Chieti, viaggio avventuroso della poesia con Roberto Mussapi
Scritto da Sara Evangelista il 25 gennaio 2010
Mercoledì 20 gennaio 2010, presso la Facoltà di Lettere di Chieti, si è svolto l’incontro con lo scrittore Roberto Mussapi, organizzato dal prof. Giancarlo Quiriconi.
Tutti i poeti sono affascinati dal mistero dell’acqua, la distesa smisurata di possibilità ed incertezze che esso rappresenta, alcuni ne sono incantati ma al contempo atterriti, e sono quelli che preferiscono anelarlo e contemplarlo dai moli, coi piedi sulla terraferma e il cuore che vaga inquieto scrivono liriche piene di malinconia e rimpianto.
Altri seguono l’impulso di prendere il largo e sanno che solo il partire dà senso al loro tornare, sono i poeti che cercano le straordinarie occasioni del mondo, vivono la nostalgia e ne fanno poesia epica e corale. Roberto Mussapi è uno di questi, l’unico che io sappia, nel panorama poetico italiano, ad aver ripreso la tradizione dei poemi che, da Torquato Tasso in poi, ha dato origine ad una progenie di romanzieri prosatori. Mussapi si riallaccia invece agli archetipi, a quei roman scritti in versi che modulavano storie di miti e fondazioni, viaggi e scoperte, ritrovamenti e perdite.
Nella sua poesia c’è l’introspezione che spinge all’azione, il desiderio che si traduce in movimento del corpo e dell’anima, nel tempo e nello spazio, in “un’avventura”, come precisa lo stesso Mussapi, “ che non è fine a se stessa ma è uscita da sé, rottura del cordone ombelicale, alla ricerca di qualcosa oltre da riportare a casa modificati”.
A comprova di ciò l’autore ci parla dei libri che ha letto ed amato da bambino, tutti libri di avventura: “L’isola del tesoro”, “Moby Dick”, “Chrisman Carol”. E ad ascoltarlo è proprio vero che i libri che ci formano da piccoli lasciano un imprinting, tanto che pare di intravedere nello spirito di Mussapi adulto la forma primigenia di Jim, il protagonista de “L’isola del tesoro”, il quale parte coi suoi amici alla ricerca di un tesoro, lasciando la mamma povera e vedova ed affrontando una serie di peripezie, per poi trovare il tesoro e riportare a casa la felicità.
Così come “Chrisman Carol”, la storia dell’avaro misantropo Scrooge, gli ha ispirato una “imitatio”, una reinvenzione de “Il racconto di Natale” in versi in cui Mussapi pone l’accento sull’unica miseria del protagonista: la mancanza d’amore. Ma nell’archivio culturale ed emotivo di Mussapi ci sono soprattutto le lezioni di Omero e Shakespeare. I poemi omerici lo hanno condotto ad intraprendere “l’impresa” di scrivere il moderno poema epico “Antartide”, sul viaggio estremo compiuto da alcuni marinai inglesi, i quali centodieci anni fa tentarono di attraversare l’ultimo continente inesplorato, restando però imprigionati sulla nave, per nove mesi, dal mare tramutato in ghiaccio e costretti ad un’attesa interminabile.
“Poema sul Novecento e sull’uscita dal Novecento” lo definisce l’autore, e non a caso è stato pubblicato nel 2000, dopo dieci anni di lavoro, da quando una mostra fotografica a Torino su “L’avventura antartica” gli aveva dato l’occasione di scrivere di un nuovo mito, il mito del XX secolo: l’uomo che, dopo aver attraversato tutto il mondo esterno, si ritira per esplorare quella parte di universo che pensa se stesso, ossia la propria mente. E il Novecento, in effetti, sarà il secolo della psicoanalisi.
Ma se con le figure omeriche è stato un incontro, con quelle shakespeariane, credo, sia stato un impatto folgorante e sconvolgente.
Da come racconta il poeta, ventenne si allontana dalla provincia piemontese per andare ad assistere alla prima de “La tempesta” (1975), per la regia di Strehler, al Piccolo di Milano. “Una commedia romantica, prodigio di viaggio e di ritorno, la più grande avventura dell’uomo che si ritrova dopo essersi molto perduto” commenta Mussapi. La vita mirabile e multiforme vi è rappresentata: la seduzione e la corruzione del potere, l’esilio ingiusto, la tempesta fatale, la punizione, l’amore per il nemico ed il perdono. E sotto tutte queste forme l’essenza dell’essere umano, rivelata dal mago Prospero nella battuta: “ noi siamo della stessa stoffa dei sogni”; frase miliare, questa, dell’opera shakespeariana, ma altresì chiave di lettura e scrittura per il Mussapi poeta, saggista e drammaturgo.
Ed infatti l’ultima personale raccolta di versi si intitola “La stoffa dell’ombra e delle cose” ( 2007) perché, come in tanti articoli ha spiegato Mussapi, “ dire che siamo fatti della stessa stoffa dei sogni significa affermare la nostra natura effimera ma anche magica: nati dal nulla, da una trama invisibile, ci muoviamo leggeri sulla scena del mondo e ciò che ci muove, ci anima, è un mistero celato da quel tessuto”.
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