Poesia dialettale: la potenza del ricordo nei versi di Felice Marcantonio

“Non si ricordano i giorni, si ricordano gli attimi ..”( da “Il mestiere di vivere”, Cesare Pavese, 28 luglio 1940). Questa è una citazione attinta da una delle più celebri e significative opere di Cesare Pavese in cui l’autore sottolinea il fatto che la vita è un “lavoro”per l’uomo :è sicuramente faticosa ma lo appaga ; ci sono momenti dolorosi ma anche momenti che riempiono di gioia e dove anche il ricordo può rendere magico un solo attimo. Ognuno di noi infatti chiudendo gli occhi, riesce a proiettare la sua mente verso un passato che non lo abbandona mai, e così ci troviamo a rivivere momenti che non abbiamo mai abbandonato e che passeggiano tranquillamente per le strade della nostra memoria indisturbate. Il ricordo ci aiuta ad essere contemporaneamente due persone: quella che si lascia andare alla rievocazione dell’immagine di un passato che abbraccia le linee del tempo che trascorriamo e quella che nella sua mente, durante lo stesso ricordo, rivive quella situazione trascorsa e dunque riproposta.

Ricordare per ognuno di noi equivale a sfogliare le pagine di un libro scritto,e non ancora portato a compimento, che viene continuamente aggiornato ; la lettura di questo libro ci può far gioire ma ci può anche rattristare, eppure la sua compagnia non ci infastidisce mai e siamo sempre pronti a leggerlo ad alta voce agli altri. Il ricordo in realtà, non è l’immagine esatta di un’esperienza vissuta ma di fatto ne è una rappresentazione affettiva, non a caso il termine stesso “ri-cordare” , preso in prestito dal latino , significa “passare di nuovo dalle parti del cuore”: infatti il ricordo è la ricostruzione di un passato che viene ad essere ricostruito e rielaborato sulla base di emozioni provate e come avrebbero detto gli antichi “..il ricordo si trova nel cuore, non nel cervello..”, dunque , non è la memoria che ci fa riaffiorare alla mente attimi del passato.

La poesia proposta vuole descrivere una scena “ricordata” dal poeta e amico di Pretoro, Felice Marcantonio che con tanta nostalgia guarda agli anni compresi tra il 1945 ed il 1965, quando nella sua tanto amata Pretoro l’economia si basava soprattutto sulla pastorizia che era florida e rappresentava una delle caratteristiche principali delle montagne abruzzesi e per la quale l’Abruzzo ancora oggi è felicemente noto: si faceva dell’ottimo pecorino, si cardava la lana e non mancavano sacrifici di agnelli. Questa poesia è contenuta nel volumetto edito da Ac, T.A.(associazione dei transumanti abruzzesi), Chieti, 2002.

Lu pastor’ prèturés’

A’arrizz’ prim’ ch’ lu all’ cant’,
Lu foch’ appicc’ ngh’ tre quattr’ schiapp’,
Pan’ e fr’ttat’ s’ pr’par ‘ntant’
E subb’t’ a la stall’ s’ n’ scapp’….

Entr’…la sècchij’ stacch’ da chiov’,
S’accuccij’ ‘ntèrr’…affèrr’ lu p’pègn’,
Strizz’ lu poch’ latt’ c’ c’ trov’,
V’diss’, cumpà Ndò, ngh’ che cuntègn’…

Pu l’ pècur’ cacc’ da la stall’,
S’ pij’ lu magnà…’mbrèll’ e baston’
E s’ ‘ncammin’ pì la còst’ a bball’…

Cuscì, p’ ann’, sèmpr’ sta canzon’;
Lu juorn’ for’ ‘mbaccij’ a frèdd’ e call’,
La sér’, stracch’, v’cin’ a lu t’zzon’…

Felice Marcantonio

Sicuramente una delle caratteristiche più belle del ricordo è che non possiamo esimerci dal ricordare poichè esso sopraggiunge spontaneamente, ma di certo possiamo fare tesoro dei nostri ricordi.

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