava innanzi a chi fosse uscito dall’ultima galleria prima della discesa verso la piana del Fucino.
Sembrava come quei grandi e dotati rapaci che, quando sono feriti, si portano a terra e dispiegano l’ala inerme quasi a supplicare protezione.
Al bivio per Tornimparte le sensazioni che aveva sin allora percepito, si moltiplicarono all’infinito, ma quello che lo colpì di più e lo addolorò, conoscendone il recondito significato, fu il non vedere, come al solito, i sottili fili di fumo uscire dai comignoli dei paesi che si dispiegavano in basso, alla sua sinistra. Ebbe la stessa sensazione di abbandono mortale che aveva provato, talvolta, durante la sua professione di medico, davanti ad un corpo che esalava l’ultimo respiro.
Sapeva, per esperienza personale, che il focolare, in quei paesi attanagliati dal freddo e dal gelo per molti mesi l’anno, è la vita e da continuità a chi, intorno ad esso si attrezza e si organizza per difenderla e perpetrarla. Rimaneva acceso anche in estate. Intorno al focolare si svolgevano tutte le principali attività della famiglia ed era testimone di tutti i momenti più importanti della vita.
Con il fuoco si scaldava l’acqua per la prima immersione purificatrice del nascituro; con esso era cotto il pane quotidiano che, richiesto nella loro preghiera di ogni giorno, gli era procurato dalla Divina Provvidenza anche nei momenti di carestia; da esso, ricoperte le braci con la cenere, si generava quel poco di calore che permetteva di risvegliarsi e ricominciare una nuova giornata. Davanti ad esso e a un bicchiere di vino, erano rinforzati i sentimenti di amicizia e solidarietà. I bambini, dopo aver giocato con la neve, avvicinavano le loro manine intirizzite al tepore della fiamma che in pochi istanti rimetteva in circolo la loro voglia di uscire di nuovo. Al suo cospetto avevano fatto i primi passi molte storie d’amore. Vicino a esso giungeva improvvisa la morte del più vecchio, che gli si era avvicinato in un ultimo e vano tentativo di riscaldarsi da quel freddo che da qualche tempo lo aveva preso da dentro; moriva non senza aver avuto il tempo di affidare al fuoco domestico la protezione della sua famiglia.
Quella mattina improvvisamente quelle consuetudini millenarie erano state cancellate e annullate.
Man mano che si avvicinava alla città, erano sempre più evidenti i mucchi di macerie scure tra nubi di polvere, i muri sbrecciati e protesi al cielo di case con il ventre aperto sui piccoli segreti e segni della quotidianità. Dolore e paura nei visi dei sopravvissuti con i capelli imbiancati dalla polvere e che si riparavano dal freddo e dallo shock con le coperte dei loro letti; molti con le pantofole ai piedi e molti anche scalzi.
Ebbe la sensazione di vacillare e cadere per terra, come colpito da un tremendo pugno in pieno viso e subito lo prese l’ansia di fuggire da quell’immane tragedia di cui non comprendeva, se ci fosse stato, il significato e il senso.
Salutò frettolosamente alcuni conoscenti, prese con sé l’anziana madre e, subito, iniziarono il viaggio di ritorno che li avrebbe allontanati da quell’inferno terreno.


