Gabriella Breda interpreta il De rerum natura

Ho visitato la settimana scorsa lo studio della pittrice bolognese, da anni residente in Abruzzo, Gabriela Parazza Breda e sono rimasto colpito ed entusiasta di un suo ciclo pittorico ispirato al “De rerum natura” di Lucrezio, un classico da me sempre amato fin dagli studi liceali quando si era affascinati, come ovvio, dal pensiero dell’ epicureismo in esso significato.

Il “De rerum natura”, opera nella quale appunto il grande scrittore latino propone talora in modo poetico il pensiero epicureo è stato interpretato in modo davvero singolare e non certo pedissequamente. Come noto il poema di Lucrezio inizia con un inno alla dea Venere, simbolo della voluptas. Questa suite di opere a suo tempo esposte in una bella mostra tenuta alla Villa Comunale di Roseto degli Abruzzi e documentata da un elegante volume, ha come tema ricorrente le nature morte (termine orrendo, anche se codificato!), ovvero elementi figurali desunti dal mondo vegetale, frutti e verdure assemblate in gioiose composizioni di squillante cromatismo. E’ quindi la voluttà delle forme e dei colori che ne sono l’essenza pittorica a farla da padrone.

Si diceva dei riferimenti al pensiero di Epicuro, improntato alla gioia di vivere o, come più comunemente di dice, al piacere. Ebbene in questi dipinti Breda tesse l’elogio, fa una autentica apologia del piacere dei sensi ad iniziare ovviamente dalla vista, dell’ottimismo insito nell’opulenza coloristica di quei frutti vogliosi di essere non solo ammirati, ma quasi divorati con infinita voluttà. Circa i riferimenti linguistici, si potrebbe supporre una simpatia dell’autrice per l’iperrealismo, ma la parentela è solo marginale; piuttosto, per comprenderne anche la modernità della sua poetica, va evidenziato un contatto almeno a livello progettuale e ideale con la pop art e, come vedremo, con il mondo del fumetto. E’ stato infatti rilevato da alcuni studiosi che si sono occupati della sua ricerca pittorica che “la piacevolezza di una pittura di questo tipo trova la sua ragione d’essere anche nell’unico vero anello di congiunzione con l’arte pop, ovvero il fumetto, la forma artistica popolare per eccellenza. Ecco allora che le tele di Parazza Breda appaiono come sberleffi di una società troppo criticata per esserlo l’ennesima volta e volentieri lasciano ad altri i tempi e i modi più diversi di denunciare una mercificazione dell’uomo moderno. Tutto quello che l’artista può fare è mettere da parte qualsiasi altra cosa che non sia pura natura pulsante, rispondendo all’urgenza di allontanare pensieri frustranti e scaricare un nucleo energetico interiore fuori da sé”.

Che dire? Un’interpretazione esemplare e grandemente modernistica dell’opera classica allo scopo di riconciliare il pubblico con il mondo dell’arte, troppo spesso in questi ultimi decenni in preda a vere manie suicide, vista l’abiura dei valori estetici e formali nonché il rifiuto aprioristico della bellezza da perseguire con l’azzeramento dei linguaggi. In tal senso le opere di questa artista servono ad invertire la rotta per tornare alla finalità vera dell’arte intesa come nutrimento dello spirito e godimento dei sensi.

A questo proposito la pittura della nostra artista induce lo spettatore ad un percorso a ritroso nella storia, fino a prefigurare lo stato del mondo vegetale nell’Eden. La configurazione esatta delle delizie del giardino originale l’abbiamo proprio nelle superfici calligraficamente colorate effervescenti e accattivanti dei pomi e delle verdure di Breda, artista venuta alla ribalta negli ultimi anni con una serie di mostre personali e partecipazioni a rassegne di prestigio nelle quali l’opulenza cromatica nutrita di effetti chiaroscurali assume, a mio avviso, anche una precipua connotazione autobiografica. Con grande magistero tecnico e coloristico ed un supporto linguistico di prim’ordine l’autrice soddisfa questa nostra curiosità, propinando scenografie illibate e trasparenti, vera narrazione dell’originale ierofania.

Che se, come detto, le sue esperienze figurative nutrite alle fonti privilegiate dei valori estetici e formali vanno certamente rapportate a certi stilemi dell’iperrealismo, altre sono le prerogative che rendono del tutto originale la sua ricerca. Intanto (qui ci si riferisce in modo particolare alle tematiche riguardanti appunto il mondo vegetale e quindi alle nature morte, ché lei ha trattato anche la figura umana) appare evidente una certa vena ironica in alcuni accostamenti sfolgoranti di oggetti raffigurati, ma poi lei riesce a dare quasi una connotazione umana agli oggetti vegetali dipinti, a tal punto che due ortaggi non coartati nel proprio orizzonte naturalistico procurano la stessa emozione di due amanti , mentre l’inserimento di un pomodoro all’interno d’un peperone evoca la sublime alchimia del coniugio. Quanto la vendemmia culturale di Gabriella sia consistente lo si evince dai richiami ad esperienze linguistiche importanti del secolo scorso a cui si faceva riferimento, come la Pop Art, il muralismo metropolitano, il mondo del fumetto.

Ancora va evidenziata in lei una predisposizione alla monumentalità. I suoi frutti ed ortaggi giganti, al di là degli esiti sul piano formale, sono archetipi di una “imagerie” a cui Breda aspira idealmente trascendendo così il verismo e proponendo l’avventura accattivante di una natura grandiosa, magniloquente, monumentale appunto. Siamo dinanzi ad una sorta di espressionismo formale che lascia il fruitore esterrefatto, entusiasta di questa realtà visionaria che si colloca entro il perimetro del sogno, del gioco e, perché no, del metafisico. È proprio così: Gabriella nel dipingere sogna; sogna alla grande riferendosi ad un’era preadamitica di splendore luministico, ma al contempo gioca divertendosi non nel ristretto ed asfittico spazio della miniatura, ma in una dimensione macro.

Tornando al “De rerum natura”, a cui Gabriella si è ispirata, c’è da rilevare che uno degli argomenti principali del poema su cui maggiormente l’artista si è concentrata è quello dell’antinomia tra la “ratio” e la “religio”. La ragione per Lucrezio è luce folgorante, macroscopica, che permette l’approdo alla verità, la sola in grado di squarciare le tenebre dell’errore. Questo laico concetto di illuminismo ante litteram si riverbera proprio nella fenomenicità degli oggetti dipinti dalla nostra artista. Ed è questa l’interpretazione più autentica di una capolavoro della letteratura latina.